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“Quelle di destra e di sinistra sono categorie politiche superate”. Ed è per tale ragione che porsi davanti alle problematiche sociali ed economiche con la logica di due valori di massima,contrapposti l’uno all’altro,è un modo di fare politica obsoleto,e quindi inefficace. E se anche esistono, come esistono, dei partiti che si connotano ancora come più o meno di sinistra, è solo un’auto-proclamazione, uno slogan per raccogliere i voti di qualche milione di nostalgici. Il bipolarismo, almeno in Italia, è una strada impraticabile. La destra e la sinistra si somigliano troppo. Sono la stessa cosa.

Quanto scritto sopra è, oggi, l’opinione di molti tanto da essere considerato quasi un’ovvietà. Eppure, secondo il parere di chi scrive, le cose non stanno affatto così. La differenza che connota la coppia antitetica destra/sinistra, infatti, non è soltanto storica- e, pertanto, contingente e mutabile- ma anche e sopratutto genetica, primordiale, logica e quindi, immutabile.

Questo, almeno, da un punto di vista teorico.

Stando così le cose, verrebbe da chiedersi se un numero assai consistente di cittadini italiani ed europei siano semplicemente impazziti oppure se, effettivamente, la certezza che la sinistra progressista si è ridotta al fantasma di quello che era, non sia in qualche modo, giustificata.Verrebbe da chiedersi, cioè, se questo equivoco poteva essere evitato. E se, dopo la caduta del Muro di Berlino nell’89, il partito comunista italiano, che era il maggiore partito comunista europeo, era veramente costretto a cambiare il proprio nome. E se era veramente così necessario che esso virasse verso una politica di stampo liberale.

O se, invece, il fatto che il sistema capitalistico non è mai stato messo sotto accusa da una parte così ampia della popolazione come accade oggi non riproponga in qualche modo tutti quei problemi, quelle tematiche e quei dubbi legati al Congresso tenutosi a Roma il 3 Febbraio del 1991 quando il PCI, tra le celebri lacrime di alcuni altissimi funzionari, cominciava a non esistere più.

Il capitalismo non è mai stato tanto fragile. Tanto che i due filosofi contemporanei più popolari, ossia Slavo Zizek e Alain Badiou, si proclamano comunisti anche se un partito comunista non esiste più nemmeno da loro, in Slovenia e in Francia.

Certamente, bisognava cambiare.

Se ne sentiva tutta la necessità.

Ma è altrettanto probabile che si potesse cambiare anche rimanendo all’interno di quel nucleo essenziale di valori che erano quelli tradizionali. E’ sicuro che il comunismo era ferito ed aveva bisogno di essere curato e reinventato, come l’amore.

Forse è stato soltanto tradito e abbandonato.

E oggi che ne avremmo realmente bisogno, anche perché in un mondo senza certezze un’ipotesi in più sembra qualcosa di più di un lusso superfluo, potrebbe essere già troppo tardi.

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Caporedattore attualità A.A. 2018/19