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In questo particolare periodo storico in cui le popolazioni mondiali sono in balia di bufale online, fake news e strani blog in cerca d’autore, un faro si staglia tra le nebbie di questo oscuro presente: il Data Journalism. Ma, in parole povere, cosa intendiamo quando parliamo di questa specifica branca del giornalismo contemporaneo?

Il Data Journalism è l’insieme dei lavori di approfondimento realizzati grazie agli strumenti della matematica, della statistica e delle scienze sociali e comportamentali applicate al giornalismo. È la classica commistione tra tradizione ed innovazione, tra ipotesi, ricerca, verifica e software avanzati, fogli di calcolo, internet e, ovviamente, sondaggi. Per la verità nel mondo anglosassone, dove il data journalism è nato ed ha iniziato a diffondersi, è molto utilizzata anche la definizione di precision journalism, tradotta letteralmente in italiano da alcuni studiosi ed utilizzata per la prima volta da uno dei pionieri del genere, ovvero Philip Meyer, che vinse anche il Premio Pulitzer nel 1967 grazie ad una grande inchiesta che partì proprio da un sondaggio in seguito ad alcuni moti di rivolta a Detroit.

Philip Meyer in un intervista per la TV Statunitense

Nel resto del mondo il fenomeno si è diffuso a macchia d’olio, partendo proprio da Detroit e contagiando dapprima il vicino Sud America, per poi spostarsi a Regno Unito e resto d’Europa, Italia compresa. Nel 2010 per dare risalto a questo genere venne organizzato un panel al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia al quale partecipò lo stesso Meyer insieme ad altri precursori suoi colleghi provenienti da tutto il mondo. Il tema ebbe un tale successo che, a distanza di anni, con l’avvento di internet e dei social network e la sempre crescente quantità di dati a nostra disposizione, gli organizzatori del Festival hanno deciso di dedicare un’intera sezione della manifestazione al Data Journalism. Nel nostro Paese, però, l’anno di svolta è senza dubbio il 2012, anno in cui vengono pubblicate le due più grandi inchieste sull’analisi dei dati del Data Journalism come lo intendiamo oggi: la prima, pubblicata su il Fatto Quotidiano, era un’analisi dei decessi in carcere dal 2002 al 2012, mentre la seconda, pubblicata su Wired, raccoglieva i dati delle opere di messa in sicurezza delle scuole in funzione antisismica, tema d’attualità come non mai negli ultimi mesi.

Nella nostra Penisola la maggior parte dei lavori sull’analisi dei dati applicata all’informazione vengono affidate ad agenzie demoscopiche alle quali le grandi testate si affidano per lavori del genere. Due delle realtà più interessanti del panorama del Data Journalism in Italia sono, senza dubbio, YouTrend, web magazine incentrato su sondaggi e trend sociali, economici e politici, e il Centro Italiano Studi Elettorali (CISE), centro di ricerca interuniversitario che studia le elezioni e le istituzioni ad esso collegate, analizzando il fenomeno da punti di vista diversi. E proprio due esponenti di YouTrend e del CISE, rispettivamente Lorenzo Pregliasco e Roberto D’Alimonte, interverranno al nostro panel di Culturama17 sul Data Journalism, spiegando quanto siano diventati importanti i dati e l’analisi degli stessi nel mondo dell’informazione odierna, quanto sia imprescindibile questo studio per capire la realtà che ci circonda e per capire anche perché ed in che modo a volte i numeri si sbaglino, capovolgendo in parte la realtà che fino a quel momento i numeri stessi avevano rappresentato, perché purtroppo anche l’analisi dei dati non è infallibile. E i signori in basso ne sanno qualcosa…

 

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Caporedattore Sport Cartaceo per l'A.A. 2017/2018