Musica e Lasagna

Ovvero perché è importante saper cucinare

grandma

Se qualcuno venisse a casa mia solo per dare un’occhiata dentro al frigorifero che condivido con i miei coinquilini, dopo un solo sguardo al mio ripiano direbbe che sono un incapace a cucinare.

Intendiamoci: adoro quelle persone in grado di padroneggiare la mistica alchimia delle dosi giuste e dei tempi di cottura, nutro un profondo rispetto per la loro arte e sono pure uno di quegli ipocriti ingrati che a fine pasto – oh, ma senza offesa - ti fanno la critica costruttiva. Però il mio ripiano parla chiaro per me: roba già dosata, roba che aggiungi-acqua-ed-è-pronta, roba che apri-la-scatola-e-mangia. Niente fantasia, niente fatica, niente bravura. Non so se ci sia qualcosa di male. Qualcuno potrebbe dire che chi non sa cucinare è una persona poco propensa a prendersi cura di se stesso, o degli altri, io so solo che tutti quei sughi da versare e fritti da rifriggere mi sfamano fino alle vacanze di Natale, quando torno a casa.

Ecco, l’altro giorno pensavo alle lasagne.

Secondo Wikipedia le lasagne sono un piatto antichissimo, risalgono ai tempi in cui Sparta e Atene si facevano la guerra, forse anche prima, quando Ramesse II conquistava e faceva tirare su monumenti: tra una frustata e un colpo di lancia gli portavano ‘ste chilate di pasta fumante.

Ecco il pranzo, mio Faraone.

E che è?

Lasagne, o Grande.

Lasagne? E che c’è dentro?

È un pasticcio di quadrati di pasta all’uovo, carne, formaggio, Figlio di Ra.

Il Figlio di Ra?!

No, dicevo a voi. Figlio di Ra, dico. O Sommo.

Va bene, lasciale pure sulla schiena dello schiavo-tavolino.

[urla, suono di carne che sfrigola a contatto con un oggetto rovente]

Questa parte su Wikipedia non c’era – per quanto io creda che le cose siano andate più o meno così – comunque su internet si fa una menata lunghissima su quale sia la composizione della pasta a seconda della regione italiana in cui la lasagna viene preparata: si parla anche di leggi sul grano, roba così. Non mi interessa: io pensavo – e voglio parlare – delle lasagne della nonna. Da che esiste il mondo, le lasagne le fanno le nonne. Cioè le lasagne migliori: se qualcuno fa una buona lasagna, è nonna. Anche se è Mickey Rourke. È proprio una legge della termodinamica: lasagna = nonna.

Perché le nonne fanno buone lasagne? Perché le vecchie canute col tuppo in testa e le mani annodate nei rosari rappresentano le vestigia di un mondo in cui Sonia di Giallozafferano e la Parodi non erano nemmeno un fremito nei lombi di qualcuno. Un mondo in cui c’era soltanto un modo per fare le cose: saperle fare. E per arrivare a saperle fare c’era solo una strada: farle.

Ecco, quando qualcuno ha imparato a fare una cosa facendola, con poca o nessuna tecnica codificata, con spirito empirico, il suo risultato sarà un connubio perfetto di conoscenza e istintualità. Un prodotto finito che non è somma delle parti, ma qualcosa di completamente a sé stante. Lasagne, appunto. O spade samurai. O salti in lungo.

Le lasagne, con un po’ d’impegno, son buoni tutti a farle. Ci sono delle dosi da rispettare, poi a seconda dei gusti uno ci mette più carne, più sugo, più parmigiano. Mia nonna finché è stata in vita è rimasta convinta che il piatto si chiamasse sagna, che il “la” fosse un articolo determinativo che durante la pronuncia si accostava al nome. Il plurale della sagna erano infatti le sagne. Ciononostante, non penso ci sia uno chef di D-Max in grado di raggiungere il suo stesso risultato, e non perché fosse mia nonna: potrei dire lo stesso della sagna di una nonna bolognese, o palermitana, o fiorentina.

Quando assaggi la sagna di una nonna non senti la menata tecnica di Wikipedia, non senti il ragù e l’uovo sodo a fette e le polpettine e la mortadella: entri in una sensazione che il tuo sistema nervoso centrale chiama “lasagne”.

O “spade samurai”.

Ed ecco il punto, finalmente. Parlo del rap, perché è il genere che conosco di più, ma penso che il mio discorso si possa applicare tranquillamente al folk, al blues, al cantautorato in senso più ampio.

Ascoltare il testo di un artista che si è approcciato a un genere con la tecnica della lasagna, cioè con mezzi conoscitivi quasi assenti, armato solo di sensibilità e talento da affinare, è ciò che fa davvero la differenza. La formula per un motivetto orecchiabile è nelle mani di chiunque la desideri da tempo immemorabile: basta aggiungerci un pizzico di ricerca di mercato fatta come si deve.

Ma quando finisce per essere assaggiata dalle orecchie, quella formula suona come un complesso di buona tecnica, grande fluidità, melodie ben costruite e trovate più o meno brillanti. Non c’è nulla di male, sia chiaro: è solo che manca la sagna.

Quando nel 2001 un semisconosciuto Fabri Fibra scriveva per il disco “Basley Click”

Se un sommergibile affonda io collasso

In discoteca un coltello l’ho visto a spasso

ad un primo livello c’erano solo due frasi scollegate, una rima neanche troppo ricercata, nessuno scambio interno, nessuna allitterazione. Un pasticcio di roba grondante sugo nel quale si distinguono a malapena gli altri ingredienti. Proviamo ad assaggiare.

Ci trovi l’ambiente lisergico della provincia violenta e della sottocultura hip hop che era maturata dagli anni ’80, fuori dai locali alla moda, l’ansia dei ventenni senza lavoro e senza prospettive, una risata davanti alla propria autodistruzione. Johnny Ramone graffia le corde della chitarra e il suono incide l’aria, e nei solchi di quell’unghiata si annida un DNA virulento nel quale puoi leggere la storia di una vita e del mondo intorno ad essa. Arriva tutto impacchettato come un cazzotto, non c’è soluzione di continuità tra la spinta, le ossa, la carne e il sangue, la forza d’urto.

C’è solo la sagna.

L’uomo – o la nonna -, la sua umanità, è il collante. Quando ascolto un disco o un singolo, è questo che cerco, perché così come è vero che ci saranno sempre nonne pronte a sfornare lasagne per il semplice fatto di essere nonne, ci saranno sempre artisti – fuori o dentro ai contratti discografici – in grado di riempirmi la pancia, di farmi ricordare ogni singolo gusto ogni volta che riaffiora casualmente alla memoria, come un rutto quando sei satollo, mentre sto facendo altro.

Cercate la lasagna, ragazzi. Cercate la lasagna.

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