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Il 13 ottobre di quasi un secolo fa, una storica disfatta segnava di fatto la fine di un impero. In quello che gli inglesi chiamerebbero turning point, questa data aprì un periodo pieno di cambiamenti che tuttora si stanno verificando.

Si tratta della fine dell’Impero Ottomano, che non comprendeva la sola Turchia, ma numerosi altri territori che, dopo la dissoluzione, hanno a lungo combattuto per reclamare i propri confini.

Nello specifico, durante la Prima Guerra mondiale, l’Impero Ottomano era alleato degli imperi centrali. I turchi ottennero subito una prestigiosa vittoria sulla penisola di Gallipoli, guidati dal prestigioso leader Mustafa Kemal Pascià, annichilendo le forze anglo-francesi. Questo, però non fu necessario a impedire l’avanzata degli alleati: così, i turchi si trovarono a fronteggiare da una parte il nemico che sopraggiungeva, dall’altra la paura che i vicini armeni potessero allearsi con i russi. Così, accadde quello che passò alla storia come il “genocidio armeno”, lo sterminio di quasi un milione e mezzo di persone, tuttora negato dal paese turco (ragion per cui, oggi, non viene concesso il via libera alle trattative per entrare nell’Unione Europea).

Dunque, il governo turco giunse all’armistizio con Gran Bretagna e Francia il 13 ottobre 1918, conscio della fine inevitabile dell’impero e delle durissime condizioni che la resa avrebbe offerto loro.

Una volta sconfitta la Grecia, a causa di alcune pretese territoriali, nel 1922 nacque la Repubblica di Turchia, sotto la guida del presidente Kemal Pascià (detto Ataturk, “padre della Turchia”).

L’anno successivo, a Sèvres venne firmato il trattato di pace: questo, oltre a determinare delle aree di influenza sul territorio, specie per la Francia, stabilì dei confini che non vennero mai accettati e che oggi sono il casus belli di molti conflitti armati che incombono proprio in prossimità di quelle zone limitrofe.

Teatro di numerosi conflitti fu la città di Kobane che, al confine fra Siria, Turchia e la provincia del Kurdistan, venne più volte rivendicata. Questa città ebbe una grande importanza durante la Grande Guerra: infatti, numerosi armeni e Curdi scampati al massacro, si rifugiarono qui. Perciò, oggi, questi reclamano a gran voce il controllo della città. Nel 2014, in particolare, vinse la strenua difesa della città contro l’assedio incessante dell’ISIS, non disposto a negoziare un centimetro. In un susseguirsi di conquiste e sconfitte, la città fu persa e riconquistata nel 2015. Inutile dire che la situazione al confine è delicatissima.

Altra questione è quella del Kurdistan: con i trattati, gli europei, assicurarono la creazione di uno stato curdo, mai sorto.

Sebbene ora prestiamo tutti attenzione alla questione catalana, notizia degli ultimi giorni è quella del referendum vinto con uno schiacciante 93% per il SI all’indipendenza della parte irachena della provincia. Un’isola nel deserto. Si tratta di un territorio che tocca quattro stati attualmente esistenti ( Iran, Iraq, Siria e Turchia ), tutti territori, ancora una volta, di confine, che si trovano a fare i conti con il trattato post-bellico sopra citato.

Ora, un popolo mai riconosciuto effettivamente, prova a farsi sentire e a fronteggiare la Storia. E’ il momento di rivendicare e recriminare, in particolare agli europei, ciò che stabilirono un secolo fa: è proprio lì che tarparono le ali ai curdi. Ora, la diplomazia internazionale non può chiudere gli occhi davanti a una vittoria così netta: Stati Uniti, Turchia e Iraq ancora non riconoscono il paese. Ora, le grandi potenze, non possono continuare a imbattersi nell’errore già commesso cent’anni fa, dopo i trattati. Adesso è giusto e doveroso far rivivere il “Grande Kurdistan”, che sarebbe dovuto nascere dalle ceneri dell’Impero ottomano. Non si possono ignorare 5,2 milioni di abitanti che con un voto chiedono a gran voce di essere riconosciuti sotto la stessa bandiera. Sotto le stesse regole. Dentro gli stessi confini.

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Caporedattore sport AA 18/19 e 19/20 Responsabile editoriale AA 20/21