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A volte le emozioni sono così tante che diventa difficile gestirle. Difficile ci sembra all’improvviso far prevalere quella più positiva, scacciando via segni negativi che vogliono far tramontare il sole sul nostro giorno un po’ troppo presto anche per una fredda giornata invernale.

In realtà, dentro di noi sappiamo esattamente cosa dovremmo provare, quale dovrebbe essere l’emozione a dover dominare. E non necessariamente deve essere quella positiva, anche se ci speriamo fino all’ultimo che sia così. Ed è allora che un’emozione strana inizia a prevalere, una che probabilmente abbiamo abbandonato da piccoli per cose altrettanto piccole ed abbracciato da grandi per cose troppo grandi. La paura.

Capace di insinuarsi dentro l’animo lentamente e viscidamente come un serpente, la paura si avvolge in larghe spirali intorno al nostro corpo e solo quando inizia a stringersi il nostro respiro si mozza sempre un po’ in più, sempre più spesso. Fino a che sembra mancarci.

Ci sono due possibilità: o abbiamo troppe emozioni che ci sembra non esser capaci di gestire, o non ne stiamo provando proprio nessuna. E credetemi, fa molta ma molta più paura la seconda. Perché le emozioni ci rendono (maledettamente) umani, (maledettamente) capaci di vivere questa vita in modo vero, senza maschere.

Addirittura, capita di fare confusione tra il non star provando emozioni e l’averne troppe contemporaneamente. Ed in quell’istante è tutto così paradossale e assurdo che il mondo sembra estraneo, tutto si muove più lentamente e il sorriso è cosi forzato da potersi rompere in mille pezzi come un mosaico (pur sempre ordinato, ma in tanti minuscoli pezzi). Allora meglio nascondersi e correre ai ripari, al riparo da un me stesso che non riconosco e che non voglio riconoscere.

Eppure, appena ci nascondiamo nel nostro angolo prediletto, quello in cui riusciamo a vedere esclusivamente il muro davanti a noi e nient’altro, gli occhi si spalancano. No, le mie emozioni non sono morte. Sono vive, vive come me. Vive quanto me, esattamente quanto me. Il problema era che ci eravamo fatti sopraffare. Troppe, tutte insieme. Pensieri, mille pensieri che non ci rendono capaci di goderci dei momenti nel modo giusto. La paura si stringe intorno a noi in maniera così sottile e studiata da coglierci non solo impreparati, ma anche molto molto vulnerabili.

Ma è quando guardiamo con gli occhi spalancati quel muro liscio e bianco, familiare e rincuorante che siamo capaci di distinguere. Fare una cernita tra tutti quei battiti che stiamo provando: quella sì, era preoccupazione, l’altra ansia, un pizzico di eccitazione, un cucchiaio di tensione per il futuro, tanta tanta felicità e mezzo cucchiaino da tè di dispiacere.

Il passo successivo è scegliere: quale voglio far prevalere? Ed allora, tornando indietro a piccoli passi come Pollicino con le sue minuscole molliche di pane, ci ricordiamo di quel pensiero che ci era scattato in mente come una molla prima che la paura iniziasse a stringersi troppo: sapevamo esattamente cosa volevamo provare, qual era l’emozione giusta, quella naturale. Proprio quella lì dobbiamo lasciar andare, dobbiamo far sprigionare: che sia essa estrema felicità o abissata tristezza, riso di gioia o pianto disperato. Esternare. Senza più paura.

E se pure ci dovesse essere un 50 e 50, uno spareggio tra due di quelle tante emozioni, fate sì che vengano fuori insieme: proprio come deve essere. Vi ritroverete a piangere di gioia con un pizzico di malinconia e sorridere davanti a fotografie poggiate sulla scrivania che prima sembravano solo arredamento. La vita è così, (im)perfetta. Prendere o lasciare. Io ho deciso di prendere, più che posso.

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Vicedirettrice Cartaceo per l'A.A 2017/2018 Direttrice per l'A.A 2018/19