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Sei anni. Sei lunghi anni dall’inizio della guerra civile siriana, quando, il 15 marzo 2011, molte persone scesero in piazza a Dar’a, città a sud di questo Paese, per chiedere al loro governo maggiore libertà. La primavera araba travolse così anche la Siria, governata da una dittatura da più di 45 anni. E’ l’inizio dell’inferno che avrebbe portato a migliaia di morti, a quasi 5 milioni di profughi fuori dalla Siria, a più di 6 milioni di sfollati interni. A questi vanno aggiunti però i desaparecidos siriani: persone, troppo spesso dimenticate nell’elenco delle vittime, che, secondo la definizione di Amnesty International, sono state arrestate e imprigionate dallo Stato, o da persone che hanno agito in nome di quest’ultimo, ma la cui detenzione viene costantemente negata dalle fonti ufficiali, privandoli così della protezione della legge. In poche parole, sono le cosiddette sparizioni forzate di presunti oppositori del regime. È una macchina segreta attuata da sempre dallo Stato, ma che adesso sta vedendo il numero di vittime crescere giorno dopo giorno. Tra di loro, ci sono anche ragazzi tra i 12 e i 14 anni, come Ahmad al-Musalmani, arrestato e torturato sino alla morte perché aveva nel telefono una canzone contro il governo di Assad. La sua famiglia dovrà aspettare tre anni prima di sapere che fine abbia fatto il bambino. Poi, manifestanti contro il governo, costretti a salire sui camion per chissà dove, ma anche persone selezionate in modo del tutto arbitrario e ingiustificato. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani dal 2011 più di 65mila persone sono scomparse.

La vicenda di queste scomparse è riuscita ad ottenere visibilità solo da qualche anno, grazie alla denuncia fatta da Caesar, pseudonimo di un ex ufficiale della polizia militare siriana. Incaricato di documentare la morte e le torture inflitte ai detenuti nei carceri siriani tra il 2011 e il 2013, grazie all’aiuto di un amico, ha iniziato a copiare di nascosto molte foto e a conservarle al sicuro fino a quando, temendo per la sua incolumità, ha lasciato il Paese per cercare asilo in Europa. Il numero delle immagini è di circa 55mila, con quattro foto per corpo. Sono più di 6700 i siriani immortalati, morti durante la detenzione e trasferiti poi in un ospedale militare. Ogni foto, usata dal governo siriano come un documento non ufficiale che attesta il decesso delle vittime, ritrae i cadaveri con addosso tre etichette. La prima che indica il numero di detenzione, la seconda il numero del ramo di sicurezza che li ha arrestati e la terza il numero dell’ospedale, nel quale saranno trasportati i corpi morti. Secondo la testimonianza di Caesar, le vittime vengono inizialmente lasciate nei centri di detenzione dove è avvenuta la morte, ammucchiate nelle celle, in preda a topi ed insetti.

Lo scopo è quello di ricordare ai detenuti ancora in vita cosa li aspetta, per spaventarli ancora di più, oltre ad aumentare la possibilità di malattie. Poi, nei tre o quattro giorni che susseguono, arriva un medico legale per i cadaveri. Quando il numero supera i 200 o i 300, vengono portati via e seppelliti nelle fosse comuni. Tuttavia, vi sono alcuni che sostengono che molti corpi siano bruciati con degli appositi forni. La morte invece, quella è avvenuta a causa di maltrattamenti fisici e psicologici.  Munir-al-Hariri, ex capo della sicurezza politica, un ramo del servizio di intelligence nazionale, che ha disertato nel 2012, ha parlato apertamente all’emittente araba Al Jazeera per la prima volta. “Essere detenuti in Siria è la cosa peggiore che ti possa accadere” spiega “un detenuto non muore una volta sola, ma almeno cento volte al giorno per via delle torture fisiche e psicologiche che gli vengono inflitte”. Infatti, lo scopo della detenzione non è quello di uccidere, ma quello di aumentare la tirannia dello Stato. Uno Stato che ha a sua disposizione un corpo di polizia addestrato ad usare qualsiasi forma di tortura, dai bastoni alle fruste fino all’uso di sedie progettate appositamente per spaccarti la schiena.

Mappa che mostra i maggior centri di detenzione a Damasco dove sono state scattate le foto pubblicate da Caesar. Fonte: © 2015 Human Rights Watch

 

Le foto di Caesar hanno raggiunto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha mosso al governo siriano le accuse di omicidio, stupro, tortura e sterminio dei detenuti. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza che avrebbe portato la Siria davanti al Tribunale Internazionale ha invece incontrato il veto della Russia e della Cina.

Successivamente Caesar è stato chiamato davanti al Congresso Americano, dove ha mostrato le immagini alla Commissione Affari Esteri. Nello stesso tempo, è stato istituito un team investigativo internazionale per far luce sui presunti crimini di guerra commessi in Siria e per verificare la credibilità delle foto. Nel Novembre 2016, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato, con la stragrande maggioranza di voti, due progetti di legge: il primo prevede provvedimenti severi per il governo siriano e i suoi sostenitori, tra i quali Russia e Iran, per crimini di guerra e contro l’umanità. Il secondo, invece, vede il rinnovo del Codice Penale imposto all’Iran a partire dal 1996 e che sarebbe dovuto scadere nel 2016. I due progetti, passati alla Camera, non hanno al momento avuto seguito al Senato.

Foto di presunte vittime nei centri di detenzione di Assad, mostrate in presenza di Caesar, chiamato a testimoniare alla Commissione Affari Esteri, a Washington, Luglio 2014. Fonte: CNN

Per quanto riguarda la veridicità delle fonti, se ne è occupato anche l’Osservatorio dei Diritti Umani che, oltre a darne conferma, sottolinea come queste testimonino segni di tortura, pestaggi, malnutrizione e malattie sui corpi delle vittime. Con questi documenti varie vittime sono state identificate, anche grazie alla mobilitazione di diverse associazioni internazionali, che, per evitare che i corpi rimangano solo dei numeri, hanno pubblicato online le foto delle teste dei detenuti.

Numerose famiglie cercano così negli scatti di Caesar i volti dei loro cari. Tuttavia non sempre il riconoscimento è facile, poiché le facce sono mutilate o plasmate dalla perdita di peso: i familiari guardano e riguardano quei volti ceninaia di volte per porre fine alla loro agonia e dare inizio ad un altro inferno, quello dove non vi è più speranza ma solo la certezza della scomparsa. Centinaia di corpi hanno ottenuto così un nome, come quello di Ayham, riconosciuto dalla madre Mariam Hallak. Era il suo figlio più giovane, di 25 anni, che stava svolgendo un master in odontoiatria. Riconoscimento tuttavia non significa sapere dove il corpo si trovi: Mariam, così come altri migliaia di familiari, si vede negata la possibilità di dare una tomba a suo figlio.

Alcune foto scattate da Caesar. Fonte: © 2015 Human Rights Watch

Anche i nomi dei responsabili sono spesso noti, ma nonostante le evidenze, il regime di Bashar al-Assad continua a negare. Il potere continua ad essere nelle sue mani, la tragedia continua nei modi più terribili e gli innocenti continuano a pagare per finire poi dimenticati. Gettati in una fossa comune, senza il loro nome, senza il ricordo della loro lotta per quell’irrefrenabile desiderio di libertà.

 

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