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Metà gennaio 2018, ultimo esame, ultime ore di Erasmus ed un cuore pronto ad infrangersi in mille pezzi al momento dei saluti.

Io, una normale studentessa di giurisprudenza fieramente meridionale, che a poco più di diciotto anni ha lasciato casa, per andare nella città che da sempre sognava, Roma. Lì ho trascorso anni bellissimi, intensi. Anni che ora potrei definire di Erasmus, vissuti minuto dopo minuto.

Roma giorno dopo giorno è diventata parte della mia anima, mi pulsa dentro e le sue vie mi scorrono nelle vene. Le persone che abitano il quartiere ormai una famiglia.

In tutti questi anni, trascorsi a costruire questa nuova casa, l’ultima cosa a cui pensavo era di nuovo le valigie e partire. Finalmente ero fuori dalla mia comfort zone, in un’altra costruita da me. Ancora più comfort della precedente.

Eppure un giorno, leggendo un banalissimo post su Facebook, mi soffermai su una frase che ancora rimbomba nella mia mente “GENERAZIONE ERASMUS” ed i suoi milioni di like. Un idioma – apparentemente semplice – che solo mesi dopo ho scoperto essere intriso di significati. Di ogni significato che uno studente Erasmus vuol dargli e che ora anche io posso dargli nella mia storia personale.

Gennaio 2017, ad esami finiti, a stanchezza sovrabbondante, presa da un attimo di coraggio, compilai la domanda, con il sicuro e tranquillizzante istinto che non avrei fatto parte di quella generazione. E poi via quel pensiero, richiuso quel cassetto, si torna alla vita normale. Si incominciano gli esami di profilo. Mi piacciono, la scelta di quello societario e tributario è quella giusta. Brava.

Marzo 2017, matricola 125443: TORUN, Polonia. Ho letto e riletto quell’elenco e c’ero proprio io. Stava capitando anche a me; alla mia chiamata, la generazione Erasmus ha risposto subito. Devo farne parte. Accetto ad occhi chiusi, con una firma tremante. Un salto nel vuoto. La paura è messa a tacere dalla curiosità. Emozioni contrastanti mi animano per giorni, non appena mi fermo un attimo a pensarci.

Giugno 2017, scartoffie su scartoffie, burocrazia infinita, esami incombenti. “Chi me l’ha fatto fare”.

Settembre 2017, troppa roba da mettere in valigia, troppe emozioni da inscatolare, la casa di Roma da chiudere.

27 settembre 2017, treno per l’aeroporto di Fiumicino “Leonardo da Vinci”, io sola e due valigie grandi. Un sorriso ed una lacrima. Un po’ di paura tangibile anche agli occhi dei passanti. “ultima chiamata per la passeggera Gabriella Guarino”. Toccava a me, davvero. Sul monitor c’era scritto Varsavia, ma io leggevo solo ERASMUS.

Due ore di volo per conoscere il mio compagno di viaggio, ehm, di avventura. All’atterraggio eravamo già una squadra. Ancora altre tre ore di treno che mi avrebbero condotta in erasmus, davvero. Il treno attraversava le campagne ed io e lui descrivevamo come nella nostra mente si prospettavano i prossimi mesi. Mi sentivo già dentro, con un amico in più.

Eccoci, alla stazione di Torùn, simile al binario 9 ¾ e noi, simili a quei ragazzini e i loro carrelli pieni di valigie.

Rincorsa e andiamo. È ufficialmente iniziata.

Dormitorio 11, camera 608. “Zin dobre”.

Benvenuti nella piccola Hoghwarts con palazzi con mattoncini rossi (inclusa l’università) che ha riscaldato il cuore non appena arrivata. Strana a primo impatto, allocata su un fiume. All’imbrunire si è trasforma in una bomboniera tutta illuminata.

Ben collegata con i mezzi -nuovissimi, tra l’altro- veramente economica e ben fornita di ogni tipo di servizio (dal dentista al ristorante chic, alla biscotteria) ed economicissima, ancora per qualche anno.

L’università è il cuore di questa Hoghwarts esternamente e, invece, internamente molto moderna con servizi di ogni tipo: dal guardaroba, alla stampante, alla biblioteca, al bar e infine, a molti auditorium. Insomma, una nuova “Mamma LUISS”.

Il dormitorio simile, invece, ad una Torre di Babele: su un solo piano si odono parole in inglese e relative traduzioni in spagnolo, francese, italiano e turco.

In pochi giorni questa torre è diventata la mia confort zone, con i suoi tramonti dipinti dal sesto piano e i suoi odori di ogni tradizione culinaria, tra i timidi sorrisi e le prime conversazioni di altri ragazzi tribolati dalle mie stesse paure.

Pochi giorni e la vita Erasmus si è ritagliata il suo spazio nella mia routine: karaoke, Number 1 (che è un concetto più che un posto), ogni settimana una cena tradizionale di un paese diverso. E parlare con tutti, come se fossimo amici da sempre, scoprire le altre culture, apprezzarne le diversità. Ecco che quest’esperienza silenziosamente iniziava ad insegnarmi il motivo per cui mi trovavo ad Hoghwarts.

E poi il primo freddo serio, il termometro che scende sotto lo zero, ma riscaldato dalle persone che ogni sera incontri in cucina, alle prese con una delle loro specialità. Tortilla de patata, risotto ai funghi, crepes.

Le prime lezioni, gli appunti pieni di buchi, la paura di non essere all’altezza. I primi esami, i primi buoni voti e la conferma che l’Erasmus ti insegna anche a cambiare metodo di studio, a risolvere casi pratici, a sforzare le meningi pur di esprimerti nel miglior inglese di tua conoscenza.

E poi ecco lei, bianca e brillante, che ti circonda, che cambia colore al tuo vicinato: la neve. La neve a novembre. Per una ragazza abituata all’inverno con 15 gradi, non può che essere motivo di uscire a giocare a palle di neve. In inglese ancora una volta, con le amiche turche.

Ed è subito Natale, momento di saluti anche solo temporanei. Ed è quando incominci il giro e vedi gli occhi luci delle amiche spagnole, i singhiozzi soffocati delle amiche turche, l’ultimo giro di vodka a farti capire che tre mesi son volati troppo in fretta. Ma soprattutto il post-it sulla porta d’ingresso della tua coinquilina spagnola che ti augura buon natale a farti capire di essere a casa, per la terza volta in un posto diverso.

Inizi a pensare che in quel posto sei cambiata, forse cresciuta, ma soprattutto ti ci sei abituata. Il viaggio di ritorno a casa ti darà modo di pensare anche a quanto quest’esperienza ti ha dato, alle nuove esperienze che puoi mettere nello scatolone dei ricordi, al confronto con altre culture che hai avuto che ora ti fa sembrar “normale” tutto ciò che prima chiamavi diverso. Seduta in una delle carrozze del treno ripensi a quando ci sei salita la prima volta, a quanto ti sentivi persa e quanto sei sicura adesso di ciò che sei e di ciò che vuoi; ma ripensi anche a tutte le volte che ci sei salita alla volta di Cracovia, di Varsavia e ancora di Cracovia. Ripensi alla visita ad Auschwitz, alla bellezza e alla profondità della Miniera del sale, ma anche al Palazzo della Cultura donato da Stalin ai polacchi. Ed, infine, ripensi a quel ragazzo polacco incontrato proprio su quel treno, che attratto dall’accento italiano si era avvicinato e avevate iniziato a parlare di quanto il popolo polacco ti sembrasse “chiuso”, introverso e spaventato. Ma ripensi anche allo stupore

nell’udire “siamo liberi solo da vent’anni, cerca di capirci”. E tu subito avevi ripensato al nazismo, ma anche ai danni del comunismo e quanto si sarebbe-forse- potuto evitare se ognuno di loro avesse fatto parte di quella generazione erasmus, che va oltre i limiti e accorcia le distanze.

Scrivo e il cuore continua a sguazzare tra i ricordi, mentre la mente pensa che tra un po’ le tende della camera 608 si abbasseranno definitivamente, le lucine sul mio letto che avevo messo per renderlo qualcosa di più simile a casa non si accenderanno più e inizio a sentire un nodo in gola.

Ripenso a quella definizione “generazione Erasmus” che oggi per me significa un battito di cuore in più, un inglese con l’accento spagnolo, l’avere l’imbarazzo della scelta per gli amici da visitare quest’estate, la spesa con il traduttore alla mano, l’istruttrice di palestra in dolce attesa al sesto mese, i pierogi la domenica, il kebab dopo il Number 1 e gli shot di Zubrowka. E tanto, ma tanto altro, per sempre impresso nel mio cuore e nella mia mente.

Sei mesi sono volati. Emozioni contrastanti li hanno animati, ma più di tutti la frase “cosa mi sarei persa se non avessi mai compilato quella domanda?”.

Resta un interrogativo a cui non so darmi risposta, perché forse una risposta non c’è, se non “partite!”.

Fate le valigie e partite, per qualsiasi parte dell’Europa, perché ci sarà sempre qualcosa da imparare, anche solo…ad essere se stessi.

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