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Di Francesco D’andrea e Gaia Parisi

Io e Gaia siamo ancora quei due ragazzi che, nell’aula computer di Parenzo, cercavano di completare la loro domanda Erasmus, diversificando le loro mete ed augurandosi l’un, l’altra di vivere la migliore esperienza di sempre. Eravamo due amici, conosciutisi tra i banchi dell’università, fedeli compagni di studio, con un unico desiderio: partire per trovare noi stessi.

Ricordo alla perfezione i nostri occhi curiosi, ma allo stesso tempo spaventati. Partiremo o no? Cosa ci aspetterà? Dove andremo?

20 Marzo 2017. Gaia, alle prese con gli esami, viene distratta da un messaggio: “Graduatoria Erasmus/Scambi Bilaterali 2017”.

In quel momento, un vortice di emozioni: mi avranno presa? dove? La mia mente non era lucida, viaggiavo con il pensiero verso mete lontane, ma la parte razionale di me pensava: “Gaia smettila, non ti avranno presa mai!”. Cercai di ragionare un minuto, e mi decisi finalmente a leggere la fatidica graduatoria. A caratteri cubitali vidi il mio numero di matricola accanto alla sede ospitante: Beijing Normal University. Non sapevo cosa pensare, non riuscivo a realizzare che ad agosto mi sarei trovata in Cina, ma soprattutto che sarei partita con il mio migliore amico, Francesco.

25 agosto 2017. Aeroporto di Fiumicino. Tre ragazzi, tanti bagagli ed unica destinazione: Pechino. Come ogni partenza che si rispetti, eravamo travolti da due sensazioni contrastanti: l’immensa voglia di immergerci e scoprirci in un mondo a noi totalmente sconosciuto, e la consapevolezza di lasciare tutto quello che amiamo di più, a quattromila chilometri di distanza.

Dopo un viaggio interminabile, eccoci arrivati a destinazione. La Cina era esattamente l’opposto di ciò che ci saremmo aspettati. Nessuno parlava inglese, non riuscivamo a comunicare, stanchi e nervosi a causa del viaggio, riuscivamo solamente a pensare: “Ma chi ce l’ha fatto fare? Oddio, non ce la faremo mai. Sei mesi? Qui? Scherziamo?’’

Sono passati quasi due mesi dal nostro arrivo a Pechino, ma noi due non siamo più gli stessi ragazzi che chiacchieravano per i corridoi di Via Parenzo. Ne abbiamo passate tante. Abbiamo condiviso molto e tanto ancora ci aspetta. L’exchange è qualcosa che non puoi definire, non puoi spiegare così facilmente. Certi giorni tocchi il cielo con un dito, in altri il tuo unico pensiero è il pranzo della domenica con le lasagne della nonna.

Partire per l’altra parte del mondo non è da tutti, ma soprattutto non è così semplice come pensavo. Francesco non ha mai interamente gestito la sua vita da solo, ma è sempre stato a poca distanza da casa, non molto lontano dall’affetto famigliare. Qui, si è ritrovato a dover condividere la sua stanza con un ragazzo cinese/australiano, a lui prima sconosciuto, a doversi adattare tanto, non solo al cibo, ma anche all’aria che respira. La Cina vuol dire dimenticare comfort e comodità, ma anche crescere, maturare e migliorarsi.

Gaia invece è un’avventuriera. La distanza non l’ha mai spaventata, per quanto la Cina avesse intimorito anche lei. Adesso, però, si sente in debito con questa nazione tanto diversa, quanto affascinante. Ha imparato, è cresciuta, ha scoperto un’altra Gaia. Ha capito che la diversità è l’unica cosa che riesce a connettere il mondo intero: non c’è cosa più bella che sedersi ad un tavolo, con spagnoli, francesi, tedeschi, coreani, cinesi, olandesi, e capire, che in fondo non siamo poi così diversi. Siamo tutti giovani, accomunati dalla voglia di scoprirsi e crescere.

Ringraziamo la Cina per averci fatto fiorire, per averci messo alla prova; ringraziamo i nostri genitori, che da sempre ci danno l’opportunità di scommettere su noi stessi.

 

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