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Tutte le donne, più di una volta nella loro vita, si sono ritrovate davanti allo specchio nel tentativo di sembrare professionali, prima di presentarsi ad un colloquio o ad un incontro di lavoro. La sensazione di voler essere diverse, di voler cambiare il proprio corpo per rientrare nei canoni della bellezza sociale è una problematica molto comune al sesso femminile. Il desiderio di cambiamento diventa poi ancora più impellente se si è una donna di colore, o comunque non bianca, che vive in una società dove il modello di riferimento è quello dell’“uomo bianco”.

L'artista afroamericana Endia Beal
L’artista afroamericana Endia Beal

Le battaglie per l’inserimento dell’uguaglianza di gender e di “razza” possono essere combattute in tanti modi, dalle manifestazioni alla scrittura, dalla televisione alla fotografia. Ed è infatti proprio quest’ultimo strumento che ha permesso a Endia Beal, artista afroamaricana, di immortalare la frustrazione che il corpo di una donna di colore può provare quando ha la sensazione di essere fuori luogo nel proprio ambiente lavorativo. Questa battaglia è iniziata già tre anni fa, quando Beal ha iniziato a raccogliere gli scatti per quella che sarebbe divenuta poi una mostra fotografica dal titolo “Can I touch it?”, in riferimento alla domanda che gli uomini bianchi del suo ufficio si facevano circa i suoi capelli, con il desiderio inespresso di sapere come sarebbe stato toccarli. La sensazione di essere una creatura esotica, dunque, non l’ha portata ad isolarsi, bensì a vincere l’imbarazzo e a cercare di condividere la propria diversità come parte della normalità. Il primo passo in questa direzione è stato quello di chiedere agli uomini del suo ufficio di toccare i suoi capelli: per molti di loro era la prima volta e la sensazione più comune, confessata dopo averlo fatto, era quella di stranezza.

Tuttavia, la paura del diverso ha riguardato anche le sue colleghe bianche: cosa avrebbero provato immedesimandosi il più possibile in una donna di colore? Per questo, Beal ha chiesto ad una quarantina di donne, alcune colleghe, altre sconosciute, di essere fotografate, dopo aver fatto loro un’acconciatura che le facesse assomigliare a delle donne nere. L’obiettivo era quello di dare uno spazio corporale a queste sensazioni: esplorare il corpo femminile per capire e far capire come una donna possa sentirsi al suo interno. L’immagine che ne è venuta fuori è una sovrapposizione di lineamenti diversi, un incontro di culture. Inoltre, l’aspetto più importante non è necessariamente la discrepanza fisica che si nota nel volto tra la donna bianca fotografata e i suoi capelli, ma il richiamo a tutte le storie complicate, le assunzioni, i silenzi, le lotte, presenti su quel volto. Questa idea ha incluso i confini razziali, di gender e generazionali: infatti, le persone spesso cercano di cambiare se stesse per calzare alla perfezione in certi ambienti.

Un progetto lungimirante, che ha reso ancora oggi questa donna un simbolo nella società statunitense per una lotta contro i pregiudizi. Pregiudizi per il colore della pelle o per il sesso, che devono essere abbattuti affinché nessuna donna si senta più chiedere di cambiare nome perché inappropriato o acconciatura perché poco conforme agli standard della società in cui vive. Le donne non sono oggetti, ma coscienze con la propria storia, al di là del sessismo e della discriminazione razziale.

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