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“Tot el camp, es un clam! Som la gent blaugrana…El sap to thom: Barça, Barça, BARçA!”.
Non è l’inno della Champions League, ma quasi. Non è la squadra più forte del millennio, ma quasi. Non è il triplete ogni anno, ma quasi.

Se per qualsiasi squadra di calcio i tre più importanti titoli stagionali, Campionato, Coppa Nazionale e prima Coppa europea sono un traguardo storico, per il Barcellona sembra essere ormai un dignitoso livello di sufficienza, quello che ormai contraddistingue un club che sta scompaginando ogni albo d’oro di questo sport. Dal 2006, l’anno del Mondiale azzurro, i Catalani hanno conquistato quattro Champions League e due Triplete, uno nel 2009 e l’altro, appena conquistato, nel 2015. 
Lionel Messi, l’asso argentino di Rosario, una cittadina per numeri uno, dove prima di lui nacque tra i tanti Ernesto Che Guevara, si avvicina al quinto pallone d’oro, El Balon d’Or come dicono in Catalogna, il record vertiginoso che coronerebbe altri numeri inebrianti quali le 767 presenze di Xavi Hernandez con la maglia blaugrana, 151 solo in Champions League, il solito Man of The Match Andrés Iniesta, nell’Europa dei Club, come in quella delle nazionali, fino alla finale del Mondiale 2010.

Proprio nei penultimi Mondiali la Spagna tutta ha dovuto accettare il valore aggiunto della Catalogna indipendentista, di cui il Barça è costante spirito identitario. Ormai divenuta la nuova capitale del calcio, non appartiene più solo del Tiqui-taca, internazionalmente Tiki Taka, ma è patria di una Cantera copiosa e totale caratterizzata da un glorioso inizio e dall’ignota fine di un ciclo inesauribile.

Dove Raijkaard era stato scintilla, Guardiola meteora potente e luminosa, Vilanova eroe simbolo di un Paese che troppo presto lo ha salutato attraverso le note vicende biografiche, abbandonando anzitempo gli amici e i campi dove allenava, l’improbabile Lucho infine, proprio quel Luis Enrique a Roma tanto deriso è stato la nuova sorpresa dell’ennesimo trionfo. Magicamente, chi è perdente fuori, diventa vincente a lavorando fra le mura e sui prati del Camp Nou.

Il ciclo si rigenera non perché Luis Enrique sia un portento, ma perché a Barcellona i fenomeni nascono e crescono perfino avendo le umili origini di Cenerentola.

Messi era destinato a non crescere, letteralmente, per un problema ormonale. Ora sta pericolosamente avvicinando le colonne d’Ercole, quelle dei giganti, quelle di Pelé e Maradona, quelle a cui erano stati accostati tanti fenomeni solo per l’eccessiva fantasia dei giornalisti.

Il trionfo catalano rientra nell’era delle vittorie seriali di questo club, scusate “Mes que un club”, perché neanche i soldi di uno sceicco arabo o di un magnate cinese in questo calcio plutocratico possono fermare l’onda blaugrana. Nemmeno gli scandali FIFA e gli innumerevoli processi affievoliscono i calcistici anni duemila della Catalogna. Nemmeno la fame di vittoria della Juventus ha potuto qualcosa, senza poter biasimare i tanti tifosi bianconeri che ci avevano creduto, anche solo un paio di minuti, grazie alla rete dello spagnolo Morata. Tanto che il Barça ha fatto accettare alla Juventus il numero 2, con orgoglio, data la crescita della Vecchia Signora, senza rammarico dato il gap, ormai quasi naturale che a nulla fa valere più le parole di Boniperti sull’assoluta necessità di vincere per contare qualcosa in questa disciplina. 

Ancora una volta i bambini di tutto il mondo giocheranno alla Playstation scegliendo Barcellona, la squadra dei marziani, da Messi all’ultimo dei magazzinieri, dal presidente Bartomeu, all’ultimo dei tifosi. 

Ancora una volta questa Cantera infinita porterà a credere che qualche sparuta sconfitta, quella degli anni pari e del 2013, sia solo frutto di un colpo di sfortuna, per un imponderabile giustizia calcistica o per salvare i ricavi della FIFA e dei diritti TV. Mourinho può ancora godere di essere lo Special One, perché il Barça non ha nulla di ONE ma solo di SPECIAL. Una macchina collettiva che si auto-rigenera rinvigorendo gli innesti del passato con novità sorprendenti, da Ronaldinho, Eto’o, Henry, a Messi, Villa, Sanchez, fino ai nuovi Neymar e Suarez.

Non una macchina perfetta, ma una macchina perfettamente perfettibile. Chapeau.