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Chissà cosa direbbe oggi Hobbes della Libia, un paese che vive ormai da anni una situazione di caos politico. Dalla caduta di Gheddafi le strutture statali libiche si sono lentamente ma inesorabilmente sbriciolate, ed oggi la sponda sud del Mediterraneo è una terra dove vige quel “tutti contro tutti” che il filosofo inglese avrebbe definito come “homo homini lupus”. Attualmente infatti in Libia si confrontano il governo internazionalmente riconosciuto rifugiatosi a Tobruk e padrone dell’est del paese (sostenuto da Egitto e Emirati Arabi Uniti), il fronte islamista padrone di Tripoli e dell’ovest del paese (sostenuto da Turchia, Qatar, Sudan), lo Stato Islamico a Sirte e in altre città costiere, e svariate altre milizie locali. I due attori maggiori della guerra civile sono però Tobruk e Tripoli. Il crollo delle istituzioni ha poi favorito la tratta di esseri umani verso le coste italiane e con essa la massiccia ondata migratoria del 2015. Questa semplice constatazione, aggiunta al progressivo ingrossamento delle fila dello Stato Islamico libico e all’allargamento dei suoi domini, hanno perciò spinto la comunità internazionale a cercare con più determinazione una soluzione al disastro libico. Nel quadro di un processo intavolato dall’ONU, rappresentanti dei due parlamenti di Tobruk e Tripoli si sono quindi incontrati nella cittadina marocchina di Skhirat e hanno condotto negoziati per mettere fine al conflitto, terminati nell’accordo del 17 dicembre. Tale accordo (recepito poi dal Consiglio di Sicurezza ONU) prevede la formazione di un governo d’unità nazionale: si stabilisce che il Consiglio Presidenziale provvisorio verrà formato da 9 membri (rappresentanti delle fazioni in guerra) e avrà il compito di nominare i membri del governo detto di “accordo nazionale”, il cui primo ministro designato è Fayez Sarraj già membro del parlamento di Tobruk. Tale nomina tuttavia deve essere preceduta dall’approvazione della composizione ministeriale da parte dei due parlamenti. La nomina dell’esecutivo non si è però rivelata semplice. Complice il fatto che nessuna delle dirigenze di Tobruk e di Tripoli è unanimemente d’accordo sull’opportunità di un tale sviluppo (denotando un’aspra divisione ancora persistente tra le parti), una prima proposta di composizione del governo è stata bocciata dal parlamento di Tobruk il 25 gennaio di quest’anno, secondo il quale 32 membri erano troppi per il nuovo governo. Le consultazioni sono quindi continuate fin quando il 14 febbraio è stata proposta una nuova rosa di nomi, questa volta più ristretta e comprendente non più di 18 ministri. Il Consiglio Presidenziale però non ha preso la decisione unanimamente: due dei suoi componenti si sono rifiutati di firmare visto che a loro avviso la scelta delle personalità era stata poco trasparente. Sembra poi che la proposta di appuntare Mahdi al-Barghati (colonnello dell’esercito fedele al governo internazionalmente riconosciuto, ma con buoni contatti tra gli islamisti) a ministro della difesa abbia procurato diversi attriti tra i delegati delle due parti della Libia, dato il grande interesse di entrambe le fazioni ad ottenere tale carica. Nonostante tutto, la parola è poi passata a Tobruk. Il parlamento, riunitosi nella serata di lunedì 15 febbraio, ha però chiesto del tempo per esaminare con maggior attenzione la lista di nomi presentati e il giorno seguente ha deciso di rinviare di una settimana la decisione finale, posponendo il voto di fiducia al 23 febbraio e chiedendo nel frattempo allo stesso Sarraj di presentare la composizione del suo esecutivo. Nonostante l’entusiasmo dell’inviato ONU per la Libia Martin Kobler, che definisce il momento come una “storica opportunità per la pace”, non è tuttavia scontato che la prossima settimana il parlamento si riunisca e decida l’approvazione della formazione ministeriale: diverse voci hanno infatti già espresso la loro convinzione che la concessione della fiducia parlamentare non sarà scontata, visto che a Tobruk non è emersa una chiara maggioranza in favore di questa seconda proposta. Tuttavia se i due parlamenti (e con essi i loro paesi sostenitori) si rivelassero pronti al compromesso e il governo di accordo nazionale dovesse entrare effettivamente in funzione, non solo la Libia potrebbe tornare a respirare dopo cinque anni un’aria di pace ma tutta l’Africa settentrionale ne risulterebbe grandemente stabilizzata. Ciò è tanto più vero se si considera che la guerra e la violenza generalizzata, così come le difficoltà economiche in cui versa il paese anche a causa delle falle finanziarie provocate dal basso prezzo del petrolio, stanno favorendo la rapida ascesa dello Stato Islamico. L’accordo del 17 dicembre è anche un’apertura in questo senso, volta a creare un governo unico capace di fronteggiare vittoriosamente i jihadisti anche col supporto di una coalizione internazionale (che l’occidente sembra ansioso di creare). Lo Stato Islamico libico ha recentemente dimostrato il suo potenziale con possenti attacchi nella zona dove sono situati i maggiori terminal petroliferi del paese, mentre i suoi legami col mondo dei traffici illegali sahariani (che fornirebbe armi, denaro e contatti con altri gruppi della regione) ne fanno un soggetto di particolare pericolosità. Sussistono però ancora ostacoli potenziali. Il primo è la discrepanza tra livello politico e militare del contesto libico: i due parlamenti possono pure approvare la proposta di governo di Sarraj ma alla decisione devono poi aderire anche tutte le riottose e autonome milizie che effettivamente combattono sul terreno. In tal senso il lavoro di tessitura diplomatico-militare da parte della comunità internazionale deve essere particolarmente minuzioso, vista soprattutto la concretezza del rischio di istituire un governo che potrebbe presto rivelarsi debole e privo di un solido controllo territoriale. Il secondo problema è poi l’organizzazione della lotta allo Stato Islamico. Prima di qualche mese è poco verosimile che il governo riesca ad essere del tutto operativo e si teme che per quel giorno i jihadisti avranno allargato la loro base in Libia. Dato anche il cattivo stato in cui versano le forze armate libiche, è quindi probabile che il nuovo governo dovrà chiedere un aiuto internazionale sotto forma di campagna aerea: la coalizione tuttavia dovrà tener conto degli interessi dei vari Stati immischiati nel conflitto e dovrà ricevere la legittimazione ad intervenire da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il che non sarà un lavoro facile e richiederà sicuramente del tempo. Il processo di pace ha preso il via nonostante le molte difficoltà: il percorso da seguire è segnato ed ora si starà a vedere se esiste una reale volontà di seguirlo. Tuttavia mentre Hobbes aspetta di veder sorgere dal deserto libico il suo Leviatano sotto forma di un unico governo che imponga la fine della violenza, la guerra di Libia continua a pochi passi da casa nostra.

Guido Albero Casanova

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