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La prima parte della partita di David Cameron sull’Europa si è conclusa. Dopo due giorni di intensi negoziati, i 28 leader europei al summit di Bruxelles hanno deciso per un accordo irreversibile e vincolante che rafforzi lo “status speciale” del Regno Unito all’interno dell’Unione Europea. L’annuncio è arrivato è in tarda serata del 19 febbraio su Twitter da parte della presidente della Lituania mentre era ancora in corso la cena tra i leader europei. Un Tweet di Cameron ha confermato poco dopo.

Inizia ora la seconda parte della partita, con l’unico obiettivo quello di fare approvare l’accordo dal popolo britannico. Rientrato a Londra ieri notte, il premier britannico ha presentato i dettagli dell’accordo a un consiglio dei ministri straordinario tenutosi sabato mattina, al termine del quale ha annunciato pubblicamente la data del referendum che si terrà, come già preannunciato anche se mai in via ufficiale, il 23 giugno di quest’anno.

Il primo ministro si schiera decisamente dalla parte del “si” all’Europa, invitando gli elettori a fare lo stesso il giorno del referendum: “La scelta è vostra, ma la mia raccomandazione è chiara. Credo che la Gran Bretagna sarà più sicura, più forte e migliore nel rimanere all’interno di una Unione Europea riformata” – ha dichiarato, sottolineando che un’uscita dall’Unione Europea “sarebbe una grave minaccia per la sicurezza nazionale ed economica del paese”.

L’intesa raggiunta a Bruxelles sembra soddisfare le richieste di Downing Street. Cameron è riuscito infatti a rinegoziare tutti e quattro i punti che voleva, esentando così il Regno Unito dal concetto di un’Unione sempre più stretta (“ever closer Union”), base del Trattato di Roma del 1957, alla prossima revisione dei Trattati.

La Gran Bretagna, usando le parole di Cameron, “ non farà mai parte di un “super-stato europeo” né di un esercito europeo, non aderirà all’euro, non parteciperà a salvataggi finanziari degli altri paesi dell’Unione e avrà inoltre il pieno controllo delle proprie frontiere”. Il punto più spinoso e controverso è proprio quest’ultimo: Cameron ha ottenuto di poter limitare l’accesso ai benefici sanitari e assistenziali agli immigrati, anche europei, per i primi quattro anni nel Regno Unito. Tale misura verrà applicata “a tutti i lavoratori nuovi arrivati in UK per un periodo di sette anni”. Inoltre, un “freno di emergenza” per l’accesso ai benefici e al welfare potrà essere attivato dopo sette anni in caso di “eccezionali” livelli di migrazione.

Ottenuta anche la piena supervisione delle banche senza regolamentazioni da parte dell’eurozona, mentre le imprese britanniche avranno “pieno accesso” ad un “free trade single market”.

Nonostante l’accordo, la partita per evitare la Brexit non è affatto facile da giocare. L’esecutivo è spaccato, con molti dei conservatori, insieme a ben sei ministri, a favore della Brexit. Tra questi, il colpo più duro arriva dal ministro della giustizia e amico di Cameron Michael Gove. Ancora incerta invece la posizione del sindaco uscente, Boris Johnson.

A favore del “si” oltre al più scontato George Osborne, si è dichiarata invece anche Theresa May, Segretario di Stato per gli affari interni del governo conservatore e nota euroscettica, che si è detta soddisfatta di quello che l’accordo prevede in termini di immigrazione e controllo delle frontiere.

I prossimi mesi saranno cruciali da giocare per Cameron, che lunedì sarà in Parlamento per l’avvio delle procedure per il referendum del 23 giugno. I sondaggi ad oggi danno anche una alta percentuale di indecisi, sui quali il primo ministro dovrà puntare per vincere la sua campagna per il “si” e, con essa, la sua immagine.

@AgostiniMea

“Articolo precedentemente pubblicato su www.londraitalia.com, ripubblicato con il permesso dell’editore” 

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