referendum – 360°- il giornale con l'università intorno http://www.360giornaleluiss.it Sun, 18 Feb 2018 20:38:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.8.2 http://www.360giornaleluiss.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/02/cropped-300px-32x32.png referendum – 360°- il giornale con l'università intorno http://www.360giornaleluiss.it 32 32 97588499 Fare i conti con il passato: il Kurdistan http://www.360giornaleluiss.it/fare-i-conti-col-passato-il-kurdistan/ Fri, 13 Oct 2017 08:15:59 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=8937 Il 13 ottobre di quasi un secolo fa, una storica disfatta segnava di fatto la fine di un impero. In quello che gli inglesi chiamerebbero turning point, questa data aprì un periodo pieno di cambiamenti che tuttora si stanno verificando. Si tratta della fine dell’Impero Ottomano, che non comprendeva la sola Turchia, ma numerosi altri

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Il 13 ottobre di quasi un secolo fa, una storica disfatta segnava di fatto la fine di un impero. In quello che gli inglesi chiamerebbero turning point, questa data aprì un periodo pieno di cambiamenti che tuttora si stanno verificando.

Si tratta della fine dell’Impero Ottomano, che non comprendeva la sola Turchia, ma numerosi altri territori che, dopo la dissoluzione, hanno a lungo combattuto per reclamare i propri confini.

Nello specifico, durante la Prima Guerra mondiale, l’Impero Ottomano era alleato degli imperi centrali. I turchi ottennero subito una prestigiosa vittoria sulla penisola di Gallipoli, guidati dal prestigioso leader Mustafa Kemal Pascià, annichilendo le forze anglo-francesi. Questo, però non fu necessario a impedire l’avanzata degli alleati: così, i turchi si trovarono a fronteggiare da una parte il nemico che sopraggiungeva, dall’altra la paura che i vicini armeni potessero allearsi con i russi. Così, accadde quello che passò alla storia come il “genocidio armeno”, lo sterminio di quasi un milione e mezzo di persone, tuttora negato dal paese turco (ragion per cui, oggi, non viene concesso il via libera alle trattative per entrare nell’Unione Europea).

Dunque, il governo turco giunse all’armistizio con Gran Bretagna e Francia il 13 ottobre 1918, conscio della fine inevitabile dell’impero e delle durissime condizioni che la resa avrebbe offerto loro.

Una volta sconfitta la Grecia, a causa di alcune pretese territoriali, nel 1922 nacque la Repubblica di Turchia, sotto la guida del presidente Kemal Pascià (detto Ataturk, “padre della Turchia”).

L’anno successivo, a Sèvres venne firmato il trattato di pace: questo, oltre a determinare delle aree di influenza sul territorio, specie per la Francia, stabilì dei confini che non vennero mai accettati e che oggi sono il casus belli di molti conflitti armati che incombono proprio in prossimità di quelle zone limitrofe.

Teatro di numerosi conflitti fu la città di Kobane che, al confine fra Siria, Turchia e la provincia del Kurdistan, venne più volte rivendicata. Questa città ebbe una grande importanza durante la Grande Guerra: infatti, numerosi armeni e Curdi scampati al massacro, si rifugiarono qui. Perciò, oggi, questi reclamano a gran voce il controllo della città. Nel 2014, in particolare, vinse la strenua difesa della città contro l’assedio incessante dell’ISIS, non disposto a negoziare un centimetro. In un susseguirsi di conquiste e sconfitte, la città fu persa e riconquistata nel 2015. Inutile dire che la situazione al confine è delicatissima.

Altra questione è quella del Kurdistan: con i trattati, gli europei, assicurarono la creazione di uno stato curdo, mai sorto.

Sebbene ora prestiamo tutti attenzione alla questione catalana, notizia degli ultimi giorni è quella del referendum vinto con uno schiacciante 93% per il SI all’indipendenza della parte irachena della provincia. Un’isola nel deserto. Si tratta di un territorio che tocca quattro stati attualmente esistenti ( Iran, Iraq, Siria e Turchia ), tutti territori, ancora una volta, di confine, che si trovano a fare i conti con il trattato post-bellico sopra citato.

Ora, un popolo mai riconosciuto effettivamente, prova a farsi sentire e a fronteggiare la Storia. E’ il momento di rivendicare e recriminare, in particolare agli europei, ciò che stabilirono un secolo fa: è proprio lì che tarparono le ali ai curdi. Ora, la diplomazia internazionale non può chiudere gli occhi davanti a una vittoria così netta: Stati Uniti, Turchia e Iraq ancora non riconoscono il paese. Ora, le grandi potenze, non possono continuare a imbattersi nell’errore già commesso cent’anni fa, dopo i trattati. Adesso è giusto e doveroso far rivivere il “Grande Kurdistan”, che sarebbe dovuto nascere dalle ceneri dell’Impero ottomano. Non si possono ignorare 5,2 milioni di abitanti che con un voto chiedono a gran voce di essere riconosciuti sotto la stessa bandiera. Sotto le stesse regole. Dentro gli stessi confini.

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Il nuovo volto della Turchia: il popolo ha detto “evet” al presidenzialismo di Erdogan http://www.360giornaleluiss.it/il-nuovo-volto-della-turchia-il-popolo-ha-detto-evet-al-presidenzialismo-di-erdogan/ Tue, 18 Apr 2017 14:54:31 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=8546 L’ hanno chiamata ‘vittoria di misura’, sul filo di lana. Nonostante la percentuale – tutt’altro che schiacciante – del solo 51,3% dei consensi, il Sì popolare alle riforme costituzionali varate dal governo di Ankara consegna ormai definitivamente, e in forme più che legali, i pieni poteri nelle mani di un solo uomo. Recep Tayyip Erdogan

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L’ hanno chiamata ‘vittoria di misura’, sul filo di lana.

Nonostante la percentuale – tutt’altro che schiacciante – del solo 51,3% dei consensi, il Sì popolare alle riforme costituzionali varate dal governo di Ankara consegna ormai definitivamente, e in forme più che legali, i pieni poteri nelle mani di un solo uomo.

Recep Tayyip Erdogan sa bene come travestire di largo consenso il suo progetto politico di accentramento e, mentre marcia a piè deciso verso una forma di governo del tutto presidenziale, calpesta pure le accuse di “sultanato” mosse dalle opposizioni, che tengono il dito puntato alle schede non valide mentre urlano al broglio elettorale.

Ma le critiche alla legittimità del referendum che si è svolto domenica scorsa, provengono anche da sedi internazionali ben più autorevoli. Secondo Alen Korun, deputata austriaca e membro della delegazione d’osservazione OSCE, sarebbero oltre 2 milioni le schede ritenute manipolate; nel frattempo la stessa Unione Europea ha invitato le autorità turche ad avviare un’ inchiesta sui risultati del voto e, alla luce degli ultimi allarmanti rapporti degli osservatori, di prestare più attenzione alla prossima politica interna. Soprattutto in vista del tanto agognato, discusso, ingresso nella grande famiglia europea.

Erdogan, per tutta risposta, accenna alla reintroduzione delle esecuzioni capitali mentre dall’altro capo del mondo arriva il beneplacito di Donal Trump che avrebbe incentivato l’ormai Presidente turco ad una collaborazione continua per la lotta al terrorismo mediorientale.

L’avanazata dell’ISIS non è però il solo tallone d’achille della politica estera erdoganiana, ambigua e altalenante, perennemente messa sotto accusa dallo spettro russo, imperscrutabile a quello americano. C’è anche l’annosa questione curda. Il PKK, in particolarmodo, che da partito ufficiale diviene, dopo anni, un’ organizzazione terroristica riconosciuta come tale persino dalla NATO (dove la Turchia conserva il suo peso di referente obbligato per il nostro stato); e poi gli arresti a danno dei giornalisti, le sparizioni e i confinamenti di giudici e magistratri, la chiusura di molte redazioni e televisioni locali, la cacciata, nel novembre scorso, di oltre trecentocinquanta ONG presenti sul territorio statale.

Così i diritti umani, la libertà di stampa, l’imparzialità della pubblica amministrazione e della magistratura, da molti anni a questa parte non sono più – o forse non lo sono mai stati – il punto forte di Recep che – specie dal golpe militare dello scorso 15 luglio – ha manifestato una aberrante e risoluta capacità di procedere a veri e propri repulisti di massa, sotto gli occhi sbalorditi della comunità internazionale.

Oltre al noto caso dell’omicidio avvenuto in diretta tv dell’avvocato curdo di fama internazionale, Tahir Elci, trafitto dai proiettili di una sparatoria tra polizia locale e presunti attentatori mai identificati, val la pena di ricordare i circa 40 giornalisti di DHIRA, testata d’ispirazione filo-curda, che hanno trascorso più di qualche mese detenuti nelle carceri turche, e cui ora non è più concesso di pubblicare; o ancora, l’arresto del noto giornalista e scrittore Ahmet Sik, vincitore nel 2014 del premio mondiale UNESCO per la libertà di stampa, barbaramente consegnato alle forze di polizia del suo Paese per vilipendio dello Stato, appena due anni dopo. Infine, come sempre gettate nel mucchio della tortura ai diritti umani, la condizione delle donne turche o, meglio, di quelle cui lo Stato concede ancora, secondo volontà del marito, di vivere in rigorosa osservazione dei dettami dell’Islam. 

Tahir Elci, avvocato e attivista filo-curdo, muore sotto una scarica di proiettili pochi minuti dall’aver rilasciato un’ intervista ad una tv locale, nel distretto di  Diyarbakir (sud est della Turchia). Le dinamiche della sua uccisione non furono mai chiarite, e da più parti il governo turco è stato accusato di omicidio di stato.

Se non bastasse questo a tratteggiare un quadro della situazione, la Corte di Cassazione ha bloccato, lo scorso dicembre, il rimpatrio coatto di un trafficante di droga turco, con ben 7 anni di pena già scontati in Germania, affermando che non fosse materialmente possibile estradarlo in quanto il suo paese d’origine violava i diritti umani. Dopo il golpe militare di luglio infatti, le autorità reinsediatesi dichiaravano la sospensione immediata della Convenzione dei diritti umani in territorio turco. La ragione? Golpe militare, via i diritti umani. In questo panorama, non è allora troppo azzardato affermare che la mezzaluna rossa, ormai ex repubblica parlamentare, più che assumere le agognate vesti del presidenzialismo in stile USA, sembra  avvicinarsi alle autocrazie mediorientali che lì, nelle terre d’islam, hanno sempre ricevuto largo consenso.

Ma cosa prevedono l’insieme delle riforme costituzionali, approvate dal governo di Ankara e sottoposte con successo al vaglio referendario della popolazione turca di domenica scorsa?

Erdogan ha adesso non solo la maggioranza in parlamento, ma anche la facoltà di accentrare nella sua persona, i massimi poteri esecutivo, giudiziario e legislativo. A partire da domenica scorsa, ciò potrà avvenire senza che l’Assemblea di Ankara possa più esercitare alcun controllo al riguardo. Del resto in quella stessa assemblea, Recepp otteneva la maggioranza alle elezioni del 2015 con il 49,9 percento dei voti: ma c’è di più. Erdogan infatti, dal 2019, potrà essere rieletto per due termini consecutivi di 5 anni ciascuno, con una prelazione per ulteriori 5 anni. Questo meccanismo potrebbe portarlo in ipotesi a restare al potere fino al 2030 e a rimanere, fino a quella data, la sola ed unica figura di riferimento come Capo dello Stato in Turchia. L’incarico di premier, in classico taglio presidenziale, è infatti destinato all’abolizione progressiva, mentre i ministri dovrebbero essere eletti direttamente dal Presidente, con una significativa riduzione della loro responsabilità politica di fronte alla Assemblea di Ankara.

Non è un bel panorama, certo. Ma è pur sempre una scelta del popolo turco. Almeno, stando ai dati ufficiali, alle parole di un Sultano che ci chiede di rispettare un voto democratico.

Recep Tayyip Erdogan, saluta la folla dopo la vittoria referendaria di domenica scorsa. Di fronte alle critiche dell’opposizione interna e ai rilievi delle autorità di controllo internazionali, Erdogan continua ad invitare il mondo a rispettare la scelta del suo popolo.

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La vittoria del No e le dimissioni di Matteo Renzi http://www.360giornaleluiss.it/la-vittoria-del-no-e-le-dimissioni-di-matteo-renzi/ Mon, 05 Dec 2016 09:58:02 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7768 Domenica 4 dicembre si è tenuto l’atteso referendum sulla riforma costituzionale voluta dal governo Renzi. Il no ha vinto con il 59,1%, contro il 40,9% del sì. L’affluenza è stata altissima, dato assai raro in un referendum italiano, e si è fermata al 65,47% (dati Ministero dell’Interno). Si è votato di più al nord che

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Domenica 4 dicembre si è tenuto l’atteso referendum sulla riforma costituzionale voluta dal governo Renzi. Il no ha vinto con il 59,1%, contro il 40,9% del . L’affluenza è stata altissima, dato assai raro in un referendum italiano, e si è fermata al 65,47% (dati Ministero dell’Interno). Si è votato di più al nord che al sud. Il no ha stravinto al sud e il ha perso in modo più contenuto al nord. Un dato di rilievo è che il ha prevalso solo in due regioni (Toscana ed Emilia-Romagna), nella provincia autonoma di Bolzano e tra gli italiani all’estero. La Sicilia e la Sardegna sono state le regioni dove il no ha vinto in misura più netta (Palermo e Siracusa con il 73%, Cagliari, Oristano e Catania con il 74%), ma il no ha stravinto anche in Puglia e Basilicata (70%) e nella provincia di Napoli. Anche Roma ha votato in maniera decisa per il no, mentre in Toscana e in Emilia-Romagna ha vinto dappertutto il sì, però non raggiungendo numeri così netti.  Ad ogni modo, il no ha superato i 19 milioni di voti complessivamente.

Data la schiacciante e inequivocabile vittoria del no, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha annunciato le proprie dimissioni alle 00:25, quando lo spoglio era ancora in corso: “Mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta. Volevo ridurre il numero delle poltrone. La poltrona che salta è la mia”. Personalmente, credo sia solo da lodare la coerenza di un uomo politico che ha fatto esattamente quello che aveva annunciato, all’inizio della campagna elettorale, nel caso in cui il no avesse vinto. Visibilmente emozionato, Renzi ha tenuto un discorso molto pacato e distensivo, chiaro, senza rancore e con il rispetto per il verdetto delle urne. Il segretario del PD rassegnerà le sue dimissioni al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, oggi pomeriggio. Martedì, invece, ci sarà la direzione del Partito Democratico, nel corso della quale, probabilmente, si deciderà anche la strada da seguire per il partito che ha la maggioranza in Parlamento.

Ritornando alle dimissioni, il presidente Mattarella potrebbe:

  • Chiedere a Renzi di rimanere in carica e presentarsi alle due Camere per un nuovo voto di fiducia;
  • Accogliere le dimissioni e avviare la prassi delle consultazioni;
  • Sciogliere le Camere, ponendo fine alla legislatura iniziata nel 2013, e andare ad elezioni anticipate.

Obiettivamente, la prima ipotesi sembra assolutamente remota, dato il senso di quanto detto da Renzi nell’annunciare le sue dimissioni. Per non parlare del fatto che nel fronte del no c’è stata anche buona parte della minoranza del PD che, a questo punto, non darebbe sicuramente più la fiducia al premier.

La terza ipotesi è ancora più improbabile. Si andrebbe a votare infatti con l’Italicum alla Camera e il Consultellum (cioè il “Porcellum”, così come modificato dalla Corte Costituzionale) al Senato. Ricordo che l’Italicum è un sistema che garantisce alla lista più votata (al primo turno o dopo l’eventuale ballottaggio) di avere la maggioranza assoluta dei seggi. Il Consultellum, invece, è un proporzionale con le preferenze, senza premio di maggioranza e con soglie di sbarramento del 2 o del 4%. Percorrendo questa strada il Paese si ritroverebbe in una situazione analoga a quella del 2013, se non più confusionaria, con l’obbligo di fare un governo di larghe intese.

Quindi, l’ipotesi più realistica è la seconda: Mattarella accetterà le dimissioni di Renzi e, dopo le consultazioni con i presidenti di Senato e Camera, i senatori a vita e i leader dei gruppi parlamentari, darà un mandato esplorativo ad un esponente politico o tecnico (come Presidente del Consiglio incaricato si fanno i nomi di Franceschini, Delrio, Padoan e Grasso) al fine di verificare se ci siano le condizioni per formare un nuovo governo che, a questo punto, potrebbe essere formato solo per approvare una nuova legge elettorale valida per entrambi i rami del Parlamento. Se le condizioni ci saranno, il soggetto in questione scioglierà la riserva e darà vita al nuovo governo; in caso contrario, il Presidente della Repubblica potrebbe anche sciogliere le Camere.

In ogni caso, è innegabile come la caduta del governo Renzi, nato circa 1000 giorni fa, aprirà una fase di grande incertezza politica ed economica per il nostro Paese. Sicuramente l’ormai prossimo ex Presidente del Consiglio non si aspettava una sconfitta di queste dimensioni. Il 40 % delle ultime europee si è trasformato nel 40% del referendum, con la differenza che, mentre alle europee fu una vittoria che sembrava sancire una duratura luna di miele tra Renzi e il popolo italiano, questa volta quel numero ha rappresentato una pesante sconfitta con venti punti di differenza rispetto a chi ha vinto. A mio personalissimo parere Renzi ha sbagliato, specie nelle prime fasi della campagna elettorale, a personalizzare eccessivamente la campagna referendaria. In seguito ha corretto il tiro, ma ormai il dado era tratto. Molta gente ha interpretato questo voto come un plebiscito “in stile De Gaulle” pro o contro Renzi; per questo sono d’accordo con le sue dimissioni (fosse rimasto sarebbe stato accusato di essere attaccato alla poltrona). Comunque, il Paese si è allontanato presto dallo spirito di quelle europee: è diventato insensibile ad annunci e promesse del governo (alcune delle quali, va detto, sono state realizzate e non sono rimaste aria fritta). È anche vero che è impossibile che oltre 19 milioni di italiani abbiano votato semplicemente contro Renzi; evidentemente questa riforma non è piaciuta, per un motivo o per l’altro, a tanta gente. È certo che molti sostenitori del no hanno studiato in maniera approfondita il contenuto della riforma e, molto semplicemente, non hanno voluto appoggiarla.

Adesso toccherà  al PD, e ancora allo stesso Renzi se ne rimarrà segretario, indicare una strada per uscire dalla situazione di profonda incertezza odierna. Un governo va messo in piedi alla svelta e va approvata una nuova legge elettorale, la più condivisa possibile dalle forze politiche.

Riguardo ai vincitori di questo referendum, cioè il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, la Lega Nord di Salvini, Forza Italia di un redivivo Berlusconi e la minoranza PD di D’Alema, rappresentano una formazione fin troppo variegata e disomogenea per poter essere anche maggioranza di governo. Ulteriore ragione per cui è necessaria una seppur breve unità nazionale per poter ritornare alle urne con una legge che garantisca un vincitore certo se non la sera stessa delle elezioni, quantomeno dopo rapide consultazioni del Presidente della Repubblica.

Di sicuro, di una giornata referendaria in un senso o nell’altro storica, quello che ha colpito è stata la grande partecipazione al voto dei cittadini, che hanno sentito questa chiamata alle urne come vitale per il Paese. Renzi ha fatto una scommesso e ha perso, ciò che importa davvero adesso è che si inizi a parlare finalmente di futuro e non dell’ennesimo salto nel buio.

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Corsa all’ultimo voto: Renzi alla Nuvola di Fuksas http://www.360giornaleluiss.it/corsa-allultimo-voto-renzi-alla-nuvola-fuksas/ Sun, 27 Nov 2016 12:23:38 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7711 ‘Arriva un punto in cui chi fa politica deve provarci’: queste le parole del premier Matteo Renzi all’incontro svoltosi nella modernissima Nuvola di Fuksas all’EUR in cui il Presidente Del Consiglio ha provato a convincere gli ultimi indecisi a segnare la casella del SI sul quesito referendario. Ed è proprio il quesito che l’ha fatta

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‘Arriva un punto in cui chi fa politica deve provarci’: queste le parole del premier Matteo Renzi all’incontro svoltosi nella modernissima Nuvola di Fuksas all’EUR in cui il Presidente Del Consiglio ha provato a convincere gli ultimi indecisi a segnare la casella del SI sul quesito referendario.

Ed è proprio il quesito che l’ha fatta da padrone sul maxi schermo, per quasi tutta la durata della manifestazione, rendendosi simbolo emblematico e imprescindibile per la discussione che ne è scaturita.

Frecciatine rivolte a Raggi, Grillo e Salvini hanno intervallato le fervide ragioni che, secondo il premier, dovrebbero portare l’Italia a credere nella proposta di cambiamento fatta dal Governo, proposta da cui deriverà ‘il futuro dell’Italia intera’. Una proposta che ha subito più di duemila votazioni e ottantacinque milioni di emendamenti nel procedimento.

In un totale di cinquanta minuti partiti da un mea culpa sulla personalizzazione della causa e la sua politicizzazione, si è fatta la corsa all’ultimo voto, perché ‘ci siamo, è la settimana finale, quella decisiva per l’esito’.

La proposta viene mostrata all’interno di una comparazione dei costituzionalismi europei contro quello vigente in Italia: il bicameralismo paritario è unico tra monocameralismi e bicameralismi imperfetti, in cui le seconde camere sono espressione delle autonomie territoriali.

Punto chiave nella discussione è la questione di fiducia che passerebbe dall’essere esercitata da entrambe le Camere ad una sola di queste. Ci sarebbe, pertanto, un limite all’instabilità che ci colpisce di frequente a causa di governi caduti per questo motivo.

Frequenti gli spunti raccolti dal pubblico relativi alle perplessità nutrite sia dalla maggioranza dell’elettorato che dalle opposizioni: Renzi, raccogliendole, le ha rese la linea guida del suo discorso, dal deficit di democrazia alla deriva autoritaria prospettate rispettivamente da Berlusconi la prima e da Casa Pound la seconda. Il Premier risponde, per il rischio di deficit di democrazia, che il sistema dei pesi e contrappesi resta lo stesso, nonostante i senatori conteranno di meno e saranno espressione delle autonomie territoriali ma comunque, sottolinea, saranno eletti dal popolo e privi di stipendio. Alla seconda perplessità obietta che, nonostante tutto, l’Italia è una grande democrazia in cui una deriva autoritaria è impossibile anche solo da immaginare.

In fondo, spiega il Presidente del Consiglio, ciò che egli sta proponendo è solo un completamento di anni e anni di innumerevoli precedenti proposte di politici e di commissioni susseguitesi nel tempo che hanno provato a superare il bicameralismo paritario, risultato di un compromesso tra le diverse forze politiche presenti in Assemblea Costituente.

È un ‘SI o MAI’ a detta di Renzi: una riforma che riduce il garantismo del sistema odierno e i costi della politica, tagliando gli sprechi attraverso la riduzione del numero dei parlamentari. Una riforma a cui neanche gli elettori dei M5S dovrebbero dire di no ‘per coerenza con la loro storia’, essendoci la riduzione dei quorum referendari, l’obbligo di discutere proposte di legge popolari e quello di ridurre i costi. La loro opposizione, pertanto, sarebbe puro ostruzionismo alla riuscita della modifica da sempre auspicata da ogni parte politica.

In chiusura, viene proiettata una clip in cui è chiesto ad un famoso calciatore quale sia stato il momento più bello di tutti nella sua carriera e la risposta è delle più poetiche: ‘non un grande goal ma un semplice passaggio’ a monito che ‘devi fidarti dei tuoi compagni altrimenti tutto è perduto’.

Sicuramente qualcuna delle quattromila persone presenti l’avrà convinta. E voi siete convinti? In fondo, #bastaunsì.

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Tutte le sciocchezze dell’Economist sul referendum http://www.360giornaleluiss.it/tutte-le-sciocchezze-delleconomist-sul-referendum/ Fri, 25 Nov 2016 17:47:41 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7677 L’articolo dell’Economist in cui viene spiegato per quale motivo gli italiani dovrebbero votare no al referendum del 4 dicembre è confuso, incoerente e pregno di benaltrismo e le motivazioni con cui sono arrivati a questa conclusione dimostrano una scarsissima conoscenza non solo della riforma, ma soprattutto del sistema istituzionale e politico italiano. La rivista parte dal presupposto

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L’articolo dell’Economist in cui viene spiegato per quale motivo gli italiani dovrebbero votare no al referendum del 4 dicembre è confuso, incoerente e pregno di benaltrismo e le motivazioni con cui sono arrivati a questa conclusione dimostrano una scarsissima conoscenza non solo della riforma, ma soprattutto del sistema istituzionale e politico italiano.

La rivista parte dal presupposto che la modifica della Costituzione sia sbagliata in quanto non centra il principale problema dell’Italia, che viene invece individuato nella riluttanza e l’indisponibilità a riformarsi. Questa frase continua a lasciarmi perplesso: non riesco a capire in che modo possa essere rimossa questa presunta indisponibilità alle riforme attraverso una modifica costituzionale, ma soprattutto non si capisce come un rifiuto a una riforma, attraverso appunto il no caldeggiato dall’Economist, possa dare un segnale che l’Italia sia aperta al cambiamento.

Oltre questo presunto problema di fondo, per l’Economist il grande rischio, che viene definito come il peggiore dei difetti, è che la riforma darebbe un mandato popolare a un uomo forte, “preoccupante” in un paese che ha prodotto Mussolini e Berlusconi. Tralasciando questa critica che sa di paternalismo e che sarebbe applicabile alla maggioranza dei paesi democratici, l’Economist perde di vista che al massimo sarebbe la legge elettorale a creare questa condizione e dimentica che, anche con la riforma, il sistema italiano rimane un parlamentarismo, in cui il governo è sempre legato dal rapporto di fiducia con la Camera dei deputati.

Se da un lato la rivista riconosce alla riforma il pregio di rimuovere lo stallo dovuto al bicameralismo paritario e di affidare al nuovo Senato un ruolo simile a quello delle seconde camere di Germania, Spagna e Regno Unito, dall’altro, per l’Economist, il progetto di Renzi sarebbe addirittura un’offesa ai principi democratici, in quanto il Senato non sarebbe eletto direttamente dei cittadini.

Peccato che neanche negli esempi citati dalla stessa rivista come positivi, i membri della camera alta siano eletti direttamente dai cittadini: nel Bundesrat tedesco sono delegati dai governi dei lander, quindi senza neanche che sia garantita la rappresentanza alle opposizioni, nel Senado spagnolo un quinto dei senatori sono designati dalle 17 assemblee delle Comunità autonome e la House of Lords britannica è formata da Lord che acquisiscono il titolo per eredità, Lord che sono presenti perché ricoprono una carica ecclesiastica e Lord nominati dal sovrano su consiglio del primo ministro.

Questo significa che l’elezione dei nuovi senatori in Italia rispetterà i principi democratici più di tutti questi esempi, in quanto saranno eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. E oltretutto l’Economist dimentica la proposta di legge Chiti-Fornaro, che sarà discussa (e con grande probabilità approvata) nell’eventualità che vinca il sì al referendum e prevede che i cittadini ricevano due schede distinte al momento del rinnovo dei consigli regionali, una per i consiglieri regionali e una per i senatori, rendendo così, di fatto, l’elezione dei senatori un’elezione diretta.

Un’altra critica sul senato è che diventerebbe un “magnete per i politici più squallidi dell’Italia”, dal momento che garantirebbe ai senatori l’immunità dalla prosecution, vale a dire la conduzione di azioni legali contro qualcuno in relazione a un’accusa. Anche qui l’Economist prende un abbaglio non indifferente. Non esiste nulla di tutto ciò nel diritto italiano. Va innanzitutto fatta una distinzione tra l’immunità per i voti e le opinioni espresse, che esiste già per i consiglieri regionali, e quella dalle limitazioni della libertà personale (tranne per i casi di flagranza), che devono essere autorizzate dalla camera di appartenenza. Dunque i senatori beneficerebbero di questa seconda immunità, ma cosa significa? I parlamentari continueranno a poter essere indagati, senza la necessità dell’autorizzazione della camera di appartenenza, mentre quello che non si può e non si potrà fare senza autorizzazione della camera di appartenenza è la perquisizione personale o domiciliare e l’arresto o la privazione della libertà personale del parlamentare, tranne nei casi di una sentenza irrevocabile o della flagranza di reato. Questo è un principio fondamentale in un paese democratico, perché garantisce la separazione tra il potere giudiziario e quello legislativo.

L’Economist procede affermando che la nuova legge elettorale garantisce il 54% dei seggi al partito di maggioranza con un trucco, un espediente. Questo “trucco”, però, si chiama doppio turno: un sistema che garantirà che sia una maggioranza di elettori a determinare il partito di maggioranza in parlamento.

Ma per la rivista il problema più grande dell’Italia non è la difficoltà di fare le leggi. In questo sono d’accordo: le leggi in Italia, seppure quelle di iniziativa parlamentare ci mettano in media 533 giorni per essere approvate, si fanno. Il problema è del modo in cui vengono fatte: la continua concertazione tra i partiti della coalizione di maggioranza (mai dal 1948 a oggi c’è stata una legislatura in cui un unico partito avesse da solo la maggioranza) inevitabilmente non permette che un governo possa portare avanti il proprio programma e, soprattutto, impedisce che sia chiaro cosa sia responsabilità di chi.

A questo punto l’Economist fa una valutazione sul governo di Renzi, criticandolo per aver sprecato quasi due anni in constitutional tinkering, ad armeggiare con la costituzione, quando avrebbe dovuto fare altro, come cercare di migliorare il sistema dell’istruzione. L’Economist forse dimentica la riforma della Buona Scuola e in generale i risultati raggiunti da questo governo negli ultimi 1000 giorni, su cui possono esserci valutazioni politiche differenti, ma quello che è innegabile è che non è un governo che non ha fatto nulla per due anni.

Questo governo è nato con lo scopo specifico di riformare la costituzione, ritenuta una necessità da tutte le forze presenti in parlamento. Non bisogna dimenticare la crisi istituzionale che si è verificata a seguito delle elezioni del 2013 che ha poi portato alla rielezione di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica: lì emerse con chiarezza l’urgenza e l’importanza di riforme istituzionali.

Non condivido la critica che viene fatta a Renzi di aver “personalizzato” il referendum, che per l’Economist è una minaccia agli italiani: si tratta di assumersi le proprie responsabilità. Se Renzi non avrà successo nel compito fondamentale che gli era stato affidato, sarà giusto che si dimetta. Le dimissioni di Cameron dopo la sconfitta del Remain sono state esaltate per questo motivo: la frase ricorrente di quei giorni era “in Italia nessuno l’avrebbe mai fatto”. Che piaccia o no Renzi, questa volta in Italia qualcuno ha promesso di farlo.

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REFERENDUM? COSA CAMBIA, COME VOTI http://www.360giornaleluiss.it/referendum-cosa-cambia-come-voti/ Sat, 15 Oct 2016 19:38:29 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7236 Il nostro Presidente del Consiglio Matteo Renzi lo ha annunciato lo scorso 26 settembre. Abbiamo una nuova data. Il prossimo 4 dicembre, gli italiani potranno considerarsi ufficialmente convocati in cabina per decidere se approvare o respingere in toto la riforma del testo della nostra Costituzione così come disegnata dal ddl Boschi-Renzi e già approvata dal

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Il nostro Presidente del Consiglio Matteo Renzi lo ha annunciato lo scorso 26 settembre. Abbiamo una nuova data. Il prossimo 4 dicembre, gli italiani potranno considerarsi ufficialmente convocati in cabina per decidere se approvare o respingere in toto la riforma del testo della nostra Costituzione così come disegnata dal ddl Boschi-Renzi e già approvata dal Parlamento.

Sono molti i tg e servizi di programmi Tv che hanno provato a sondare il terreno. Quanti di noi conoscono la natura ed il significato del prossimo referendum costituzionale?

Tra le varie interviste è emersa una ignoranza dilagante, anziani e giovani studenti incapaci di descrivere compiutamente anche solo uno dei punti in oggetto alla più discussa riforma del governo Renzi.

Sembra dunque doveroso spiegare ai nostri lettori cosa è il referendum, l’arcano che continua a dividere la politica italiana, in cosa consiste e cosa intende modificare.

Il prossimo è un referendum consultivo, previsto come passo obbligato per una riforma costituzionale dal testo stesso della nostra carta fondamentale.

Ma cosa significa? Significa che non prevede il raggiungimento di alcun quorum e sarà valido perciò a prescindere dal numero di elettori che andrà a votare.

Se la maggioranza di noi voterà SÌ, la costituzione verrà de facto modificata.

Se la maggioranza di noi voterà NO, il suo testo resterà invariato.

Il progetto è ambizioso e prevede la modifica di ben 47 articoli della nostra Costituzione.

Vediamo di sintetizzarlo in 5 punti fondamentali, cercando di garantire ad ognuno di voi una votazione consapevole.

La riforma del Senato. É sicuramente l’aspetto centrale della riforma e significherebbe la fine del bicameralismo perfetto, sistema che in Europa siamo ancora gli unici ad avere. In altre parole il Senato perderebbe la sua funzione eminentemente legislativa, che condivide ad oggi in maniera assolutamente paritaria con la Camera, e la conserverebbe solo in alcune precise materie tra cui: riforme costituzionali; minoranze linguistiche; enti locali ed accordi tra Stato, enti locali ed Unione Europea; trattati comunitari ed internazionali. Il nuovo Senato non darebbe più la fiducia al governo, cui basterebbe quindi quella della sola Camera, e diverrebbe sede rappresentativa esponenziale degli enti locali, o meglio, delle maggioranze politiche in questi insediatesi a seguito delle rispettive ultime votazioni politiche. Il numero dei senatori passerebbe così a soli 100: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 di nomina presidenziale. La durata in carica presso l’ente locale di appartenenza è ovviamente presupposto di durata del mandato senatoriale. La maggior parte dei nuovi senatori non sarebbe più quindi eletta direttamente dai cittadini, ma prescelta dai Consigli Regionali con consueto metodo proporzionale, ad esclusione dei sindaci eleggibili anche in scadenza di mandato. La consueta immunità abbraccerebbe solo l’esercizio delle funzioni parlamentari, non anche quello delle funzioni amministrative locali. L’assenteismo, sia nel caso dei deputati che in quello dei senatori, che sono quindi anche consiglieri regionali/sindaci, diverrebbe disattenzione di un preciso dovere costituzionale. Gli emolumenti resteranno quelli spettanti per la carica locale. Infine, sarà il presidente della Camera, e non più quello del Senato, a sostituire in via temporanea il Capo dello Stato in caso di impedimento o dismissione.

La soppressione del CNEL. Dal nostro ordinamento verrebbe espunto il Consiglio Nazionale per l’economia e il lavoro, organo ausiliario attualmente composto da 64 consiglieri e dotato di funzioni principalmente consultive, oltre all’iniziativa legislativa in materia economica.

Elezione del Presidente della Repubblica. A tale elezione non parteciperebbero più i delegati regionali ma solo le due Camere in consueta seduta comune. La maggioranza dei 2/3 dei componenti sarebbe infine necessaria fino al quarto scrutinio, bastando poi solo quella dei 3/5 che dal settimo scrutinio riguarderebbe i soli votanti.

Modifiche al Titolo V. La riforma costituzionale riporterebbe circa 20 materie alla competenza esclusiva dello Stato, sottraendole all’attuale competenza concorrente. Tra le altre diverrebbero quindi disciplinabili solo con legge statale le materie che attengono a trasporti e navigazione, porti ed aeroporti, ambiente ed energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro e ordinamento delle professioni.

Referendum abrogativo e iniziativa popolare. Il quorum di validità del referendum abrogativo resterebbe del 50% più uno dei votanti e verrebbe ridotto solo in caso di aumento del numero dei cittadini proponenti a 800mila. In quest’ultimo caso il quorum richiesto si abbasserebbe al 50% più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche. Infine per una proposta di legge ad iniziativa popolare servirebbero ben 150mila firme e non più solo 50mila.

Da questo panorama complessivo dovrebbe derivare una significativa riduzione dei costi, non ultima in questo senso l’abolizione degli organismi provinciali.

La scheda che vi troverete di fronte in cabina avrà pertanto più o meno questo aspetto, racchiudendo in una sola domanda tutti i punti di cui sopra.

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Renzi, referendum e incomprensioni http://www.360giornaleluiss.it/renzi-referendum-e-incomprensioni/ Wed, 24 Aug 2016 09:02:38 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=6863 Renzi ha dichiarato che la legislatura finirà nel 2018, come previsto, a prescindere dal risultato del referendum costituzionale. Questa presa di posizione ha scatenato il fronte schierato a favore del “No” contro il nostro Presidente del Consiglio. Affermando ciò, infatti, Renzi ha negato che si dimetterà se vincerà il “No”, come aveva invece precedentemente sostenuto.

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Renzi ha dichiarato che la legislatura finirà nel 2018, come previsto, a prescindere dal risultato del referendum costituzionale. Questa presa di posizione ha scatenato il fronte schierato a favore del “No” contro il nostro Presidente del Consiglio. Affermando ciò, infatti, Renzi ha negato che si dimetterà se vincerà il “No”, come aveva invece precedentemente sostenuto. Questa contraddizione è stata fortemente percepita da buona parte dell’elettorato che aveva pensato di andare a votare contro il referendum per far cadere questo governo e quindi questa parte ha reagito in massa.

La reazione di questi, in effetti, è pienamente comprensibile, da questo punto di vista. Renzi ha commesso fin dall’inizio un errore notevole nel voler legare questo referendum a doppio filo con il proprio mandato. Così facendo, infatti, ha implicitamente chiesto all’elettorato italiano di porre una fiducia sul proprio operato. Com’è logico che sia, ciò ha totalmente annullato la discussione nel merito del quesito referendario e l’ha appiattita in una dialettica pro/contro governo Renzi.

L’argomento centrale di questo articolo però non riguarda una valutazione della strategia politica di Renzi sul referendum. In realtà, non riguarda neanche il quesito stesso nel merito. Ciò che ritengo più utile approfondire al momento è il livello di confusione dell’opinione pubblica. Si badi però che la confusione di cui parlo non è quella di buona parte dell’elettorato nel merito del contenuto della riforma costituzionale. Quella è pienamente comprensibile, da un certo punto di vista, essendo una riforma recente e molto complessa.

La confusione di cui parlo io è meno riconoscibile e più profonda. Questa riguarda i principi costituzionali del nostro ordinamento ed è meno “perdonabile”, dal punto di vista di chi scrive. La Costituzione Italiana infatti è sì complessa, ma molto più longeva; troppo per non essere abbastanza conosciuta. Probabilmente la maggior parte di chi leggerà queste parole si chiederà cosa c’entra ciò con le polemiche su Renzi e, per questo, vi allego le dichiarazioni incriminate.

Renzi

 

Nel primo trafiletto, vediamo riportata questa frase: “Se perdo il referendum vado a casa, è questione di serietà”. Questa frase, se correttamente interpretata, può voler dire solo una cosa: se Renzi perderà il referendum, rimetterà il suo mandato al Presidente della Repubblica. Come dovrebbe ben sapere l’elettore medio, questa eventualità non implica che si debba tornare alle urne. L’elettore medio dovrebbe infatti sapere che l’Italia è una repubblica parlamentare. Come tale, è il capo di Stato che eventualmente convoca elezioni anticipate dopo le dimissioni del capo di Governo.

Se ipoteticamente Mattarella riuscisse a trovare un nuovo capo di Governo che potesse ottenere la fiducia, sarebbe pienamente legittimato a nominarlo. Infatti, il Presidente del Consiglio, in Italia, viene nominato, non eletto. Anche questo, l’elettorato, a volte, sembra scordarlo. La seconda dichiarazione di Renzi quindi non è assolutamente in contrasto con la prima. Lui può dimettersi senza mettere a repentaglio il naturale decorso del termine della legislatura.

Se proprio volessimo essere puntigliosi, potremmo sostenere che, nella seconda dichiarazione, Renzi è stato forse superbo. In effetti, come può lui sapere che decisioni prenderebbe Mattarella, se lui si dimettesse? Ovviamente lui non lo sa per certo, ma, in effetti, è lo scenario più probabile. Se Renzi si dimettesse infatti,  probabilmente la maggioranza proporrebbe un sostituto che otterrebbe la fiducia come l’ha ottenuta Renzi finora.

In conclusione, temo che buona parte dell’elettorato, prima di ergersi ad inquisitore morale della politica, necessiti di un’ottima infarinatura di diritto costituzionale.

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Una vita per la politica: uccisa la deputata laburista Jo Cox http://www.360giornaleluiss.it/gran-bretagna-uccisa-la-deputata-laburista-jo-cox/ Thu, 16 Jun 2016 22:16:55 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=6708 Dall’attentato di Orlando alle minacce dell’ISIS per gli Europei in Francia, gli ultimi giorni sono stati caratterizzati da un susseguirsi di notizie destabilizzanti. La più recente proviene dalla Gran Bretagna: il 16 giugno 2016 la deputata laburista Jo Cox è stata ferita mortalmente da un uomo nella cittadina di Birstall, nello Yorkshire, cuore del suo

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Dall’attentato di Orlando alle minacce dell’ISIS per gli Europei in Francia, gli ultimi giorni sono stati caratterizzati da un susseguirsi di notizie destabilizzanti.
La più recente proviene dalla Gran Bretagna: il 16 giugno 2016 la deputata laburista Jo Cox è stata ferita mortalmente da un uomo nella cittadina di Birstall, nello Yorkshire, cuore del suo collegio elettorale.
La parlamentare inglese, che si stava recando presso la biblioteca comunale della città per un incontro sull’imminente referendum sulla Brexit, è stata accoltellata e poi raggiunta da 3 colpi di arma da fuoco. L’uomo accusato dell’aggressione è stato arrestato.

Le dinamiche sono ancora da chiarire, ma proprio la contrarietà della Cox all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea potrebbe esserle costata la vita: i testimoni hanno infatti sostenuto che l’aggressore, prima di colpirla, abbia gridato “Britain first”, “prima la Gran Bretagna”, martellante slogan utilizzato dalle frange politiche nazionaliste pro-Brexit nonché nome di un movimento politico di estrema destra che si autodefinisce come “partito politico patriottico ed organizzazione di difesa delle strade”; la piccola forza politica ha comunque subito negato ogni legame con quanto accaduto alla deputata laburista.

Laureata a Cambridge, ex attivista delle ONG Oxfam e Save The Children, la Cox aveva fatto il suo ingresso alla House of Commons da poco più di un anno, avendo tuttavia già alle spalle in ambiente Labour anni di attività politica all’insegna della lotta alla povertà, della promozione della parità di genere, del multiculturalismo e dell’immigrazione.
Sostenitrice dell’integrazione europea, nell’ambito del referendum che il 23 giugno chiamerà i cittadini britannici a pronunciarsi sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea la deputata si era dichiarata contraria all’opzione leave.
Le posizioni politiche della Cox, dunque, potrebbero aver costituito il movente dell’aggressore, in merito al quale comunque la polizia non si è ancora espressa.

A seguito dell’accaduto, messaggi di cordoglio sono giunti dal Premier Cameron, dal leader dei Labour Corbyn e da esponenti politici di ogni schieramento. Per quanto riguarda l’Italia, se Matteo Renzi ha espresso la propria solidarietà, ha suscitato polemiche l’intervento del senatore Bartolomeo Pepe: con il suo ambiguo tweet “#JoCox, colpire uno per educarne cento” ed i successivi maldestri tentativi di spiegazione, egli sembra avanzare ipotesi cospiratorie in merito al tragico evento.
In Gran Bretagna, invece, dopo giorni di lotta senza esclusione di colpi i contendenti hanno deposto le armi: entrambi i comitati referendari hanno annunciato la sospensione delle rispettive campagne: ragionevole segno di rispetto verso una donna che, nel senso più tristemente letterale del termine, ha devoluto la sua intera vita alla politica.

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No quorum, no party! http://www.360giornaleluiss.it/no-quorum-no-party/ Sat, 23 Apr 2016 12:19:18 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=6434 31,19%, 85,84%, 14,16% e 68,81%. Numeri sì, ma cosa rappresentano? 31,19% è l’affluenza alle urne  registrata il 17 aprile. Solo 15.806.788 italiani su 46.724.219 hanno deciso di votare per il referendum abrogativo sulla durata delle trivellazioni in mare entro le 12 miglia marine. Il suo esito positivo avrebbe permesso il proseguimento delle trivellazioni solo fino

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31,19%, 85,84%, 14,16% e 68,81%. Numeri sì, ma cosa rappresentano?

31,19% è l’affluenza alle urne  registrata il 17 aprile. Solo 15.806.788 italiani su 46.724.219 hanno deciso di votare per il referendum abrogativo sulla durata delle trivellazioni in mare entro le 12 miglia marine. Il suo esito positivo avrebbe permesso il proseguimento delle trivellazioni solo fino alla scadenza delle concessioni. Avrebbe perché, oltre alla maggioranza di sì, era altrettanto necessario il raggiungimento del quorum (50% +1 degli aventi diritto al voto), che evidentemente non è stato raggiunto.

85,84% è la percentuale dei votanti che ha risposto “sì” al quesito referendario. Più di 13 milioni di italiani che hanno  voluto dimostrare interessamento e sensibilità  rispetto ad un problema che molto spesso passa in secondo piano nel nostro paese: la tutela dell’ambiente.  13 milioni di italiani che hanno accolto l’appello delle giunte regionali, le quali avevano proposto ben 6 quesiti al governo per questo referendum, dei quali solo uno è stato proposto ai cittadini il 17 aprile.  La “fazione del sì” è una compagine composta da chi credeva veramente nell’utilità dell’accorciare la durata delle trivellazioni; da chi credeva che questo avrebbe potuto spingere ulteriormente verso le energie rinnovabili; da chi reputava ridicolo usare come giustificazione del proseguimento delle trivellazioni l’autosufficienza del paese, in quanto lo stato italiano si trova comunque costretto ad acquistare le risorse necessarie  dalle compagnie private concessionarie;  da chi voleva che le piattaforme inattive venissero smantellate;  da chi voleva che le compagnie, le quali attualmente proseguono la loro attività nonostante siano  in possesso di  concessioni già scadute, cessassero la loro attività; da chi credeva che far cessare le trivellazioni il prima possibile avrebbe giovato all’ambiente; ma anche da chi semplicemente immaginava che il quorum non sarebbe stato raggiunto, ma teneva a mandare un messaggio per sensibilizzare il governo e, perché no, gli altri cittadini.

14,16% sono poco più di 2 milioni di italiani che hanno deciso di esprimere il loro consenso al proseguimento delle trivellazioni votando e non astenendosi. Chi ritiene queste attività siano utili al paese; chi non ci vede niente di male; chi pensa che lasciare aperte delle voragini contenenti riserve di gas, permettendone la fuoriuscita, potrebbe causare ulteriori danni; chi votando “no” pensava di preservare posti di lavoro.

E poi c’è 68,81%, il numero che colpisce forse di più: la percentuale di elettori che ha deciso di non votare, di non esprimersi sulla questione. Il premier Renzi , durante la conferenza subito dopo la chiusura delle urne, ha commentato questo risultato positivamente affermando che  “hanno vinto i lavoratori delle piattaforme”, aggiungendo poi che questo ha permesso di salvare “11.000 posti di lavoro”  e additando come “sconfitti” non coloro che hanno deciso di votare, seppur invano, bensì  chi ha agito “per scopi personali”. Chiaro riferimento, quest’ultimo, al presidente della regione Puglia Emiliano e agli altri promotori del referendum. Un risultato questo che, secondo il presidente del consiglio, esprime lo sdegno dei cittadini nei confronti di un dibattito che, da energetico e ambientale, era divenuto  prettamente politico. Una scelta consapevole quindi? La scelta di chi condivideva appieno  l’opinione del governo? Un rifiuto volontario e consapevole di chi altrimenti avrebbe risposto alla chiamata alle urne? Difficile da credere considerato che, dagli anni ’90 ad oggi, solo 4 referendum hanno raggiunto il quorum mentre più di 20 sono stati solo un flop.

Che ci sia un allontanamento da parte dei cittadini dalla democrazia diretta, e non solo, sembra evidente. Eppure c’è chi ancora esce la domenica pomeriggio, credendo che disegnare una ics su di una scheda gialla possa fare la differenza.

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Occhio non vede, quorum non duole http://www.360giornaleluiss.it/occhio-non-vede-quorum-non-duole/ Sat, 23 Apr 2016 11:42:10 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=5062 Calata l’ombra dell’astensionismo sulle speranze dei 13 milioni di italiani che hanno avuto il coraggio e la voglia di andare a dire sì al referendum del 17 aprile, è ora tempo di bilanci. A stupire infatti non è stato il risultato, a dir la verità ampiamente previsto, quanto la reazione sdegnata verso chi, astenendosi, ha comunque

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Calata l’ombra dell’astensionismo sulle speranze dei 13 milioni di italiani che hanno avuto il coraggio e la voglia di andare a dire sì al referendum del 17 aprile, è ora tempo di bilanci. A stupire infatti non è stato il risultato, a dir la verità ampiamente previsto, quanto la reazione sdegnata verso chi, astenendosi, ha comunque esercitato il suo diritto di non partecipare.

A danneggiare la democrazia non è un presidente del Consiglio che invita all’astensione, naturale strategia di chi non vuole far passare un referendum abrogativo, ma l’incapacità di ogni cittadino nel suo piccolo, di accettare un pensiero diverso dal proprio. Io sono andato a votare (si) e l’ho fatto di mattina, nella speranza che un’alta percentuale a mezzogiorno potesse influenzare gli indecisi e convincerli a partecipare, e come tanti altri, sono rimasto estremamente deluso dall’esito finale.

Questo però non può e non deve influire sulla legittimità democratica dell’astensione. Su chi si è astenuto è stata fatta una gogna mediatica a mio modo di vedere evitabile e pericolosa, e questo non perchè voglia difendere gli ignavi, anzi, ma perchè reputo che in un referendum abrogativo, in cui il quorum è fissato, l’astensione sia come un no e come tale va trattato.

Quel 68% di persone non ha votato, è vero, ma questo non significa che non abbia espresso un parere. Salvando gli astenuti per il no, resta però una parte di cittadini che ha scelto di non comportarsi come tale. Da sempre c’è chi, al contrario di Gaber, crede che la libertà sia stare su un albero e non partecipare e come persona non posso certo giudicarli, da cittadino però non posso e non intendo difenderli, poichè credo fortemente che ognuno debba informarsi e impegnarsi a contribuire a migliorare l’ambiente e la comunità in cui vive.

C’è però un’altro aspetto, passato incredibilmente in secondo piano, da considerare: un cittadino per esprimere un voto ha bisogno di informarsi e questo in Italia sta diventando sempre più difficile.

Non trovo scandaloso che ci sia una parte della popolazione che abbia deciso di non informarsi, trovo invece scandaloso che il diritto di ognuno di essere informato non venga mai rispettato pienamente. Trovo inaccettabile che gli stessi giornali che non hanno mai fatto nulla in questi mesi per garantire la libertà di scegliere cosa votare, fornendo poche e spesso contrastanti informazioni, ora si ergano a paladini dei votanti scagliandosi contro un #ciaone.

Trovo sconsiderato mandare un popolo al voto costringendolo a doversi informare solo su internet per mancanza di alternative, consegnando all’opinione pubblica come uniche verità informazioni non soggette a controllo delle fonti, troppo spesso così generiche e populiste da sembrare vere.

Trovo assurdo, ma, visti gli ultimi avvenimenti, non certo inspiegabile, vivere in un paese in cui l’essere scesi al 77esimo posto per la libertà di stampa non venga considerato un problema.

In fondo, non è della possibilità di votare o meno che ci dobbiamo preoccupare, ma della mancata opportunità di vedere tutelato e garantito il diritto sociale che al voto corrisponde e che il voto sostiene: l’informazione. E’ molto più pericolosa l’ignavia dell’informazione che quella dell’individuo, per questo dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per garantirci l’opportunità di rimanere un popolo di persone non solo libere, ma liberamente informate.

Dobbiamo tutelare l’informazione. Dobbiamo tutelare l’educazione. Dobbiamo pretenderlo ora, prima che a venire trivellato fino ad esaurimento del bacino non sia un giacimento ma la nostra democrazia.

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