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Il nostro Presidente del Consiglio Matteo Renzi lo ha annunciato lo scorso 26 settembre. Abbiamo una nuova data. Il prossimo 4 dicembre, gli italiani potranno considerarsi ufficialmente convocati in cabina per decidere se approvare o respingere in toto la riforma del testo della nostra Costituzione così come disegnata dal ddl Boschi-Renzi e già approvata dal Parlamento.

Sono molti i tg e servizi di programmi Tv che hanno provato a sondare il terreno. Quanti di noi conoscono la natura ed il significato del prossimo referendum costituzionale?

Tra le varie interviste è emersa una ignoranza dilagante, anziani e giovani studenti incapaci di descrivere compiutamente anche solo uno dei punti in oggetto alla più discussa riforma del governo Renzi.

Sembra dunque doveroso spiegare ai nostri lettori cosa è il referendum, l’arcano che continua a dividere la politica italiana, in cosa consiste e cosa intende modificare.

Il prossimo è un referendum consultivo, previsto come passo obbligato per una riforma costituzionale dal testo stesso della nostra carta fondamentale.

Ma cosa significa? Significa che non prevede il raggiungimento di alcun quorum e sarà valido perciò a prescindere dal numero di elettori che andrà a votare.

Se la maggioranza di noi voterà SÌ, la costituzione verrà de facto modificata.

Se la maggioranza di noi voterà NO, il suo testo resterà invariato.

Il progetto è ambizioso e prevede la modifica di ben 47 articoli della nostra Costituzione.

Vediamo di sintetizzarlo in 5 punti fondamentali, cercando di garantire ad ognuno di voi una votazione consapevole.

La riforma del Senato. É sicuramente l’aspetto centrale della riforma e significherebbe la fine del bicameralismo perfetto, sistema che in Europa siamo ancora gli unici ad avere. In altre parole il Senato perderebbe la sua funzione eminentemente legislativa, che condivide ad oggi in maniera assolutamente paritaria con la Camera, e la conserverebbe solo in alcune precise materie tra cui: riforme costituzionali; minoranze linguistiche; enti locali ed accordi tra Stato, enti locali ed Unione Europea; trattati comunitari ed internazionali. Il nuovo Senato non darebbe più la fiducia al governo, cui basterebbe quindi quella della sola Camera, e diverrebbe sede rappresentativa esponenziale degli enti locali, o meglio, delle maggioranze politiche in questi insediatesi a seguito delle rispettive ultime votazioni politiche. Il numero dei senatori passerebbe così a soli 100: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 di nomina presidenziale. La durata in carica presso l’ente locale di appartenenza è ovviamente presupposto di durata del mandato senatoriale. La maggior parte dei nuovi senatori non sarebbe più quindi eletta direttamente dai cittadini, ma prescelta dai Consigli Regionali con consueto metodo proporzionale, ad esclusione dei sindaci eleggibili anche in scadenza di mandato. La consueta immunità abbraccerebbe solo l’esercizio delle funzioni parlamentari, non anche quello delle funzioni amministrative locali. L’assenteismo, sia nel caso dei deputati che in quello dei senatori, che sono quindi anche consiglieri regionali/sindaci, diverrebbe disattenzione di un preciso dovere costituzionale. Gli emolumenti resteranno quelli spettanti per la carica locale. Infine, sarà il presidente della Camera, e non più quello del Senato, a sostituire in via temporanea il Capo dello Stato in caso di impedimento o dismissione.

La soppressione del CNEL. Dal nostro ordinamento verrebbe espunto il Consiglio Nazionale per l’economia e il lavoro, organo ausiliario attualmente composto da 64 consiglieri e dotato di funzioni principalmente consultive, oltre all’iniziativa legislativa in materia economica.

Elezione del Presidente della Repubblica. A tale elezione non parteciperebbero più i delegati regionali ma solo le due Camere in consueta seduta comune. La maggioranza dei 2/3 dei componenti sarebbe infine necessaria fino al quarto scrutinio, bastando poi solo quella dei 3/5 che dal settimo scrutinio riguarderebbe i soli votanti.

Modifiche al Titolo V. La riforma costituzionale riporterebbe circa 20 materie alla competenza esclusiva dello Stato, sottraendole all’attuale competenza concorrente. Tra le altre diverrebbero quindi disciplinabili solo con legge statale le materie che attengono a trasporti e navigazione, porti ed aeroporti, ambiente ed energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro e ordinamento delle professioni.

Referendum abrogativo e iniziativa popolare. Il quorum di validità del referendum abrogativo resterebbe del 50% più uno dei votanti e verrebbe ridotto solo in caso di aumento del numero dei cittadini proponenti a 800mila. In quest’ultimo caso il quorum richiesto si abbasserebbe al 50% più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche. Infine per una proposta di legge ad iniziativa popolare servirebbero ben 150mila firme e non più solo 50mila.

Da questo panorama complessivo dovrebbe derivare una significativa riduzione dei costi, non ultima in questo senso l’abolizione degli organismi provinciali.

La scheda che vi troverete di fronte in cabina avrà pertanto più o meno questo aspetto, racchiudendo in una sola domanda tutti i punti di cui sopra.

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