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L’articolo dell’Economist in cui viene spiegato per quale motivo gli italiani dovrebbero votare no al referendum del 4 dicembre è confuso, incoerente e pregno di benaltrismo e le motivazioni con cui sono arrivati a questa conclusione dimostrano una scarsissima conoscenza non solo della riforma, ma soprattutto del sistema istituzionale e politico italiano.

La rivista parte dal presupposto che la modifica della Costituzione sia sbagliata in quanto non centra il principale problema dell’Italia, che viene invece individuato nella riluttanza e l’indisponibilità a riformarsi. Questa frase continua a lasciarmi perplesso: non riesco a capire in che modo possa essere rimossa questa presunta indisponibilità alle riforme attraverso una modifica costituzionale, ma soprattutto non si capisce come un rifiuto a una riforma, attraverso appunto il no caldeggiato dall’Economist, possa dare un segnale che l’Italia sia aperta al cambiamento.

Oltre questo presunto problema di fondo, per l’Economist il grande rischio, che viene definito come il peggiore dei difetti, è che la riforma darebbe un mandato popolare a un uomo forte, “preoccupante” in un paese che ha prodotto Mussolini e Berlusconi. Tralasciando questa critica che sa di paternalismo e che sarebbe applicabile alla maggioranza dei paesi democratici, l’Economist perde di vista che al massimo sarebbe la legge elettorale a creare questa condizione e dimentica che, anche con la riforma, il sistema italiano rimane un parlamentarismo, in cui il governo è sempre legato dal rapporto di fiducia con la Camera dei deputati.

Se da un lato la rivista riconosce alla riforma il pregio di rimuovere lo stallo dovuto al bicameralismo paritario e di affidare al nuovo Senato un ruolo simile a quello delle seconde camere di Germania, Spagna e Regno Unito, dall’altro, per l’Economist, il progetto di Renzi sarebbe addirittura un’offesa ai principi democratici, in quanto il Senato non sarebbe eletto direttamente dei cittadini.

Peccato che neanche negli esempi citati dalla stessa rivista come positivi, i membri della camera alta siano eletti direttamente dai cittadini: nel Bundesrat tedesco sono delegati dai governi dei lander, quindi senza neanche che sia garantita la rappresentanza alle opposizioni, nel Senado spagnolo un quinto dei senatori sono designati dalle 17 assemblee delle Comunità autonome e la House of Lords britannica è formata da Lord che acquisiscono il titolo per eredità, Lord che sono presenti perché ricoprono una carica ecclesiastica e Lord nominati dal sovrano su consiglio del primo ministro.

Questo significa che l’elezione dei nuovi senatori in Italia rispetterà i principi democratici più di tutti questi esempi, in quanto saranno eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. E oltretutto l’Economist dimentica la proposta di legge Chiti-Fornaro, che sarà discussa (e con grande probabilità approvata) nell’eventualità che vinca il sì al referendum e prevede che i cittadini ricevano due schede distinte al momento del rinnovo dei consigli regionali, una per i consiglieri regionali e una per i senatori, rendendo così, di fatto, l’elezione dei senatori un’elezione diretta.

Un’altra critica sul senato è che diventerebbe un “magnete per i politici più squallidi dell’Italia”, dal momento che garantirebbe ai senatori l’immunità dalla prosecution, vale a dire la conduzione di azioni legali contro qualcuno in relazione a un’accusa. Anche qui l’Economist prende un abbaglio non indifferente. Non esiste nulla di tutto ciò nel diritto italiano. Va innanzitutto fatta una distinzione tra l’immunità per i voti e le opinioni espresse, che esiste già per i consiglieri regionali, e quella dalle limitazioni della libertà personale (tranne per i casi di flagranza), che devono essere autorizzate dalla camera di appartenenza. Dunque i senatori beneficerebbero di questa seconda immunità, ma cosa significa? I parlamentari continueranno a poter essere indagati, senza la necessità dell’autorizzazione della camera di appartenenza, mentre quello che non si può e non si potrà fare senza autorizzazione della camera di appartenenza è la perquisizione personale o domiciliare e l’arresto o la privazione della libertà personale del parlamentare, tranne nei casi di una sentenza irrevocabile o della flagranza di reato. Questo è un principio fondamentale in un paese democratico, perché garantisce la separazione tra il potere giudiziario e quello legislativo.

L’Economist procede affermando che la nuova legge elettorale garantisce il 54% dei seggi al partito di maggioranza con un trucco, un espediente. Questo “trucco”, però, si chiama doppio turno: un sistema che garantirà che sia una maggioranza di elettori a determinare il partito di maggioranza in parlamento.

Ma per la rivista il problema più grande dell’Italia non è la difficoltà di fare le leggi. In questo sono d’accordo: le leggi in Italia, seppure quelle di iniziativa parlamentare ci mettano in media 533 giorni per essere approvate, si fanno. Il problema è del modo in cui vengono fatte: la continua concertazione tra i partiti della coalizione di maggioranza (mai dal 1948 a oggi c’è stata una legislatura in cui un unico partito avesse da solo la maggioranza) inevitabilmente non permette che un governo possa portare avanti il proprio programma e, soprattutto, impedisce che sia chiaro cosa sia responsabilità di chi.

A questo punto l’Economist fa una valutazione sul governo di Renzi, criticandolo per aver sprecato quasi due anni in constitutional tinkering, ad armeggiare con la costituzione, quando avrebbe dovuto fare altro, come cercare di migliorare il sistema dell’istruzione. L’Economist forse dimentica la riforma della Buona Scuola e in generale i risultati raggiunti da questo governo negli ultimi 1000 giorni, su cui possono esserci valutazioni politiche differenti, ma quello che è innegabile è che non è un governo che non ha fatto nulla per due anni.

Questo governo è nato con lo scopo specifico di riformare la costituzione, ritenuta una necessità da tutte le forze presenti in parlamento. Non bisogna dimenticare la crisi istituzionale che si è verificata a seguito delle elezioni del 2013 che ha poi portato alla rielezione di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica: lì emerse con chiarezza l’urgenza e l’importanza di riforme istituzionali.

Non condivido la critica che viene fatta a Renzi di aver “personalizzato” il referendum, che per l’Economist è una minaccia agli italiani: si tratta di assumersi le proprie responsabilità. Se Renzi non avrà successo nel compito fondamentale che gli era stato affidato, sarà giusto che si dimetta. Le dimissioni di Cameron dopo la sconfitta del Remain sono state esaltate per questo motivo: la frase ricorrente di quei giorni era “in Italia nessuno l’avrebbe mai fatto”. Che piaccia o no Renzi, questa volta in Italia qualcuno ha promesso di farlo.

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