Erasmus – 360°- il giornale con l'università intorno http://www.360giornaleluiss.it Fri, 16 Mar 2018 19:15:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.8.2 http://www.360giornaleluiss.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/02/cropped-300px-32x32.png Erasmus – 360°- il giornale con l'università intorno http://www.360giornaleluiss.it 32 32 97588499 Generazione Erasmus http://www.360giornaleluiss.it/generazione-erasmus/ Mon, 12 Feb 2018 21:23:11 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=9201 “Generazione Erasmus”. Non sono mai stata un’amante delle etichette, ma devo riconoscere che ero affascinata da questa combinazione di parole. Un po’ perché si parlava della mia di generazione, un po’ perché sentivo di non farne parte e la cosa mi disturbava. Ma cosa mi frenava davvero, tanto da vincere persino l’attrazione che il fenomeno

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“Generazione Erasmus”. Non sono mai stata un’amante delle etichette, ma devo riconoscere che ero affascinata da questa combinazione di parole. Un po’ perché si parlava della mia di generazione, un po’ perché sentivo di non farne parte e la cosa mi disturbava. Ma cosa mi frenava davvero, tanto da vincere persino l’attrazione che il fenomeno indubbiamente esercitava anche su di me? Semplicemente la paura. La paura di non essere all’altezza, la paura di sentirmi sola e senza riferimenti in una Babele ostile, la paura che a 20 anni non invidio chi non la prova. Perché diciamoci la verità, la vita da studente fuori sede è una grande prova, ma la rassicurazione di essere nella tua nazione, di sentire parlare la tua lingua, se sei fortunato di poter godere persino più o meno del tuo clima mediterraneo fornisce un velo di protezione che non c’è processo di integrazione europea o di globalizzazione che ancora possa sgualcire.

Tuttavia arrivata quasi alla fine del mio percorso accademico, un po’ di sicurezza in più e la complicità di un’amica insostituibile sono stati il mix perfetto per convincermi a presentare la domanda. E in pochi mesi mi sono trovata catapultata tra procedure burocratiche (sì, questa è la parte peggiore, ma forse l’unica se tralasciamo la mancanza della cucina nostrana), email dell’Università di appartenenza e di quella di arrivo che erano una certezza maggiore delle chiamate quotidiane di mia madre, e dopo pochi mesi la mia esperienza internazionale ha avuto inizio.

Utrecht. Utrecht è una bomboniera nel cuore dell’Olanda e oggi, al termine della mia esperienza, posso dire con certezza che non avrei potuto desiderare di meglio. La definiscono la “piccola Amsterdam”, ma non lo dite ai patriottici abitanti della città, che ne rivendicano l’importanza storica e culturale. Ricordo le prime passeggiate di fine agosto alla scoperta di quella che sarebbe stata la mia “casa” per i successivi cinque mesi, e più la esploravo più me ne innamoravo. I canali, i cafè dall’arredamento vintage popolati di gente concentrata sui propri laptop o con un semplice e più romantico libro in mano, le birre alle tre del pomeriggio, e nessun raggio di sole sprecato, ottima occasione per sedere all’aperto. Era una realtà così diversa, ma allo stesso tempo affascinante, che subito me ne sono sentita parte.

Sorrido all’idea di una me incerta, con la mappa al cellulare e che impiegava il triplo del tempo per percorrere strade che ora mi sono più che familiari. Quelle strade hanno visto i miei occhi sgranati mentre scrutavo la città, hanno spiato le mie prime conversazioni internazionali con passanti di ventura e nuovi amici, hanno accolto i miei vecchi amici che sono venuti a trovarmi; ma soprattutto sono state “morbido” cuscino per le prime cadute mentre prendevo confidenza con la bici. Già, la bici è stata forse la mia più grande compagna d’avventura, in una nazione in cui fin dall’inizio ti avvisano che il primo step del processo di integrazione prevede procurarsi questo mezzo a due ruote. Domani mi separo dalla mia “amica”, e mi scopro sorprendentemente triste e nostalgica. O forse si inserisce tutto nel quadro del magone di dover chiudere questa esperienza.

Studiare all’estero ti permette di sfruttare risorse che non credevi di avere, di sorprenderti quando pensavi non fosse più possibile, di crescere quando ormai sentivi che il processo era ultimato. E’ formativo da un punto di vista accademico, perché ti permette ti sperimentare un metodo di studio completamente diverso; ma è straordinariamente arricchente da un punto di vista umano.

Utrecht è stata una citta perfetta, né troppo grande né troppo piccola, piena di studenti internazionali, che accorrono per il richiamo del prestigio della sua Università (che non si è smentita). Ma l’Olanda mi ha insegnato anche a gestire meglio il mio tempo, dagli olandesi impari quando è opportuno lavorare e quando divertirsi, impari che non è la pioggia o il maltempo che ti può fermare, impari che l’autista di un autobus va sempre salutato e ringraziato, ma, se non impari l’olandese, quello risulterà faticoso.

Ma potrai essere davvero soddisfatto di te stesso se avrai imparato a fare frutto di tutto questo per conoscere meglio ti stesso, per metterti in discussione, senza paura di sbagliare, quella paura che a vent’anni, ragazzi, è bello avere.

Per cui, se potete partite. Non definitevi generazione Erasmus, ma soltanto generazione intelligente e fortunata, che ha le opportunità e riesce a sfruttarle appieno.

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Erasmus a 360° http://www.360giornaleluiss.it/erasmus-a-360/ Thu, 18 Jan 2018 19:50:18 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=9139 Metà gennaio 2018, ultimo esame, ultime ore di Erasmus ed un cuore pronto ad infrangersi in mille pezzi al momento dei saluti. Io, una normale studentessa di giurisprudenza fieramente meridionale, che a poco più di diciotto anni ha lasciato casa, per andare nella città che da sempre sognava, Roma. Lì ho trascorso anni bellissimi, intensi.

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Metà gennaio 2018, ultimo esame, ultime ore di Erasmus ed un cuore pronto ad infrangersi in mille pezzi al momento dei saluti.

Io, una normale studentessa di giurisprudenza fieramente meridionale, che a poco più di diciotto anni ha lasciato casa, per andare nella città che da sempre sognava, Roma. Lì ho trascorso anni bellissimi, intensi. Anni che ora potrei definire di Erasmus, vissuti minuto dopo minuto.

Roma giorno dopo giorno è diventata parte della mia anima, mi pulsa dentro e le sue vie mi scorrono nelle vene. Le persone che abitano il quartiere ormai una famiglia.

In tutti questi anni, trascorsi a costruire questa nuova casa, l’ultima cosa a cui pensavo era di nuovo le valigie e partire. Finalmente ero fuori dalla mia comfort zone, in un’altra costruita da me. Ancora più comfort della precedente.

Eppure un giorno, leggendo un banalissimo post su Facebook, mi soffermai su una frase che ancora rimbomba nella mia mente “GENERAZIONE ERASMUS” ed i suoi milioni di like. Un idioma – apparentemente semplice – che solo mesi dopo ho scoperto essere intriso di significati. Di ogni significato che uno studente Erasmus vuol dargli e che ora anche io posso dargli nella mia storia personale.

Gennaio 2017, ad esami finiti, a stanchezza sovrabbondante, presa da un attimo di coraggio, compilai la domanda, con il sicuro e tranquillizzante istinto che non avrei fatto parte di quella generazione. E poi via quel pensiero, richiuso quel cassetto, si torna alla vita normale. Si incominciano gli esami di profilo. Mi piacciono, la scelta di quello societario e tributario è quella giusta. Brava.

Marzo 2017, matricola 125443: TORUN, Polonia. Ho letto e riletto quell’elenco e c’ero proprio io. Stava capitando anche a me; alla mia chiamata, la generazione Erasmus ha risposto subito. Devo farne parte. Accetto ad occhi chiusi, con una firma tremante. Un salto nel vuoto. La paura è messa a tacere dalla curiosità. Emozioni contrastanti mi animano per giorni, non appena mi fermo un attimo a pensarci.

Giugno 2017, scartoffie su scartoffie, burocrazia infinita, esami incombenti. “Chi me l’ha fatto fare”.

Settembre 2017, troppa roba da mettere in valigia, troppe emozioni da inscatolare, la casa di Roma da chiudere.

27 settembre 2017, treno per l’aeroporto di Fiumicino “Leonardo da Vinci”, io sola e due valigie grandi. Un sorriso ed una lacrima. Un po’ di paura tangibile anche agli occhi dei passanti. “ultima chiamata per la passeggera Gabriella Guarino”. Toccava a me, davvero. Sul monitor c’era scritto Varsavia, ma io leggevo solo ERASMUS.

Due ore di volo per conoscere il mio compagno di viaggio, ehm, di avventura. All’atterraggio eravamo già una squadra. Ancora altre tre ore di treno che mi avrebbero condotta in erasmus, davvero. Il treno attraversava le campagne ed io e lui descrivevamo come nella nostra mente si prospettavano i prossimi mesi. Mi sentivo già dentro, con un amico in più.

Eccoci, alla stazione di Torùn, simile al binario 9 ¾ e noi, simili a quei ragazzini e i loro carrelli pieni di valigie.

Rincorsa e andiamo. È ufficialmente iniziata.

Dormitorio 11, camera 608. “Zin dobre”.

Benvenuti nella piccola Hoghwarts con palazzi con mattoncini rossi (inclusa l’università) che ha riscaldato il cuore non appena arrivata. Strana a primo impatto, allocata su un fiume. All’imbrunire si è trasforma in una bomboniera tutta illuminata.

Ben collegata con i mezzi -nuovissimi, tra l’altro- veramente economica e ben fornita di ogni tipo di servizio (dal dentista al ristorante chic, alla biscotteria) ed economicissima, ancora per qualche anno.

L’università è il cuore di questa Hoghwarts esternamente e, invece, internamente molto moderna con servizi di ogni tipo: dal guardaroba, alla stampante, alla biblioteca, al bar e infine, a molti auditorium. Insomma, una nuova “Mamma LUISS”.

Il dormitorio simile, invece, ad una Torre di Babele: su un solo piano si odono parole in inglese e relative traduzioni in spagnolo, francese, italiano e turco.

In pochi giorni questa torre è diventata la mia confort zone, con i suoi tramonti dipinti dal sesto piano e i suoi odori di ogni tradizione culinaria, tra i timidi sorrisi e le prime conversazioni di altri ragazzi tribolati dalle mie stesse paure.

Pochi giorni e la vita Erasmus si è ritagliata il suo spazio nella mia routine: karaoke, Number 1 (che è un concetto più che un posto), ogni settimana una cena tradizionale di un paese diverso. E parlare con tutti, come se fossimo amici da sempre, scoprire le altre culture, apprezzarne le diversità. Ecco che quest’esperienza silenziosamente iniziava ad insegnarmi il motivo per cui mi trovavo ad Hoghwarts.

E poi il primo freddo serio, il termometro che scende sotto lo zero, ma riscaldato dalle persone che ogni sera incontri in cucina, alle prese con una delle loro specialità. Tortilla de patata, risotto ai funghi, crepes.

Le prime lezioni, gli appunti pieni di buchi, la paura di non essere all’altezza. I primi esami, i primi buoni voti e la conferma che l’Erasmus ti insegna anche a cambiare metodo di studio, a risolvere casi pratici, a sforzare le meningi pur di esprimerti nel miglior inglese di tua conoscenza.

E poi ecco lei, bianca e brillante, che ti circonda, che cambia colore al tuo vicinato: la neve. La neve a novembre. Per una ragazza abituata all’inverno con 15 gradi, non può che essere motivo di uscire a giocare a palle di neve. In inglese ancora una volta, con le amiche turche.

Ed è subito Natale, momento di saluti anche solo temporanei. Ed è quando incominci il giro e vedi gli occhi luci delle amiche spagnole, i singhiozzi soffocati delle amiche turche, l’ultimo giro di vodka a farti capire che tre mesi son volati troppo in fretta. Ma soprattutto il post-it sulla porta d’ingresso della tua coinquilina spagnola che ti augura buon natale a farti capire di essere a casa, per la terza volta in un posto diverso.

Inizi a pensare che in quel posto sei cambiata, forse cresciuta, ma soprattutto ti ci sei abituata. Il viaggio di ritorno a casa ti darà modo di pensare anche a quanto quest’esperienza ti ha dato, alle nuove esperienze che puoi mettere nello scatolone dei ricordi, al confronto con altre culture che hai avuto che ora ti fa sembrar “normale” tutto ciò che prima chiamavi diverso. Seduta in una delle carrozze del treno ripensi a quando ci sei salita la prima volta, a quanto ti sentivi persa e quanto sei sicura adesso di ciò che sei e di ciò che vuoi; ma ripensi anche a tutte le volte che ci sei salita alla volta di Cracovia, di Varsavia e ancora di Cracovia. Ripensi alla visita ad Auschwitz, alla bellezza e alla profondità della Miniera del sale, ma anche al Palazzo della Cultura donato da Stalin ai polacchi. Ed, infine, ripensi a quel ragazzo polacco incontrato proprio su quel treno, che attratto dall’accento italiano si era avvicinato e avevate iniziato a parlare di quanto il popolo polacco ti sembrasse “chiuso”, introverso e spaventato. Ma ripensi anche allo stupore

nell’udire “siamo liberi solo da vent’anni, cerca di capirci”. E tu subito avevi ripensato al nazismo, ma anche ai danni del comunismo e quanto si sarebbe-forse- potuto evitare se ognuno di loro avesse fatto parte di quella generazione erasmus, che va oltre i limiti e accorcia le distanze.

Scrivo e il cuore continua a sguazzare tra i ricordi, mentre la mente pensa che tra un po’ le tende della camera 608 si abbasseranno definitivamente, le lucine sul mio letto che avevo messo per renderlo qualcosa di più simile a casa non si accenderanno più e inizio a sentire un nodo in gola.

Ripenso a quella definizione “generazione Erasmus” che oggi per me significa un battito di cuore in più, un inglese con l’accento spagnolo, l’avere l’imbarazzo della scelta per gli amici da visitare quest’estate, la spesa con il traduttore alla mano, l’istruttrice di palestra in dolce attesa al sesto mese, i pierogi la domenica, il kebab dopo il Number 1 e gli shot di Zubrowka. E tanto, ma tanto altro, per sempre impresso nel mio cuore e nella mia mente.

Sei mesi sono volati. Emozioni contrastanti li hanno animati, ma più di tutti la frase “cosa mi sarei persa se non avessi mai compilato quella domanda?”.

Resta un interrogativo a cui non so darmi risposta, perché forse una risposta non c’è, se non “partite!”.

Fate le valigie e partite, per qualsiasi parte dell’Europa, perché ci sarà sempre qualcosa da imparare, anche solo…ad essere se stessi.

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Scoprirsi in Cina http://www.360giornaleluiss.it/scoprirsi-in-cina/ Mon, 23 Oct 2017 20:21:35 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=8969 Di Francesco D’andrea e Gaia Parisi Io e Gaia siamo ancora quei due ragazzi che, nell’aula computer di Parenzo, cercavano di completare la loro domanda Erasmus, diversificando le loro mete ed augurandosi l’un, l’altra di vivere la migliore esperienza di sempre. Eravamo due amici, conosciutisi tra i banchi dell’università, fedeli compagni di studio, con un

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Di Francesco D’andrea e Gaia Parisi

Io e Gaia siamo ancora quei due ragazzi che, nell’aula computer di Parenzo, cercavano di completare la loro domanda Erasmus, diversificando le loro mete ed augurandosi l’un, l’altra di vivere la migliore esperienza di sempre. Eravamo due amici, conosciutisi tra i banchi dell’università, fedeli compagni di studio, con un unico desiderio: partire per trovare noi stessi.

Ricordo alla perfezione i nostri occhi curiosi, ma allo stesso tempo spaventati. Partiremo o no? Cosa ci aspetterà? Dove andremo?

20 Marzo 2017. Gaia, alle prese con gli esami, viene distratta da un messaggio: “Graduatoria Erasmus/Scambi Bilaterali 2017”.

In quel momento, un vortice di emozioni: mi avranno presa? dove? La mia mente non era lucida, viaggiavo con il pensiero verso mete lontane, ma la parte razionale di me pensava: “Gaia smettila, non ti avranno presa mai!”. Cercai di ragionare un minuto, e mi decisi finalmente a leggere la fatidica graduatoria. A caratteri cubitali vidi il mio numero di matricola accanto alla sede ospitante: Beijing Normal University. Non sapevo cosa pensare, non riuscivo a realizzare che ad agosto mi sarei trovata in Cina, ma soprattutto che sarei partita con il mio migliore amico, Francesco.

25 agosto 2017. Aeroporto di Fiumicino. Tre ragazzi, tanti bagagli ed unica destinazione: Pechino. Come ogni partenza che si rispetti, eravamo travolti da due sensazioni contrastanti: l’immensa voglia di immergerci e scoprirci in un mondo a noi totalmente sconosciuto, e la consapevolezza di lasciare tutto quello che amiamo di più, a quattromila chilometri di distanza.

Dopo un viaggio interminabile, eccoci arrivati a destinazione. La Cina era esattamente l’opposto di ciò che ci saremmo aspettati. Nessuno parlava inglese, non riuscivamo a comunicare, stanchi e nervosi a causa del viaggio, riuscivamo solamente a pensare: “Ma chi ce l’ha fatto fare? Oddio, non ce la faremo mai. Sei mesi? Qui? Scherziamo?’’

Sono passati quasi due mesi dal nostro arrivo a Pechino, ma noi due non siamo più gli stessi ragazzi che chiacchieravano per i corridoi di Via Parenzo. Ne abbiamo passate tante. Abbiamo condiviso molto e tanto ancora ci aspetta. L’exchange è qualcosa che non puoi definire, non puoi spiegare così facilmente. Certi giorni tocchi il cielo con un dito, in altri il tuo unico pensiero è il pranzo della domenica con le lasagne della nonna.

Partire per l’altra parte del mondo non è da tutti, ma soprattutto non è così semplice come pensavo. Francesco non ha mai interamente gestito la sua vita da solo, ma è sempre stato a poca distanza da casa, non molto lontano dall’affetto famigliare. Qui, si è ritrovato a dover condividere la sua stanza con un ragazzo cinese/australiano, a lui prima sconosciuto, a doversi adattare tanto, non solo al cibo, ma anche all’aria che respira. La Cina vuol dire dimenticare comfort e comodità, ma anche crescere, maturare e migliorarsi.

Gaia invece è un’avventuriera. La distanza non l’ha mai spaventata, per quanto la Cina avesse intimorito anche lei. Adesso, però, si sente in debito con questa nazione tanto diversa, quanto affascinante. Ha imparato, è cresciuta, ha scoperto un’altra Gaia. Ha capito che la diversità è l’unica cosa che riesce a connettere il mondo intero: non c’è cosa più bella che sedersi ad un tavolo, con spagnoli, francesi, tedeschi, coreani, cinesi, olandesi, e capire, che in fondo non siamo poi così diversi. Siamo tutti giovani, accomunati dalla voglia di scoprirsi e crescere.

Ringraziamo la Cina per averci fatto fiorire, per averci messo alla prova; ringraziamo i nostri genitori, che da sempre ci danno l’opportunità di scommettere su noi stessi.

 

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Metti in gioco tutto te stesso- Strasburgo http://www.360giornaleluiss.it/metti-gioco-strasburgo/ Sat, 18 Feb 2017 09:47:56 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=8130 L’Erasmus è sicuramente è un’esperienza che consiglio a tutti! Mi ha regalato molto più di quanto avessi immaginato o sperato; è fonte di svariate possibilità di incontro, conoscenza di sé, degli altri e di ciò che ti circonda. Mi ha sradicato dalla solita vita e dalle abitudini, per trapiantarmi in uno scenario nuovo e da

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L’Erasmus è sicuramente è un’esperienza che consiglio a tutti! Mi ha regalato molto più di quanto avessi immaginato o sperato; è fonte di svariate possibilità di incontro, conoscenza di sé, degli altri e di ciò che ti circonda.
Mi ha sradicato dalla solita vita e dalle abitudini, per trapiantarmi in uno scenario nuovo e da scoprire.
La città di Strasburgo, l’università, gli altri studenti internazionali, i viaggi, le feste, gli eventi sportivi e culturali, tutto da vivere.

Non sono mancate le difficoltà (i documenti infiniti, la contorta burocrazia francese, l’alloggio…) che hanno sicuramente richiesto molto spirito di adattamento e forza di volontà, ma ne è valsa assolutamente la pena.
È un’esperienza che ti mette continuamente alla prova e che ti richiede di mettere in gioco tutto te stesso.
Ed è proprio in questo modo che ti rende consapevole dei tuoi limiti e delle tue debolezze più nascoste. Non è facile vivere stabilmente in un Paese dove vieni considerato “straniero”, una persona che deve impiegare tutte le proprie forze per riuscire ad integrarsi e sentirsi a casa.

Allo stesso tempo, però, l’Erasmus ti dà l’occasione di osservare le diversità e di toccare con mano la bellezza delle differenze che dividono, ma rendono ogni persona unica e speciale.
Ho potuto condividere la mia quotidianità con ragazzi e ragazze provenienti da varie parti del mondo, che mi hanno fatto conoscere le loro culture e che inevitabilmente mi hanno influenzato e arricchito. L’Erasmus dona la possibilità di instaurare veri e profondi rapporti di amicizia, dato che tutte le vicissitudini e le soddisfazioni di ogni giorno vengono condivise e mi auguro davvero di poter mantenere queste amicizie nel tempo.

Non ho consigli particolari da dare, se non quello di partire con la voglia di vivere a pieno questa esperienza, di buttarvi in tutto ciò che vi viene proposto, di viaggiare, visitare, conoscere e scoprire il bello e il nuovo che vi circonderà.
Non fatevi abbattere o scoraggiare dalle possibili difficoltà iniziali e fatevi prendere dalla cultura locale, i cibi, i posti, le peculiarità, ma anche dalle culture di tutte le persone che incontrerete.

Sono profondamente grata di aver potuto scoprire quanto noi tutti siamo in fondo simili e vicini, più di quanto si possa immaginare.

di Veronica Capasso

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Quel che non ti aspetti-South Carolina http://www.360giornaleluiss.it/quel-che-non-ti-aspetti-south-carolina/ Sat, 04 Feb 2017 11:01:31 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=8052   Occhi nevosi, rossore accennato, l’intimità che ti accoglie alla porta quando ancora rivolgi lo sguardo al calcestruzzo, quasi bisbigli al tuo cuore che basta sorridere, che brancoliamo in un buio precario. Non ci son gatti per strada, sarà stata la tirannia dei “roditori alberati” ad averli costretti alla fuga, o l’abbondanza di ghiande e

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Occhi nevosi, rossore accennato, l’intimità che ti accoglie alla porta quando ancora rivolgi lo sguardo al calcestruzzo, quasi bisbigli al tuo cuore che basta sorridere, che brancoliamo in un buio precario.
Non ci son gatti per strada, sarà stata la tirannia dei “roditori alberati” ad averli costretti alla fuga, o l’abbondanza di ghiande e la loro scarsa predisposizione ad una dieta vegana, chissà…
Ovunque, un vapore bianco fuoriesce dai tombini, ti offusca di indiscrezione, perché? E nella curiosità incalzante mastichi il torpore del mattino, bevi un caffè, più che altro anneghi in acque torbide. Un po’ ti manca il tuo espresso, così conciso, così piacevolmente breve. E poi, baratti quel sorriso per una Bialetti, in realtà è un’allegria vicendevole, ha il sapore di una terra sconosciuta, ti arricchisce della sua storia.16467111_10211955972085468_1541091010_n

Occhi timidi su cui accanirsi sgranocchiando imbarazzo, si brancola nella penombra. Il cantico delle brasseries non può che essere una rivendicazione d’amor di patria. Eppure, qui si bevono sacchetti di carta, non si barcolla sui propri passi, non ci si siede a terra troppo a lungo.

Il libertinismo si agghinda di rosa cipria, mostra le gambe, si pettina i capelli argentati, parla di sé ed ammalia. Poco distante, lo sguardo si spegne nel compiacimento di qualsivoglia virilità, in un frastuono simile non è più lecito chiedere, siamo rondelle all’ingrosso.

Questa è una terra che si consuma alla luce del sole, che si scava sotto i piedi dei viandanti ed indossa frutici. Che non ci sia un’appartenenza radicata è di per sé identità, incava ogni sguardo che sfugge, ne succhia l’essenza e se ne arricchisce. In questi luoghi, ogni respiro è una folata di vita, ed i sogni percorrono da soli un lungo cammino. Più spesso, si perdono nella natura grezza dell’essenza umana.

Questa è una terra che biascica di sé masticando tabacco, mentre si raschia il ventre solerte. Ancora, una donna selvatica con le labbra dipinte, il viso d’ebano… di emancipazione, trascina con sé uno sguardo scompigliato; di paradossale inciviltà, puoi percepire lo scricchiolio di caviglie sottili che si sgretolano sotto il suo peso.

Occhi ingenui, ovunque, persino le foglie parlano la lingua di Takchawee, ma noi gli abbiamo messo le amarene in bocca.
Se solo prestassimo l’orecchio, tuttora bisbigliano.

di Andrea Valeria Ciavatta

 

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La città dei cliché- Parigi http://www.360giornaleluiss.it/la-citta-dei-cliche-parigi/ Sat, 28 Jan 2017 09:31:20 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=8032 Camminare sulla rive gauche, passare davanti al Musée d’Orsay e entrare nelle nascoste vie del quartiere di Saint Germain de Près ( sesto arrondissement) rende il cammino verso l’università Sciences Po indimenticabile. Dopo la più che piacevole camminata, una volta arrivata a Sciences Po, entri in una dimensione multiculturale come non ne ho mai viste

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Camminare sulla rive gauche, passare davanti al Musée d’Orsay e entrare nelle nascoste vie del quartiere di Saint Germain de Près ( sesto arrondissement) rende il cammino verso l’università Sciences Po indimenticabile.
Dopo la più che piacevole camminata, una volta arrivata a Sciences Po, entri in una dimensione multiculturale come non ne ho mai viste prima. Studenti che vengono da tutte le parti del mondo, bisbiglii di mille lingue diverse e un’ immensa vastità di culture differenti. Una volta iniziata la lezione, si ha la possibilità di dibattere in classe su questioni socio-politiche/economiche che ti fanno conoscere il pensiero altrui e di far sentire il proprio. Niente, a mio avviso, è più interessante e soddisfacente di partecipare in prima persona a una lezione e di poter dibattere e imparare. Avere amici che vengono dal Madagascar, dalla Birmania, dall’Australia, e quant’altro, è impagabile. Una volta finite le ore di lezione, si passa il ponte pedonale pieno di artisti di strada che collega la rive gauche con la rive droit per arrivare direttamente al quartiere le Marais ( terzo arrondissement). Se è una bellissima giornata di sole non si può non andare a Place des Vosges, dove visse Victor Hugo, prima di essere esiliato per la sua politica contro Napoleone III. Oltre a Place des Vosges, il quartiere le Marais è piccolo e affascinante e pieno di boutiques e negozi alla moda.

Ciò detto, Parigi è un grande, enorme palcoscenico, con un infinità di scenari per tutti. La Parigi più amata dai “parigini doc” sono il primo, il quarto e l’undicesimo arrondissement. Io ho avuto la fortuna di trovare un appartamento nell’undicesimo arrondissement, quartiere giovanile, artistico e divertente. L’undicesimo arrondissement è infatti il quartiere con la più alta densità demografica d’Europa, e va dalla Bastiglia a Place de la République. Oltre agli innumerevoli Café, ristoranti e locali notturni, si possono visitare anche interessanti musei. Un esempio lampante è il Musée Edith Piaf, che occupa un paio di stanze in una casa privata. Possiede vari cimeli della grande cantante francese tra cui fotografie scarpe e vestiti. Oltre ad Edith Piaf, nell’undicesimo arrondissement vissero personaggi celebri come Pablo Picasso, Paul Verlaine e Georges Simenon. I personaggi famosi, i palazzi barocco/rinascimentali, le diversità culturali , le baguette, i dolci appena sfornati, i musei meravigliosi e le piccole boutique di libri e di oggetti antichi non sono niente in confronto all’emozione di vedere il sole che tramonta dietro la torre Eiffel con i suoi colori rosei mentre si passeggia sulla Senna. Ho trovato Parigi estremamente fotogenica, con il grigio dei tetti, i palazzi perfettamente allineati e integrati tra loro e i balconcini in ferro battuto dove nonostante il freddo gelido dell’inverno i parigini doc si affacciano per fumare una sigaretta.
Parigi è un paradosso di bellezza e eleganza e clochard agli angoli della strada sotto strati di cartone.

E’ una città fatta di cliché: tutto quello che si vede e si fa, dalla torre Eiffel al Moulin rouge, è un cliché vivente.

di Rosa Maria Tomasello

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Dank je wel, Tilburg! http://www.360giornaleluiss.it/dank-je-wel-tilburg/ Sat, 14 Jan 2017 15:54:54 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7974 Quando ho deciso di fare l’Erasmus volevo scegliere una meta in un paese che mi avrebbe dato l’occasione di sfruttare al meglio la mia esperienza all’estero. Ho deciso di andare in Olanda per le opportunità che questo paese offre agli studenti e, non volendo andare in una città troppo grande, ho optato per Tilburg, situata

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Quando ho deciso di fare l’Erasmus volevo scegliere una meta in un paese che mi avrebbe dato l’occasione di sfruttare al meglio la mia esperienza all’estero. Ho deciso di andare in Olanda per le opportunità che questo paese offre agli studenti e, non volendo andare in una città troppo grande, ho optato per Tilburg, situata nella provincia del Noord-Brabant a sud dei Paesi Bassi e che conta poco più di duecentomila abitanti, principalmente studenti e molti dei quali internazionali. Tilburg, infatti, è sede di una grande università immersa nel verde. Il centro è piccolo ma presenta le caratteristiche della tipica cittadina olandese, con qualche edificio antico e le classiche casette a schiera, ma anche molti negozi, locali notturni e ristoranti.

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Io non ho vissuto nel centro della piccola Tilly, ne’ tantomeno in una casetta a schiera. La mia casa era il 48, uno degli appartamenti per studenti situati lungo la strada Professor Verbernelaan, chiamati da tutti affettuosamente Verbs, perché solo gli Olandesi riescono a pronunciare i nomi che danno alle loro strade. Quando ripenso al mio Erasmus, i ricordi che riaffiorano alla mente sono legati principalmente a questo luogo. Composto da cinque palazzoni grigi e non proprio gradevoli alla vista, il Verbs è abitato da circa duecento studenti provenienti da ogni parte del mondo. E’ qui che ho vissuto per cinque mesi, a volte in condizioni igieniche non esattamente ottimali, condividendo bagno e cucina con sedici altri ragazzi che sono diventati un po’ la mia famiglia nel corso del mio periodo all’estero.

 

Tra i corridoi del Verbs, per la prima volta mi sono ritrovata a vivere lontana da casa e ho dovuto sapermi adattare alla mia nuova vita olandese. Nonostante il disorientamento iniziale, ho imparato fin da subito che se non hai una bicicletta in Olanda non sei nessuno, e che anche se fuori piove o fanno quattro gradi sotto zero questa sarà sempre la tua immancabile compagna di avventure. Ho imparato che la birra del supermercato non è poi così male dopotutto, cosi come la pizza di Domino’s, e che il giorno preferito degli olandesi è il giovedì. Ho viaggiato in Olanda e fuori conoscendo posti nuovi. Ho partecipato a pub crawls, serate a tema e beer cantus. Ho studiato (giuro!). Ma soprattutto, ho stretto legami speciali che vanno al di là delle differenze culturali e che spero dureranno tutta la vita.

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A Tilburg ho lasciato un pezzetto di cuore e una bici malandata, ma porto con me nuovi affetti e la consapevolezza di essere cresciuta e maturata. E’ stata sicuramente un’esperienza costruttiva e ho imparato tanto sia dal punto di vista accademico che personale.

A tutti quelli che hanno incrociato la mia strada durante questi cinque mesi posso solo dire dank je wel.

di Marina Grego

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L’era del post Erasmus-Aarhus http://www.360giornaleluiss.it/lera-del-post-erasmus-aarhus/ Sat, 07 Jan 2017 17:16:27 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7918 Del mio Erasmus ho cercato in tutti i modi di afferrarne il tempo. Ad agosto ero partita credendo di saperne già abbastanza sulla Danimarca ed Aarhus. I danesi me li prefiguravo così simili a noi: solo un po’ più a nord dei tedeschi e un po’ più ad ovest dei russi. Che ci sarebbe stato

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Del mio Erasmus ho cercato in tutti i modi di afferrarne il tempo. Ad agosto ero partita credendo di saperne già abbastanza sulla Danimarca ed Aarhus. I danesi me li prefiguravo così simili a noi: solo un po’ più a nord dei tedeschi e un po’ più ad ovest dei russi. Che ci sarebbe stato da dire su di loro? Niente, credevo, sbagliandomi di molto. Di questi cinque mesi, che a volte mi sembra di aver trascorso in un’incantevole apnea, ho provato a conservarne il più possibile. Ho tenuto con me i biglietti del cinema e dei musei, gli spiccioli danesi, i sottobicchieri rubati nei pub. Ma quello che più desidero è che nulla di quanto ora rimasto si riduca ad una semplice sequela di storielle buffe e di fotografie adatte ad un profilo di Instagram. Dietro c’è dell’altro.

L’Erasmus sono io, io che ad un party dell’università discuto per due ore con uno studente di cinema danese su Refn (insieme a Von Trier tra i più importanti attuali registi della Danimarca) per il quale solo Drive è un buon film (un capolavoro, direi io) perché è l’unico di Refn non scritto da lui stesso, mentre io dissento (ma lo ha visto The Neon Demon?).
L’Erasmus è scoprire come in Scandinavia la fiducia che riponiamo negli altri non metta mai in luce la nostra vulnerabilità, ma invece dà un valore aggiunto alla società a cui apparteniamo. Per dirne una: i danesi lasciano i loro bambini nelle culle fuori dai caffè, ché per loro l’importante è che siano ben protetti dal freddo. E non c’è cosa che offenda uno di loro più della domanda: “Ma non ha paura che qualcuno si porti via il neonato?”. La risposta, poi, infatti, sarà sempre la stessa, secca, tinta di una vanità poco celata: “Noi ci fidiamo gli uni degli altri”.
Ancora, l’Erasmus è trovarsi in mezzo ad una lezione di yoga. Ad una partita di calcetto femminile. È parlare lentamente in italiano ad una spagnola che non capisce bene l’inglese e rivelarle come molte parole del tuo dialetto siano identiche nella sua lingua. L’Erasmus sono le persone, soprattutto. Quelle con cui studi, con cui ti lamenti dei caffè lunghi, americani, del tempo che non migliora. Quelle con cui cerchi la luna gigante dietro le spesse nuvole del cielo di Danimarca, le persone con cui mesi prima avevi guardato le stelle, in una notte di fine settembre, ad un falò improvvisato (come tutto è improvvisato in un Erasmus) acceso su una bianchissima, adamantina, spiaggia del Baltico.

Viaggiare, così a lungo e non per il solo gusto di farlo, ti dona occhi nuovi (diceva qualcuno di nome Proust) con cui scrutare quello che vedrai in futuro e con cui valutare i pro e i contro di dove hai vissuto finora. Ma c’è di più: la parte più bella del viaggio consiste nel conquistare piccoli pezzettini di sé, un mattone sopra gli altri, uno per ogni giorno che passa. Salendo sul sellino di una bicicletta, imponendoti di frequentare il corso di una lingua scandinava parlata da appena cinque milioni di anime, facendo di conto convertendo le corone in euro (sulla tabellina del sette sono ritornata ferratissima), girovagando per il supermercato (le prime settimane, Google Translate alla mano) tentando di memorizzare i nomi di quello che metti nel carrello.

Perfino Mattarella ne ha fatto menzione nel suo discorso di fine anno: quella di essere europei oltre che italiani, francesi, tedeschi, danesi può ancora non essere solo una storia che ci piace raccontare a noi stessi, una favola con cui addormentarci mentre l’Europa (diciamoci la verità) continua, in un silenzio frastornante, ad aggiustare una crepa lì mentre una più profonda appare là. Il mercato unico, l’euro, Schengen, la libertà di movimento: i risultati – oggi più che mai scricchiolanti – di sessanta anni di europeismo compiuto sulla carta, sui trattati e i memorandum, lasciando indietro la necessità di costruire un’identità europea non per forza condivisa ma, quantomeno, più condivisibile. È un sogno gigante. Ma deve pur cominciare, da qualche parte. E lo fa così, facendoci studiare insieme: italiani, tedeschi, cechi, inglesi, francesi e ungheresi con le loro teste chine sui libri e i portatili, nelle aule studio della stessa Business School dell’università di una cittadina della Scandinavia. Qualcuno tra noi disturba chi gli sta accanto, quell’altro lo insulta di rimando con una parolaccia che ha appena imparato a dire in una lingua che non è la sua. Si danno una pacca sulla spalla, poi tornano ai loro assignment, dopo aver scucito un sorriso anche a tutti noi altri.

Alla fine degli esami brindiamo, in un locale qualunque di una città europea qualunque (non conta più essere ad Aarhus, a Varsavia o a Lisbona), ci promettiamo il prossimo incontro, una rivincita a beer-pong. “You know you’ll always have a spot in my town”, ci diciamo. Ci scattiamo l’ultima delle migliaia di foto fatte insieme.

Saliremo su un aereo mostrando solo la carta d’identità dai bordi smangiucchiati, perché chi di noi ha ancora bisogno di un passaporto per muoversi in Europa? Torneremo a casa, le valigie le disferemo storditi, tutto ci sembrerà diverso da prima. Il caffè, il vino, le sigarette, le lenzuola, la fila al supermercato.
In realtà, in un modo che forse solo tra anni sarò in grado di spiegare guardandomi indietro, post-truth nell’era dei post-Erasmus, diversi lo siamo (e lo saremo) noi, e nulla più.

di Margherita Cardinale

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L’auberge anglais-Colchester http://www.360giornaleluiss.it/lauberge-anglais-colchester/ Sat, 31 Dec 2016 09:23:02 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7902 Colchester è una sonnacchiosa cittadina inglese dai tetti bassi, le facciate antiche medievali in legno e dipinte di colori improbabili, oppure ricoperte dei classici mattoncini rossi a vista che ovunque tu vada sembrano proprio urlare “Inghilterra!”. Il senso di meraviglia e di magia che questo posto mi ha trasmesso appena arrivata però non è stato

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Colchester è una sonnacchiosa cittadina inglese dai tetti bassi, le facciate antiche medievali in legno e dipinte di colori improbabili, oppure ricoperte dei classici mattoncini rossi a vista che ovunque tu vada sembrano proprio urlare “Inghilterra!”. Il senso di meraviglia e di magia che questo posto mi ha trasmesso appena arrivata però non è stato duraturo. No, è durato la bellezza di soli venti minuti.

Perché nelle due ore successive al mio arrivo, sono passata dal caratteristico centro città dall’ordinata forma rettangolare al losco sobborgo dove si trovava Forest Road House, la mia nuova casa per il resto dell’Erasmus.
Forest Road House era l’apoteosi dello squallido: muri scrostati, moquette da brividi, elettrodomestici obsoleti che in qualche strano modo erano sopravvissuti ad ogni tentativo di ristrutturazione o miglioria. E nonostante tutto, Forest Road House era anche il rifugio di tutti gli studenti Erasmus di Colchester a cui era stata negata una stanza nei dormitori dell’Università di Essex.

 
Si potrebbe pensare che questo significhi che il mio Erasmus sia stata un’esperienza terribile, da dimenticare e tentare di rimuovere quanto prima possibile dalla memoria, ma non è così. Ora, mentre scrivo queste parole, sto riascoltando la playlist di canzoni che hanno accompagnato la mia permanenza a Colchester, un improbabile miscuglio di musica inglese, italiana, francese, belga e tedesca, e non posso fare a meno di lasciarmi assalire dalla nostalgia.

Perché vivere nel Flat 2.6 di Forest Road House non ha significato solo vivere in un posto dimenticato dalla modernità e dalle più basilari norme igieniche, ma piuttosto essere parte di una famiglia internazionale di studenti che, trovatisi assieme per caso, sono riusciti a trasformare un’esperienza dalle premesse terribili in un momento indimenticabile della mia vita, che mi sarà per sempre caro.

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Se c’è una cosa che ho imparato durante i mesi passati all’estero è che non importa dove ti trovi, quali sfide devi affrontare: la cosa davvero fondamentale sono le persone che ti accompagnano durante il tuo percorso. Perciò del mio Erasmus non ricorderò la sfilza infinita di essays e deadlines che mi hanno dato gli incubi e inseguita come segugi per tutta la mia permanenza in Inghilterra, non ricorderò le comuni lamentele riguardo il metodo di insegnamento anglosassone, così diverso dal resto d’Europa da essere stato etichettato come “weird” da ogni studente di scambio che ho conosciuto, non ricorderò la delusione di aver trovato l’intero centro città chiuso alle cinque del pomeriggio proprio quando eravamo riusciti a liberarci per prendere un dignitoso thè all’inglese.

 
Ricorderò le serate passate a guardare il film “L’auberge espagnol” e a paragonare gli studenti Erasmus sullo schermo a noi; ricorderò i lunedì sera passati al karaoke al bar dell’università dove abbiamo lasciato ogni briciolo di dignità rimastaci; ricorderò le feste in discoteca all’insegna della peggior musica degli anni novanta. Ricorderò soprattutto le feste improvvisate a Forest Road House, dove assieme al proprio drink bisognava anche portarsi la propria sedia e probabilmente anche il proprio bicchiere; ricorderò soprattutto le serate passate attorno al tavolo della cucina assieme alle mie coinquiline, improvvisando giochi da tavolo, lezioni di lingua e passando con nonchalance da impegnatissimi discorsi di politica comparata a banali discussioni su come cucinare il riso il più velocemente possibile. Ricorderò gli abbracci e le lacrime degli ultimi giorni e le promesse di rimpatriate che spero tuttora verranno mantenute.

 
E se potessi tornare indietro, non cambierei una sola virgola. Nonostante tutto, nonostante tutte le aspettative volate giù dalla finestra e mai realizzate, è successo qualcosa di inaspettato, lì a Colchester. Ho stretto dei legami speciali che trascendono le distanze e le differenze culturali, di lingua e di abitudini e che mi hanno permesso di sperimentare, per la prima volta nella mia vita, cosa vuol dire davvero sentirsi parte del sogno europeo.

Ora non sono più solo una studentessa italiana in Erasmus, ma sono una ragazza dell’appartamento 2.6 e pezzi del mio cuore parlano inglese, tedesco, francese, olandese e sono più che certa che non smetteranno mai.

 
Di Anna Finiguerra

 

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Jamais je ne t’oublierai- Louvain La Neuve http://www.360giornaleluiss.it/jamais-je-ne-toublierai-louvain-la-neuve/ Sat, 17 Dec 2016 14:24:10 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7814 « Louvain-la-Neuve Tu ne dors jamais la nuit Tu me fais chanter Sans m’arrêter.. » Sono arrivata a dicembre ormai, quasi alla fine del mio Erasmus. Il blocus, o meglio la sessione intensiva di esami, si avvicina, e anche Louvain La Neuve sta dando i suoi farewell parties. Louvain La Neuve, è la cittadina più giovane del

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« Louvain-la-Neuve

Tu ne dors jamais la nuit

Tu me fais chanter

Sans m’arrêter.. »

Sono arrivata a dicembre ormai, quasi alla fine del mio Erasmus.

Il blocus, o meglio la sessione intensiva di esami, si avvicina, e anche Louvain La Neuve sta dando i suoi farewell parties.

Louvain La Neuve, è la cittadina più giovane del Belgio, fondata appunto negli anni Settanta per ospitare la sezione francofona dell’Università Cattolica di Lovanio, la fiamminga e quasi omonima Leuven.

Ma quello che Wikipelouvain 2dia non dice è che di giovane non ci solo le costruzioni tutte uguali in mattoncini rossi, che le danno quell’aria un po’ finta da parco a tema. Dei circa 45 mila abitanti infatti, 15 mila sono solo studenti fuorisede, rendendo questo piccolissimo agglomerato urbano uno strano ibrido tra un campus universitario ed una pittoresca cittadina della Vallonia.

E’ facile immaginare quindi, come la vita studentesca non finisca dopo una estenuante giornata di studio, ma ti proponga una festa ogni sera della settimana, spesso e volentieri nel tuo stesso Kot.
Kot è il termine belga per indicare gli appartamenti universitari, ma la particolarità di Louvain La Neuve sono i Kot-à-Projet. Gli studenti che vi risiedono portano avanti attività culturali, sociali o di sensibilizzazione su particolari tematiche, andando ad esempio dal Kot di Amnesty International al Kap Vert per lo sviluppo sostenibile, passando anche per quelli meno impegnati, come il Kot Erasmus.

 

Fino al giovedì ogni sera è una festa, che sia qualcosa di un po’ alternativo in un Kap, oppure una soirée alla CASA, discoteca storica – per quanto di storia si possa parlare – accessibile con l’outfit raccomandato di felpa e sneakers, le ragioni alla vostra immaginazione.

Dal venerdì, con il rientro a casa di chi non abita troppo distante, Louvain La Neuve è degli studenti internazionali, che prendono il loro GOPASS10 – speciale carnet di dieci viaggi – e partono verso qualche meta a riempirsi gli occhi.
Bruxelles, Bruges, Gent, Anversa.. angoli diversi del Paese, uniti dal medesimo fil rouge di quel Gotico reinterpretato in chiave fiamminga. Ed il Belgio non è il cœur de l’Europe solo istituzionalmente parlando: uno dei valori aggiunti al mio Erasmus è stata appunto la possibilità di visitare l’Olanda e la Svezia.

Dulcis in fundo, i mercatini di Natale, allestiti con delle carinissime casette di legno dal tetto ‘imbiancato’ a spioventi, perfino nella Gran(piccola) Place di Louvain La Neuve. Dalle decorazioni ai dolci, dal vin chaud alla birra artigianale, passando per una banda di ‘babbinatali’ che suona in pieno pomeriggio sotto la tua finestra della biblioteca. Un’atmosfera magica che non si estingue all’orario di chiusura, ma ti insegue nelle strade illuminate, con un augurio di Joyeux Noel.

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So già che mi mancherà.

Che Roma sarà così grande e dispersiva, senza quel perenne tappeto ambrato di foglie davanti al mio kot, e la pioggerella sottile, che non la senti ma ti bagna.
Le vetrine delle cioccolaterie quando vuoi stare a dieta, l’odore delle frites che si mescola a quello delle gaufre del negozietto all’angolo, piccola soddisfazione che ti concedi ‘perchè oggi hai studiato tanto’.
Mi mancherà come gli speculoos nel latte la mattina, quel sapore che prima non conoscevi ed al quale non sapresti proprio più rinunciare.

« ..On fête toute l’année

Parfois on pleure en juin

Mais non jamais, jamais je ne t’oublierai »

 di Federica Maghella

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