Arte – 360°- il giornale con l'università intorno http://www.360giornaleluiss.it Fri, 16 Mar 2018 19:15:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.8.2 http://www.360giornaleluiss.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/02/cropped-300px-32x32.png Arte – 360°- il giornale con l'università intorno http://www.360giornaleluiss.it 32 32 97588499 Picasso in Italia: arte e biografia si fondono in un personale classicismo http://www.360giornaleluiss.it/picasso-in-italia-arte-biografia/ Thu, 26 Oct 2017 11:03:37 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=8982 Picasso si racconta per la prima volta in forme e temi per lui nuovi, confidando allo spettatore le pagine nascoste della sua vita. Noto per aver avviato una delle più celebri avanguardie artistiche come il cubismo, Picasso mostra la personalità di un artista completo ricorrendo, durante la carriera, ad una molteplicità di tecniche e stili.

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Picasso si racconta per la prima volta in forme e temi per lui nuovi, confidando allo spettatore le pagine nascoste della sua vita.

Noto per aver avviato una delle più celebri avanguardie artistiche come il cubismo, Picasso mostra la personalità di un artista completo ricorrendo, durante la carriera, ad una molteplicità di tecniche e stili. In occasione del centenario dalla visita in Italia, le Scuderie del Quirinale ospitano le opere del pittore spagnolo nel decennio che va dal 1915 al 1925. Sono anni di transizione dalla travagliata esperienza del cubismo come ossessionata ricerca della scomposizione e della frammentazione dell’immagine, verso l’armonia racchiusa nella linearità dell’arte classica. Esempi di questo slancio artistico sono certamente “Ritratto di Olga in poltrona”, ballerina della compagnia del balletto russo nonché moglie di Picasso la cui bellezza dei tratti e la solennità della posa permeano l’opera, oppure “Arlecchino con specchio”, maschera del teatro partenopeo che costituisce una sorta di alter ego dell’artista. Ne “Il flauto di Pan” è racchiusa la monumentalità delle statue greche e la compostezza dei giovani uomini che si erigono su uno sfondo bidimensionale. Infine l’opera più celebre di tale esperienza è “Due donne che corrono sulla spiaggia”, un quadro di piccole dimensioni che esprime i contrasti della sua pittura. La scena coglie due donne dall’aspetto possente nell’atto della corsa, con i capelli al vento e gli abiti che aderiscono alle linee movimentate dei corpi, conferendo un prepotente senso di dinamismo. Il fascino esercitato da capitali del classicismo quali Roma e Napoli, fece affiorare il desiderio di un brusco ritorno all’ordine dove i soggetti inseriti in una cornice scarna emergono per la cura dei particolari e il significato introspettivo della scena. Si tratta pertanto di un’esposizione che arricchisce la conoscenza sull’artista con un focus sulle opere che, isolandosi momentaneamente dalla dirompente espressività del cubismo, esaltano a pieno la duttilità e la genialità di uno dei più grandi maestri del ‘900.

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Picasso in Italia: arte e biografia si fondono in un personale Classicismo http://www.360giornaleluiss.it/picasso-italia-arte-biografia-si-fondono-un-personale-classicismo/ Sun, 15 Oct 2017 15:18:34 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=8959 oto per aver avviato una delle più celebri avanguardie artistiche come il Cubismo, Picasso mostra la personalità di un artista completo e ricorre, durante la sua carriera, ad una molteplicità di tecniche e stili. In occasione del centenario dalla visita in Italia, le Scuderie del Quirinale ospitano le opere del pittore spagnolo nel decennio che

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oto per aver avviato una delle più celebri avanguardie artistiche come il Cubismo, Picasso mostra la personalità di un artista completo e ricorre, durante la sua carriera, ad una molteplicità di tecniche e stili.
In occasione del centenario dalla visita in Italia, le Scuderie del Quirinale ospitano le opere del pittore spagnolo nel decennio che va dal 1915 al 1925. Sono gli anni di transizione dalla travagliata esperienza del cubismo come ricerca della scomposizione e della frammentazione dell’immagine in maniera quasi ossessiva, verso l’armonia racchiusa nella linearità dell’arte classica.
Esempi di questo slancio artistico sono “Ritratto di Olga in poltrona”, ballerina della compagnia del balletto russo nonché moglie di Picasso la cui bellezza dei tratti e solennità della posa permeano l’opera, oppure ancora “Arlecchino con specchio”, maschera del teatro partenopeo che costituisce una sorta di alter ego dell’artista. Ne “Il flauto di Pan” è racchiusa invece la monumentalità delle statue greche e la compostezza di giovani uomini che si erigono su uno sfondo bidimensionale.
Ma l’opera più notevole di tale esperienza è “Due donne che corrono sulla spiaggia”, un dipinto che, seppur di piccole dimensioni, esprime benissimo i contrasti della sua pittura.
La scena coglie due donne dall’aspetto possente nell’atto della corsa, con i capelli al vento e gli abiti che aderiscono alle linee movimentate dei corpi, conferendo un prepotente senso di dinamismo. Il fascino esercitato da due delle maggiori capitali del Classicismo quali Roma e Napoli, fece affiorare il desiderio di un brusco ritorno all’ordine dove i soggetti inseriti in una cornice scarna emergono per la cura dei particolari ed il significato introspettivo della scena.
Si tratta di un’esposizione che arricchisce lo spettatore della conoscenza sull’artista attraverso un focus sulle sue maggiori opere. Queste, isolandosi dalla dirompente espressività del cubismo, esaltano a pieno la duttilità e genialità di uno dei più grandi maestri del ‘900.

Flaminia Bonanno

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L’arte che prende vita: Artemisia Gentileschi http://www.360giornaleluiss.it/larte-che-prende-vita-artemisia-gentileschi/ Thu, 16 Feb 2017 00:58:36 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=8100 Allestita nella splendida cornice di Palazzo Braschi, maestoso edificio settecentesco nel cuore di Roma, la mostra Artemisia Gentileschi e il suo tempo offre un ottimo spunto di riflessione artistica e intellettuale. Donna dalla forte tempra e personalità, Artemisia segue le orme del padre Orazio, il quale la indirizza e la supporta nel controverso mondo dell’arte, notandone

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Allestita nella splendida cornice di Palazzo Braschi, maestoso edificio settecentesco nel cuore di Roma, la mostra Artemisia Gentileschi e il suo tempo offre un ottimo spunto di riflessione artistica e intellettuale. Donna dalla forte tempra e personalità, Artemisia segue le orme del padre Orazio, il quale la indirizza e la supporta nel controverso mondo dell’arte, notandone una sensibilità e una creatività più raffinate di quelle dei fratelli. I valori artistici e stilistici di una Roma barocca incontrano il dramma esistenziale di una fanciulla che ancora giovanissima viene segnata dalla violenza subita dall’amico di famiglia Agostino Tassi. Da quel momento si assiste alla crescita più evidente dell’operato di Artemisia, che ha saputo riscattare la propria dignità attraverso il realismo tagliente dei suoi quadri.

Sotto l’influenza della tecnica e della luminosità caravaggesca, la pittrice romana ha tessuto il filo conduttore dei propri quadri prediligendo episodi biblici narranti scontri animati da donne trionfanti come nella celebre Giuditta che taglia la testa a Oloferne. Inoltre nelle plurime rappresentazioni della Maddalena emerge una sorta di immedesimazione dell’artista nella vergogna di una profanazione del corpo e pertanto sempre immortalata in scene di penitenza.

Non meno significative le rappresentazioni di figure carismatiche e sensuali come Cleopatra e Lucrezia, la cui lussuria non cela la sofferenza dei volti. Tuttavia i corpi sinuosi e le vesti dorate riportano ad un contesto totalmente seicentesco da cui la tormentosa anima di Artemisia sembra essersi emancipata. Ed è proprio questa sua abilità nel creare un equilibrio tra espressione della dimensione interiore e attenzione alle regole, che le permette di avere successo sia in Italia presso la corte medicea, nella città natale e infine a Napoli, ma anche in Inghilterra dove trascorre un breve periodo della sua vita.

Pertanto ci troviamo di fronte ad un’artista forse fin troppo a lungo vissuta nell’ombra del suo mentore Caravaggio, la quale invece ha saputo assecondare l’arte senza stavolta rimanerne vittima, ritrovando nelle dense cariche emotive dei suoi personaggi quella vitalità che le è stata prematuramente sottratta. E’ una figura contemporanea, capace di trasmettere un grande insegnamento e di trasformare la passione per la pittura in un potente strumento di denuncia e di rinascita.

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Effetti boomerang dell’EO trumpiano http://www.360giornaleluiss.it/effetti-boomerang-delleo-trumpiano/ Wed, 08 Feb 2017 11:32:49 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=8066 E se fosse la « lotta » a far finire la guerra?   Ci abbiamo mai pensato?! Quali potrebbero essere i risvolti di una guerra combattuta con un’altra guerra? Bene che, per intenderci, non essendo leaders né commanders-in-chief di nessun paese, abbiamo la grande fortuna di poter discettare su un tipo di lotta pacifica. Un po’

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E se fosse la « lotta » a far finire la guerra?

 

Ci abbiamo mai pensato?! Quali potrebbero essere i risvolti di una guerra combattuta con un’altra guerra? Bene che, per intenderci, non essendo leaders né commanders-in-chief di nessun paese, abbiamo la grande fortuna di poter discettare su un tipo di lotta pacifica. Un po’ come quella che ha dichiarato il MoMA (Museum of Modern Art di New York) a Donald Trump qualche giorno fa, quando ha proposto di modificare il proprio percorso espositivo facendo spazio all’arte dei maestri provenienti dai sette paesi « bannati », facendoli artisticamente dialogare con gli artisti di Ordolandia, o meglio di quello che Limes, in un eccesso di ottimismo, ha ribattezzato il fu Occidente allargato.

 

Ciò ha reso possibile alle opere d’arte di Ibrahin el-Salahi, Zaha Hadid o Hossein Zenderoudi, di potersi incredibilmente confrontare con les chefs-d’œuvre di Picasso, Van Gogh e Matisse nell’intreccio meraviglioso di quello che era esattamente un richiamo ai valori di libertà e accoglienza e che – a ben vedere – il mondo dell’arte ha molto più chiari e cari di quello della politica. E, come se non bastasse, ci si è messo anche lo sport: nei prossimi 16 e 17 Febbraio a Kermanshah (Iran) si svolgerà il Mondiale di lotta, sport nel quale Usa e Iran sono superpotenze. Questo evento si candida ad avvicinarsi a ciò che nei libri di storia viene raccontato come la « diplomazia del ping-pong » , ovvero lo scambio di visite fra atleti fra Usa e Cina nato all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso. Ma per tornare ad oggi, l’Iran aveva inizialmente negato i visti d’ingresso ai lottatori americani selezionati per il Mondiale, se non fosse stato per un improvviso cambio di rotta che ha fatto seguito alla dichiarazione, contenuta in un provvedimento, di un giudice di Seattle secondo cui il famoso EO (Executive Order), emanato dal neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump, risultava incostituzionale agli occhi dell’opinione pubblica e delle Istituzioni.

Volendo fare un veloce ripasso, il decreto consisteva in un bando d’ingresso indirizzato ai cittadini di sette paesi musulmani (Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen) ritenuti dal presidente potenzialmente pericolosi per la sicurezza degli Stati Uniti in quanto maggiormente esposti alla proliferazione di cellule ISIS e a varie altre organizzazioni quediste. In linea teorica, e se vogliamo anche pratica, sicuramente; in linea di realpolitik, un po’ meno. Come infatti ci hanno da sempre insegnato genitori, maestri e professori, ascoltare una sola campana potrebbe rivelarsi controproducente, oltre che limitante ai fini del formarsi di un’opinione quanto più possibile completa sotto i suoi diversi punti di vista. Quello che agli occhi del mondo orientale si è posto nei termini di un veto disumano e crudele, per la Casa Bianca evidentemente non lo era. Risultava anzi come una valida misura di sicurezza per il colosso a stelle e strisce che dall’ultima amministrazione si avvia in maniera piuttosto evidente verso un riduzionismo – che è sì relativo, ma rappresenta pur sempre il declino di una potenza che dalla seconda guerra mondiale in poi ha vantato un’egemonia senza pari sul sistema internazionale – dovuto a una serie di iniziative portate avanti in maniera spesso astrategica, dal punto di vista delle relazioni internazionali. Ma non volendoci addentrare troppo in questa sede in quelli che sono stati i meriti e i demeriti della linea politica obamiana, possiamo limitarci a dire che descrivere il Trump’s EO come un #muslimban – in maniera semplicistica, mediatica e quasi assordante – potrebbe infiammare il sentimentalismo nazionalreligioso tra i muslims americani, generando caos e proteste di cui, men che meno oggi, il mondo ha bisogno.


« La manipolazione dell’informazione sul Trump’s EO è un danno alla sicurezza dei cittadini americani. Occorre fermarsi! Anche Ebrei e Cristiani vi sono coinvolti » 

twittava qualche giorno fa Germano Dottori, Cultore di Studi Strategici alla Luiss e Consigliere redazionale della rivista Limes. E lasciando ad ognuno la libertà di interpretare le parole degli altri come preferisce, non possiamo non concordare sul fatto che l’informazione tossica è un male da cui, soprattutto noi studenti di scienze politiche, economiche e giuridiche, dobbiamo tenerci quanto più possibile lontani.

Ma oggi, è grazie alla mediazione di settanta accademici dell’Università Sharif di Teheran che hanno invitato il governo iraniano a reagire con «l’ospitalità tradizionale di iraniani e musulmani» che lo sport avrà occasione – esattamente fra una settimana – di offrire l’ennesima prova di essere uno strumento di miglioramento del mondo. Tutto ciò grazie alla lotta, uno degli sport più antichi che in Iran affonda le sue radici.

E se è vero che l’arte migliora la vita, ci rende più ottimisti e aperti all’amore, forse oggi è meglio lottare a suon di opere d’arte e di sport piuttosto che ergere muri, siano questi virtuali o reali. D’altronde, « Mettete dei fiori, nei vostri cannoni », cantava qualcuno!

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PASOLINI UN UOMO SCOMODO http://www.360giornaleluiss.it/pasolini-un-uomo-scomodo/ Wed, 02 Nov 2016 17:38:19 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7412 Il 2 novembre 1975 moriva tragicamente Pier Paolo Pasolini.  Sono passati 41 anni da quella macabra mattina d’autunno in cui, sul litorale di Ostia, fu ritrovato il corpo senza vita del poeta più anticonformista del ‘900. Nato nel 1922 a Bologna, visse l’infanzia e l’adolescenza da nomade a causa dei continui spostamenti del padre. Nel

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Il 2 novembre 1975 moriva tragicamente Pier Paolo Pasolini. 

Sono passati 41 anni da quella macabra mattina d’autunno in cui, sul litorale di Ostia, fu ritrovato il corpo senza vita del poeta più anticonformista del ‘900. Nato nel 1922 a Bologna, visse l’infanzia e l’adolescenza da nomade a causa dei continui spostamenti del padre. Nel 1939 si iscrisse alla facoltà di Lettere a Bologna iniziando così la frequentazione di un circolo letterario composto da Serra, Leonetti e Roversi. Nel 1942 pubblicò Poesie a Casarsa con cui attirò l’attenzione del grande pubblico ma soprattutto con cui fu notato dal celebre critico Gianfranco Contini. Cominciò lo stesso anno il servizio militare ma, con la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943, terminò la sua breve esperienza bellica. Il 1949 fu l’anno della sua iscrizione al PCI da cui però fu violentemente cacciato a causa della sua omosessualità. Accusato di corruzione di minori, gli fu negata anche la possibilità di insegnare e perciò decise di trasferirsi a Roma con la madre. Fu proprio nella capitale che conobbe il degrado delle periferie, le cosiddette borgate, decidendo così di denunciare le misere condizioni delle classi meno agiate del sottoproletariato. Nel 1955 venne pubblicato il suo capolavoro Ragazzi di una vita in cui urlò a gran voce il suo disagio e il suo profondo sdegno verso uno stato completamente disinteressato nei confronti dei ceti meno abbienti. Accusato di pornografia dovette subire un processo che, paradossalmente, aumentò la sua fama nel mondo letterario e non solo. Per le sue posizioni politiche e per il suo orientamento sessuale venne più volte minacciato da gruppi neofascisti. Il 2 novembre del 1975, a seguito di una lite con l’allora diciassettenne Pino Pelosi, venne brutalmente picchiato e più volte investito sulla spiaggia deserta di Ostia.

La morte di Pier Paolo Pasolini rappresenta una nota oscura e misteriosa della cronaca italiana, tant’è che ancora oggi non si conosce  esattamente cosa successe quella notte. Tante le ipotesi e tante le domande che da quarantun anni assillano la mente di molti italiani, ma che purtroppo non troveranno mai risposta. Oriana Fallaci fu una tra le tante personalità che cercarono di far chiarezza da sé. Un rapporto, il loro, definibile con il tanto celebre Odi et amo catulliano segnato da insulti e apprezzamenti ma con un costante sfondo di rispetto e lealtà. Dopo la sua morte la giornalista fiorentina inviò una lettera a Pasolini con cui, segnata dal lutto, riesce a cogliere perfettamente l’anima del poeta più scandaloso del nostro tempo:

“Sei stato tu a insegnarmi che bisogna essere sinceri a costo di sembrare cattivi, onesti a costo di risultare crudeli, e sempre coraggiosi dicendo ciò in cui si crede: anche se è scomodo, scandaloso, pericoloso. Tu scrivendo insultavi, ferivi fino a spaccare il cuore. E io non ti insulto dicendo che non è stato quel diciassettenne a ucciderti: sei stato tu a suicidarti servendoti di lui. Io non ti ferisco dicendo che ho sempre saputo che invocavi la morte come altri invocano Dio, che agognavi il tuo assassinio come altri agognano il Paradiso.”

 

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Sammezzano: tra fascino e leggenda http://www.360giornaleluiss.it/sammezzano-tra-fascino-leggenda/ Mon, 24 Oct 2016 12:26:50 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7311 Il castello di Sammezzano non è solo un gioiello dell’architettura avvolto da un fascino tutto orientale, ma ha, come ogni castello che si rispetti, delle leggende che rendono la sua storia ancora più affascinante. In ogni luogo magico non può, ovviamente, mancare un tesoro nascosto. Infatti, si narra che all’interno dell’edificio vi sia un arcano

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Il castello di Sammezzano non è solo un gioiello dell’architettura avvolto da un fascino tutto orientale, ma ha, come ogni castello che si rispetti, delle leggende che rendono la sua storia ancora più affascinante.

In ogni luogo magico non può, ovviamente, mancare un tesoro nascosto. Infatti, si narra che all’interno dell’edificio vi sia un arcano tesoro che aspetta ancora di essere trovato. Le scritte sopra le due entrate opposte del corridoio bianco, un tempo chiamato Galleria dei Vasi, sembrano essere state fatte per confermare questa teoria: da una parte la parola nodum, dall’altra l’imperativo solve, che invitano quindi il visitatore a scogliere il nodo, ovvero il segreto, l’enigma nascosto tra le mura dell’edificio.

 

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C’è chi dice, poi, che il fantasma del Marchese si aggiri per il castello durante la notte, provocando strani rumori e sbattimenti di porte, senza essere però mai ostile verso i presenti, tanto da essere stato ribattezzato dall’allora portiere con il nomignolo di Fantasma Tiberio.

Infine, vi è quella che gli abitanti locali hanno chiamato la “maledizione dei Leoni Piangenti”. Il marchese venne colpito da una misteriosa malattia, una specie di paralisi progressiva. Nonostante i numerosi tentativi per salvargli la vita, che richiesero anche l’aiuto di maghi e stregoni, Ferdinando Panciatichi Ximenes morì e le sue spoglie furono poste in una cripta sotto al castello. A guardia del suo corpo furono posti due leoni in pietra che, invece dell’espressione seria e maestosa tipica dei ritratti felini, avevano un’aria triste e malinconica. Per di più, una strega fece una maledizione sui leoni: chiunque avesse profanato le statue, disturbando il riposo eterno del marchese, sarebbe morto a causa della stessa malattia di Ferdinando. E sembra proprio che, nel 2005, questo anatema sia accaduto ai due ladri che hanno rubato uno di questi leoni, nonché ad un mercante d’arte in Umbria e ad una ricca signora lombarda che sono stati proprietari, seppur per breve tempo, del “Leone Triste”.

Leggende e mistero, dunque, che aumentano il fascino di questo castello situato a meno di cento chilometri da Firenze, ancora troppo poco conosciuto ma che necessita sempre più di essere restaurato. Tra le varie iniziative portate avanti per la tutela di questo luogo, c’è anche la partecipazione al concorso “FAI – I Luoghi del Cuore”, con lo scopo di ricevere fondi che potrebbero, in parte, salvare l’opera dallo stato di degrado in cui versa.

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Un tuffo nell’arte: cento anni di Dadaismo http://www.360giornaleluiss.it/un-tuffo-nellarte-cento-anni-dadaismo/ Thu, 06 Oct 2016 17:16:52 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7158 Ad oggi, sono passati cento anni dalla fondazione di uno dei movimenti antiartistici più sovversivi della storia: si tratta del Dadaismo, iconoclasta, irriverente, folle. Svizzera, 1916. La grande guerra è appena cominciata e nella neutrale terra al centro dell’Europa in battaglia confluiscono rifugiati, disertori, antimilitaristi, artisti, critici e rivoluzionari. Il terreno è fertile ed è qui

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Ad oggi, sono passati cento anni dalla fondazione di uno dei movimenti antiartistici più sovversivi della storia: si tratta del Dadaismo, iconoclasta, irriverente, folle. Svizzera, 1916. La grande guerra è appena cominciata e nella neutrale terra al centro dell’Europa in battaglia confluiscono rifugiati, disertori, antimilitaristi, artisti, critici e rivoluzionari. Il terreno è fertile ed è qui che, fra le mura del Cabaret Voltaire, nasce Dada, il 5 Febbraio 1916. Cos’è davvero Dada? Non lo sanno nemmeno i dadaisti. “Soltanto il capo dei dadaisti lo sa e lui non lo dice a nessuno”, scrisse il dadaista Johannes Baader nel 1919.

Dada è casualità e provocazione. È un movimento artistico, letterario e anche politico che ha come vocazione sconvolgere le regole della produzione artistica, fare riflettere sul sistema tradizionale dell’arte stessa. Dada è tutto ed è nulla. Dada è gioco ed è paradosso. Dada è tutto e il contrario di tutto. È contro la morale comune e contro l’immobilità del pensiero, per la totale libertà dell’individuo, per la spontaneità e per la contraddizione, per il no dove gli altri dicono sì e per il sì dove gli altri dicono no, per l’imperfezione contro la perfezione. Dada è libertà di essere dada o di non esserlo. Dada è arte e, nel contempo, negazione dell’arte. Dada è una tendenza che è un nonsenso per definizione.

A partire dal nome che non ha un significato preciso, Tristan Tzara disse semplicemente che si trattava di una parola trovata in una pagina di un dizionario tra i cui fogli si era infilato un tagliacarte. Di fatto, il termine “dada” cambia significato a seconda della lingua in cui lo si usa: in russo significa due volte sì; in tedesco due volte là; in italiano e francese è una delle prime parole che i bambini pronunciano, e con la quale indicano tutto, dai giocattoli alle persone. Non ci stupisce che il manifesto dadaista sia, in realtà, un anti-manifesto: “Scrivo un manifesto e non voglio niente – comincia Tzara – eppure certe cose le dico, e sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principi. Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contraddittorie, in un unico refrigerante respiro…”.

Età media del gruppo: intorno ai trent’anni. Caratteristiche particolari: riscattare l’umanità dalla follia che l’ha portata alla guerra. Hans Jean Arp scrisse:

“perduto ogni interesse per quel mattatoio che era la guerra mondiale, ci volgemmo alle belle arti. Mentre i cannoni tuonavano in lontananza, noi dipingevamo, recitavamo, componevamo versi e cantavamo con tutta l’anima. Eravamo alla ricerca di un’arte elementare, capace di salvare l’umanità dalla follia dell’epoca.”

Per fare ciò occorre azzerare tutte le ideologie e tutti i valori. Il Dadaismo non si configura come un movimento ma come un modo di sentire, il modo più lirico per dire no alla follia camuffata da ragione di stato.

Il maestro del ready-made è Marcel Duchamp che, già nel 1913, senza saperlo, aveva creato la prima opera dadaista: la Ruota di bicicletta, seguita poi dallo Scolabottiglie e dalla Fontana. L’intervento è minimo, o addirittura inesistente: l’opera sta nel concetto, nel gesto creativo che la sposta da un ambito a un altro. La ruota, l’orinatoio e lo scolabottiglie non sono, evidentemente, opere d’arte in se stesse, ma lo diventano nel momento in cui l’artista le fa entrare nel museo e chiede al mondo di riconoscerle e di guardarle come tali. L’opera non è più quella artigianale di creazione dell’oggetto ma l’idea, il pensiero che trasforma l’oggetto comune in un’entità del tutto nuova che aprirà la strada, cinquant’anni più tardi, all’arte concettuale.

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Con questa loro arte anticonformista e le loro folli iniziative, i dadaisti attirarono l’attenzione su di sé a Zurigo. Amavano pubblicare notizie fasulle sui quotidiani (come quella di un presunto duello alla pistola tra due dadaisti) e si divertivano ad entrare con irruenza nelle osterie, urlando “Dada!” e dileguandosi subito dopo. Il motivo conduttore di tutta l’esperienza dada è, infatti, il gusto per il paradosso e il gioco dei nonsensi.

“L’arte è una cosa privata, l’artista la fa per se stesso; […] abbiamo bisogno di opere forti diritte precise e incomprese una volta per tutte. La logica è una complicazione. La logica è sempre falsa. […] Tutti gli uomini gridano: c’è un gran lavoro istruttivo, negativo da compiere: spazzare, pulire. Senza scopo né progetto alcuno, senza organizzazione: la follia indomabile, la decomposizione.”

Benché sia stato un movimento ben circoscritto e definito in area europea, c’è la tendenza a far ricadere nello stesso ambito anche alcune esperienze artistiche che, negli stessi anni, ebbero luogo a New York e negli Stati Uniti.

Il pittore e fotografo americano Man Ray, per esempio, sposta i limiti di Dada nel nonsense puro, provocando e irridendo il convenzionale e l’ovvio, preannunciando così le tematiche surrealiste. Cadeau, un ferro da stiro con incollati quattordici chiodi, è proprio questo: un oggetto trovato, trasformato, nella direzione del nonsense, in opera d’arte, privato del suo uso e della sua forma.

Dada, per la sua stessa definizione, non è un movimento ma una tendenza e come tale si brucia nel giro di pochi anni. La sua missione principale era quella di distruggere una concezione dell’arte vecchia e immobile. Dada muore tra il 1922 e il 1923 ma è una morte che passa quasi inosservata, senza tragedie e senza clamori. Tzara scrisse: “Dada è morto. Dada è idiota.” Ma è davvero così? Sebbene la tendenza dadaista si sia bruciata in fretta, l’ammirazione per questi animi irrequieti che si opponevano alla guerra con l’arte è ancora viva, e a dimostrarlo c’è non solo la riapertura del Cabaret Voltaire ma anche il festeggiamento del centenario che si è tenuto, oltre che a Zurigo, persino a Tokyo.

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La Alhambra della Toscana: il castello di Sammezzano http://www.360giornaleluiss.it/la-alhambra-della-toscana-il-castello-di-sammezzano/ Wed, 21 Sep 2016 10:08:55 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7035 Poco distante da Firenze c’è un castello delle meraviglie. Non il solito castello di pietra circondato da un fossato ma un castello il cui cuore pullula di Oriente. Situato a Leccio, nel comune di Reggello, vicino Firenze, il Castello di Sammezzano è un vero e proprio tesoro nascosto della Toscana. La magia inizia già nel

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Poco distante da Firenze c’è un castello delle meraviglie. Non il solito castello di pietra circondato da un fossato ma un castello il cui cuore pullula di Oriente.

Situato a Leccio, nel comune di Reggello, vicino Firenze, il Castello di Sammezzano è un vero e proprio tesoro nascosto della Toscana. La magia inizia già nel parco che si deve percorrere per raggiungerlo, dove si trova un patrimonio botanico inestimabile, con piante ed alberi di ogni genere, tra cui una sequoia alta 46 metri.

La vera meraviglia è però la visita dell’edificio stesso. Costruito agli inizi del ‘600, si pensa che la storia del luogo dove sorge sia addirittura più antica e che vi abbia soggiornato anche Carlo Magno, di passaggio per le terre fiorentine, assieme alla moglie e ai figli. L’aspetto attuale si deve però al marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, protagonista indiscusso della vita sociale e politica fiorentina del XIX secolo, che, dopo aver ereditato il castello, dal 1853 dedicò, in veste di committente e di architetto, anima e corpo alla trasformazione di questo posto, sulla linea di uno stile moresco.

La facciata ricorda il Taj Mahal in India, mentre il suo interno si ispira all’Alhambra di Granada. Le sue sale sono tutte curate nei minimi particolari. Diverse l’una dall’altra, risplendono per la loro originalità: alcune super colorate, altre bianche e blu, richiamano tutte quante lo stile arabeggiante e sono un piacere per gli occhi e per la mente. Nella Sala da Ballo, per esempio, dominano il pizzo e i merletti, rigorosamente bianchi, mentre, nella Sala dei Pavoni, vi è una decorazione a ventaglio multicolore che ricorda l’animale da cui prende il nome. Infine, vi sono scritte di frasi tratte dalla letteratura italiana classica che, nascoste più o meno in ogni stanza, si mostrano solo ai visitatori più attenti.

Nel dopoguerra questo castello fu trasformato in un hotel di lusso, con ristorante e camere dove poter soggiornare, e all’esterno fu aperto un piccolo bar che divenne il luogo di ritrovo per molte famiglie e giovani del posto. Fu venduto, poi, all’asta nel 1999 ad una società italo-inglese, ma a partire dall’ottobre del 2015 è nuovamente venduto al miglior offerente a causa dello stato di insolvenza della società stessa.

Nell’aprile del 2012 è nato il comitato Save SammezzanoIl-Castello-di-Sammezzano-1 per promuovere il restauro e la valorizzazione di questa bellezza, troppo spesso dimenticata. Il sogno sarebbe quello di trasformare il castello in un polo museale multifunzionale: il piano terra, che non ha un valore culturale, sarebbe adibito alla ristorazione mentre il piano superiore diverrebbe museo e location per cerimonie ed eventi. Il secondo piano verrebbe destinato a mostre private e ad un centro di studi orientali. Il parco, infine, sarebbe utilizzato per attività ricreative come percorsi botanici e parco avventura.

Le visite al castello adesso sono consentite solo durante giornate di apertura straordinaria che, grazie al gruppo di volontari del comitato F.P.X.A, nato per ricordare la figura del marchese, stanno diventando più frequenti, per cercare di far conoscere la magia di questo luogo, con la speranza di ricevere fondi per riportarlo allo splendore del passato il prima possibile.

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Così sbagliò Zarathustra http://www.360giornaleluiss.it/cosi-sbaglio-zarathustra/ Wed, 07 Sep 2016 12:19:59 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=6919 Una volta superato il primo ostacolo (come pronunciare il nome Nietzsche) sfogliando le pagine sul cammino di Zarathustra, due sono le possibili reazioni: perdersi nel labirinto di avverbi e astrusi vocaboli, o lasciarsi travolgere dal fiume di parole che hanno ispirato, spronato, elevato migliaia di lettori prima di oggi. Per i coraggiosi avventurieri che decidono di

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Una volta superato il primo ostacolo (come pronunciare il nome Nietzsche) sfogliando le pagine sul cammino di Zarathustra, due sono le possibili reazioni: perdersi nel labirinto di avverbi e astrusi vocaboli, o lasciarsi travolgere dal fiume di parole che hanno ispirato, spronato, elevato migliaia di lettori prima di oggi. Per i coraggiosi avventurieri che decidono di superare la terza pagina, Così parlò Zarathustra è una delle letture che smuovono qualcosa dentro. Risveglia parti dell’inconscio che non si sapeva neanche di possedere. Mentre si accompagna il “saggio” Zarathustra nelle peregrinazioni per tornare alla sua caverna, o per abbandonarla alla ricerca del superuomo, e banchettando con i suoi nuovi amici, le lezioni che possiamo apprendere su noi stessi sono molteplici.
 
Nella sua maggiore opera, Nietzsche afferma che non possiamo pensare che l’evoluzione umana sia finita. Partendo da questo principio, si domanda come potrebbero le generazioni future essere superiori a ciò che siamo oggi. Il protagonista del suo libro, Zarathustra, insiste nello speculare sulle caratteristiche del superuomo, concentrandosi su una superiorità psicologica piuttosto che fisica o scientifica.
 
Secondo il filosofo tedesco, il superuomo è colui che si innalza al di sopra delle circostanze pronto ad accettare qualunque situazione la vita gli presenti, questo rappresenta l’unico modo per diventare ciò che veramente siamo; per farlo si ispira a dei modelli, personaggi conosciuti, primo tra tanti Goethe, autore del Faust, ma anche Napoleone, Giulio Cesare e Voltaire.
 
Il superuomo per Nietzsche ha delle meravigliose e a volte inaspettate caratteristiche: la capacità di creare i propri valori, una mente indipendente che non segue i gusti delle masse, un egoismo strategico, senza risentimenti per il successo altrui e in grado di accettare il dolore come una componente necessaria delle cose buone. Una delle doti più peculiari del superuomo è il capire di essere difficile da capire, e per questo spesso preferisce la solitudine. Forse la più utile delle qualità è l’interesse nelle applicazioni pratiche della cultura per elevare la mentalità della società, che è un po’ quello che ci spinge a studiare all’università.
 
La qualità che però Nietzsche non cita nel delineare l’identikit del superuomo è, semplicemente, bontà.
 
La bontà agli occhi di Zarathustra è vista come debolezza, come oscuratrice di verità. La compassione è la sua ultima colpa, ed è per questo che spesso il superuomo è solo. Forse Nietzsche così accecato dall’odio per le religioni (che effettivamente in quel periodo avevano sedato più menti dello Xanax oggi) tende ad associare la compassione a quella cristiana, che supera ogni ragionevolezza (quella del porgi l’altra guancia per capirci). Se vogliamo analizzare però la compassione come regola d’oro, comune alle religioni più diffuse in questo pianeta, la chiave cambia: tratta il prossimo tuo come te stesso. Questa, cari lettori, è l’unica religione che valga la pena venerare. Ogni sorta di felicità è nulla se non condivisa, ogni atto di bontà senza aspettarsi nulla in cambio ci arricchisce più di qualsiasi lettura, meditazione, lezione.
 
Quindi imparate da Zarathustra, ma non dimenticate che dal 1883 ci siamo già evoluti, eccome. Utilizzate la regola d’oro per implementare il significato di Nietzsche che, di fatto, morì solo triste e pazzo all’età di 56 anni.
 
Conoscetevi, distinguetevi, elevatevi, ma non dimenticate gli altri. Così sarete superuomini.

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Scatti in musica: quattro chiacchiere con Daniele L. Bianchi http://www.360giornaleluiss.it/daniele-l-bianchi/ Thu, 28 Jan 2016 18:07:26 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=5665 Ho avuto il piacere di conoscere Daniele a Dicembre dello scorso anno, quando la passione viscerale per la musica e la fotografia mi hanno spinto a partecipare ad un suo workshop (qui racconto la mia esperienza). Da quel giorno i suoi scatti sono diventati, per me, una garanzia. Ormai sono circa dieci anni che te

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Ho avuto il piacere di conoscere Daniele a Dicembre dello scorso anno, quando la passione viscerale per la musica e la fotografia mi hanno spinto a partecipare ad un suo workshop (qui racconto la mia esperienza). Da quel giorno i suoi scatti sono diventati, per me, una garanzia.

Ormai sono circa dieci anni che te ne stai sotto i palchi di tutta Italia (e non) immortalando artisti di fama nazionale e mondiale, ma come è iniziato tutto?
Saranno dieci anni questo dicembre. E’ cominciato tutto con il mio caro amico Cesqo che suonava (e suona ancora in due band, i Bosco e gli YOUAREHERE) qui a Roma. Lui mi ha introdotto al mondo della musica live e non finirò mai di ringraziarlo per questo. Cominciai quindi a frequentare i locali della musica indipendente ma sentivo che mi mancava qualcosa. Poi durante una trasferta a Milano per vedere al Transilvania Live (oggi non c’é più, sigh) un concerto del gruppo californiano dei Dredg, rimasi colpito nel vedere una ragazza sotto al palco a fare foto. All’epoca non erano molti i fotografi concertari. Pensai che sarebbe piaciuto anche a me farlo e appena misi le mani sulla mia prima reflex cominciai piuttosto ingenuamente a darmi da fare. Feci molte cavolate all’inizio ma poi la mia autistica testardaggine mi aiutò a fare foto sempre migliori. La pratica é tutto se si vuole imparare a fare qualcosa nella vita. Quindi feci gavetta macinando centinaia di concerti e lentamente iniziai a collaborare con siti web, giornali, riviste e artisti. In realtà la reflex me l’ero comprata per fare le foto alle stelle ma finii per non fotografarne manco una. Solo negli ultimi anni ho fatto qualche scatto alla Via Lattea ed é troppo figo andare con gli amici sotto cieli bui a dare un’occhiatina all’universo.

Quando si intraprende una carriera fotografica di questo tipo è bene essere già dei maghi dell’obiettivo e del photo-editing o ritieni che si possa benissimo fare esperienza sul campo, passo passo?
Io ho optato per questa seconda via senza nemmeno pensarci. Ho imparato a scattare seguendo le luci ed i movimenti degli artisti sul palco. Forse é per questo che non mi piace fotografare nient’altro o quasi. Ma non ritengo che essere già esperti di fotografia e di editing sia peggio o meglio. Ognuno ha la sua personale strada da seguire. Le cose che non possono mancare sono la determinazione e la costanza.

Quali sono le difficoltà, soprattutto all’inizio, che si incontrano quando si vuole ottenere degli accrediti/pass?
Agli inizi nessuno sa chi cazzo sei. E con le tantissime richieste che pervengono agli uffici stampa sono in molti a restare esclusi dalla mitica “lista fotografi”. E’ importante quindi avere qualcuno (sito web, giornale, rivista, agenzia) che richieda il pass per te. Ovviamente più questo qualcuno é famoso ed importante e maggiore sarà la possibilità di accedere al sottopalco. Sempre agli inizi non saprai fare ancora foto decenti e quindi se mandi richieste di collaborazioni é assai probabile che nemmeno ti diano retta. E’ importante calibrare le richieste in base alla qualità dello scatto che riesci a fare e avere un portfolio online da mostrare. Qualcosa che faccia pendere l’ago della bilancia dalla tua parte. O in alternativa avere un amico o la fidanzata nella redazione.

Sei molto vicino alla scena indipendente, con alcuni gruppi hai instaurato un rapporto di collaborazione ed amicizia, oltre ad aver pubblicato alcuni tuoi lavori che li ritraggono (BSBE, il Teatro degli Orrori). Come pensi sia cresciuta/cambiata questa “fetta” di musica italiana in questi anni?
Esistono fiumi di articoli ed interviste agli artisti che ne parlano e non saprei dire nulla di più. Loro sono gli esperti. Io sono piuttosto distratto a dire il vero e molte cose importanti su di me non fanno presa. Mi basta vivere le emozioni ed il casino sottopalco per godermela. Questa non é una risposta paracula. Non saprei veramente.

Spesso non si tratta di soli e semplici scatti, ma di vere e proprie immagini capaci di descrivere la vera essenza di una band. Quanto è difficile riuscire a cogliere e trasmettere tutto questo quando, per esempio nei concerti più “importanti”, hai giusto il tempo dei primi 3 pezzi per fare il tuo lavoro?
La vera essenza di una band sta negli occhi di chi guarda la foto, non nella foto stessa. A volte dei gruppi che scatto, anche se famosissimi, non me ne frega proprio niente. Ma allo stesso tempo capisco che sto fotografando qualcosa di importante per le migliaia di persone che stanno emozionate davanti al palco e per certe cose si deve avere rispetto. Anche se quel tipo di musica non piace. Cerco sempre di dare il meglio e di seguire il mio istinto. Con i 3 pezzi spesso diventa un mero tiro al piattello ma se si ha esperienza e ci si impegna anche un tiro al piattello può trasmettere qualcosa.

Quali sono gli artisti che più ti sei divertito a fotografare?
Ultimamente i più divertenti di internazionali sono stati gli Slipknot e i Linkin Park che hanno suonato al Rock in Roma 2015. Di italiani invece sono le mie due band preferite di sempre: Il Teatro degli Orrori ed il Management del Dolore Post-operatorio. A cui si aggiungo i Kutso e i Fast Animals e Slow Kids che ho avuto modo di scattare questa estate al bellissimo “Nessun Dorma – Guidonia Rock Festival”. Menzione d’eccezione va agli sconosciutissimi ES-K, un gruppo di giovanissimi musicisti della mia zona con una fanbase davvero scatenata.

Si ha sempre l’idea dei musicisti un po’ particolari, megalomani e strambi. Ci sono stati episodi che hanno reso divertente e/o difficile i tuoi momenti in loro presenza con la macchina fotografica?
Esiste il branco che più o meno va nella stessa direzione e fa le stesse cose. I musicisti (e gli artisti in generale) spesso sono elementi che vanno in direzioni inaspettate o anche controcorrente. A volte sono persone che senza la musica vivrebbero ai margini della società. Altre invece sono professionisti che in ciò che fanno rasentano la meditazione Zen. Ma sono comunque dei creatori. Portano le loro vite e la loro creatività nei cuori di molti. Per questo ci piacciono e ci attirano come calamite. Mi diverto molto a vivere dei momenti in loro compagnia e devo dire che le difficoltà sono state poche. Altri fotografi invece ne hanno passate tante ma credo sia a causa di come questi prendono le cose. Ho un carattere molto tollerante e sono armato di grande pazienza e questo mi aiuta a superare certi comportamenti che possono avere i musicisti. Di episodi che potrei raccontare ce ne sono moltissimi ma li tengo per me. Sono cose che nascono e restano dentro il backstage. E voi non potete entrarci.

È vero che lo spettacolo lo fanno gli artisti, ma un buon show è sicuramente anche merito del pubblico. Stando fra la transenna ed il palco di fans ne avrai visti a bizzeffe, qual è il tuo rapporto con loro? Al concerto in cui ti ho visto all’opera molti ti salutavano/riconoscevano.
Il pubblico é la metà del tutto e senza di questo non ci sarebbe un concerto ma solo dei tizi che suonano della roba. Il che é di una tristezza infinita anche se ovviamente, chi comincia, quasi sempre si trova in questa situazione. Girare per concerti mi ha fatto conoscere molta gente e con alcune persone sono nate la stima, l’amicizia, l’antipatia, l’odio o perché no, anche l’amore. E’ la parte della mia vita in cui sono pienamente me stesso e mi sento di far parte anche io della fanbase di alcune band. A volte mollo anche l’attrezzatura e mi metto a pogare. Quando organizzo workshop insisto molto sulla professionalità ma per quanto riguarda me…. zero.

Potete ammirare gli scatti ed i lavori di Daniele L. Bianchi sul suo sito, o sul suo profilo Facebook

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