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Ad oggi, sono passati cento anni dalla fondazione di uno dei movimenti antiartistici più sovversivi della storia: si tratta del Dadaismo, iconoclasta, irriverente, folle. Svizzera, 1916. La grande guerra è appena cominciata e nella neutrale terra al centro dell’Europa in battaglia confluiscono rifugiati, disertori, antimilitaristi, artisti, critici e rivoluzionari. Il terreno è fertile ed è qui che, fra le mura del Cabaret Voltaire, nasce Dada, il 5 Febbraio 1916. Cos’è davvero Dada? Non lo sanno nemmeno i dadaisti. “Soltanto il capo dei dadaisti lo sa e lui non lo dice a nessuno”, scrisse il dadaista Johannes Baader nel 1919.

Dada è casualità e provocazione. È un movimento artistico, letterario e anche politico che ha come vocazione sconvolgere le regole della produzione artistica, fare riflettere sul sistema tradizionale dell’arte stessa. Dada è tutto ed è nulla. Dada è gioco ed è paradosso. Dada è tutto e il contrario di tutto. È contro la morale comune e contro l’immobilità del pensiero, per la totale libertà dell’individuo, per la spontaneità e per la contraddizione, per il no dove gli altri dicono sì e per il sì dove gli altri dicono no, per l’imperfezione contro la perfezione. Dada è libertà di essere dada o di non esserlo. Dada è arte e, nel contempo, negazione dell’arte. Dada è una tendenza che è un nonsenso per definizione.

A partire dal nome che non ha un significato preciso, Tristan Tzara disse semplicemente che si trattava di una parola trovata in una pagina di un dizionario tra i cui fogli si era infilato un tagliacarte. Di fatto, il termine “dada” cambia significato a seconda della lingua in cui lo si usa: in russo significa due volte sì; in tedesco due volte là; in italiano e francese è una delle prime parole che i bambini pronunciano, e con la quale indicano tutto, dai giocattoli alle persone. Non ci stupisce che il manifesto dadaista sia, in realtà, un anti-manifesto: “Scrivo un manifesto e non voglio niente – comincia Tzara – eppure certe cose le dico, e sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principi. Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contraddittorie, in un unico refrigerante respiro…”.

Età media del gruppo: intorno ai trent’anni. Caratteristiche particolari: riscattare l’umanità dalla follia che l’ha portata alla guerra. Hans Jean Arp scrisse:

“perduto ogni interesse per quel mattatoio che era la guerra mondiale, ci volgemmo alle belle arti. Mentre i cannoni tuonavano in lontananza, noi dipingevamo, recitavamo, componevamo versi e cantavamo con tutta l’anima. Eravamo alla ricerca di un’arte elementare, capace di salvare l’umanità dalla follia dell’epoca.”

Per fare ciò occorre azzerare tutte le ideologie e tutti i valori. Il Dadaismo non si configura come un movimento ma come un modo di sentire, il modo più lirico per dire no alla follia camuffata da ragione di stato.

Il maestro del ready-made è Marcel Duchamp che, già nel 1913, senza saperlo, aveva creato la prima opera dadaista: la Ruota di bicicletta, seguita poi dallo Scolabottiglie e dalla Fontana. L’intervento è minimo, o addirittura inesistente: l’opera sta nel concetto, nel gesto creativo che la sposta da un ambito a un altro. La ruota, l’orinatoio e lo scolabottiglie non sono, evidentemente, opere d’arte in se stesse, ma lo diventano nel momento in cui l’artista le fa entrare nel museo e chiede al mondo di riconoscerle e di guardarle come tali. L’opera non è più quella artigianale di creazione dell’oggetto ma l’idea, il pensiero che trasforma l’oggetto comune in un’entità del tutto nuova che aprirà la strada, cinquant’anni più tardi, all’arte concettuale.

Duchamp_Fountaine

Con questa loro arte anticonformista e le loro folli iniziative, i dadaisti attirarono l’attenzione su di sé a Zurigo. Amavano pubblicare notizie fasulle sui quotidiani (come quella di un presunto duello alla pistola tra due dadaisti) e si divertivano ad entrare con irruenza nelle osterie, urlando “Dada!” e dileguandosi subito dopo. Il motivo conduttore di tutta l’esperienza dada è, infatti, il gusto per il paradosso e il gioco dei nonsensi.

“L’arte è una cosa privata, l’artista la fa per se stesso; […] abbiamo bisogno di opere forti diritte precise e incomprese una volta per tutte. La logica è una complicazione. La logica è sempre falsa. […] Tutti gli uomini gridano: c’è un gran lavoro istruttivo, negativo da compiere: spazzare, pulire. Senza scopo né progetto alcuno, senza organizzazione: la follia indomabile, la decomposizione.”

Benché sia stato un movimento ben circoscritto e definito in area europea, c’è la tendenza a far ricadere nello stesso ambito anche alcune esperienze artistiche che, negli stessi anni, ebbero luogo a New York e negli Stati Uniti.

Il pittore e fotografo americano Man Ray, per esempio, sposta i limiti di Dada nel nonsense puro, provocando e irridendo il convenzionale e l’ovvio, preannunciando così le tematiche surrealiste. Cadeau, un ferro da stiro con incollati quattordici chiodi, è proprio questo: un oggetto trovato, trasformato, nella direzione del nonsense, in opera d’arte, privato del suo uso e della sua forma.

Dada, per la sua stessa definizione, non è un movimento ma una tendenza e come tale si brucia nel giro di pochi anni. La sua missione principale era quella di distruggere una concezione dell’arte vecchia e immobile. Dada muore tra il 1922 e il 1923 ma è una morte che passa quasi inosservata, senza tragedie e senza clamori. Tzara scrisse: “Dada è morto. Dada è idiota.” Ma è davvero così? Sebbene la tendenza dadaista si sia bruciata in fretta, l’ammirazione per questi animi irrequieti che si opponevano alla guerra con l’arte è ancora viva, e a dimostrarlo c’è non solo la riapertura del Cabaret Voltaire ma anche il festeggiamento del centenario che si è tenuto, oltre che a Zurigo, persino a Tokyo.

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Caporedattrice Lifestyle Cartaceo