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Il 2 novembre 1975 moriva tragicamente Pier Paolo Pasolini. 

Sono passati 41 anni da quella macabra mattina d’autunno in cui, sul litorale di Ostia, fu ritrovato il corpo senza vita del poeta più anticonformista del ‘900. Nato nel 1922 a Bologna, visse l’infanzia e l’adolescenza da nomade a causa dei continui spostamenti del padre. Nel 1939 si iscrisse alla facoltà di Lettere a Bologna iniziando così la frequentazione di un circolo letterario composto da Serra, Leonetti e Roversi. Nel 1942 pubblicò Poesie a Casarsa con cui attirò l’attenzione del grande pubblico ma soprattutto con cui fu notato dal celebre critico Gianfranco Contini. Cominciò lo stesso anno il servizio militare ma, con la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943, terminò la sua breve esperienza bellica. Il 1949 fu l’anno della sua iscrizione al PCI da cui però fu violentemente cacciato a causa della sua omosessualità. Accusato di corruzione di minori, gli fu negata anche la possibilità di insegnare e perciò decise di trasferirsi a Roma con la madre. Fu proprio nella capitale che conobbe il degrado delle periferie, le cosiddette borgate, decidendo così di denunciare le misere condizioni delle classi meno agiate del sottoproletariato. Nel 1955 venne pubblicato il suo capolavoro Ragazzi di una vita in cui urlò a gran voce il suo disagio e il suo profondo sdegno verso uno stato completamente disinteressato nei confronti dei ceti meno abbienti. Accusato di pornografia dovette subire un processo che, paradossalmente, aumentò la sua fama nel mondo letterario e non solo. Per le sue posizioni politiche e per il suo orientamento sessuale venne più volte minacciato da gruppi neofascisti. Il 2 novembre del 1975, a seguito di una lite con l’allora diciassettenne Pino Pelosi, venne brutalmente picchiato e più volte investito sulla spiaggia deserta di Ostia.

La morte di Pier Paolo Pasolini rappresenta una nota oscura e misteriosa della cronaca italiana, tant’è che ancora oggi non si conosce  esattamente cosa successe quella notte. Tante le ipotesi e tante le domande che da quarantun anni assillano la mente di molti italiani, ma che purtroppo non troveranno mai risposta. Oriana Fallaci fu una tra le tante personalità che cercarono di far chiarezza da sé. Un rapporto, il loro, definibile con il tanto celebre Odi et amo catulliano segnato da insulti e apprezzamenti ma con un costante sfondo di rispetto e lealtà. Dopo la sua morte la giornalista fiorentina inviò una lettera a Pasolini con cui, segnata dal lutto, riesce a cogliere perfettamente l’anima del poeta più scandaloso del nostro tempo:

“Sei stato tu a insegnarmi che bisogna essere sinceri a costo di sembrare cattivi, onesti a costo di risultare crudeli, e sempre coraggiosi dicendo ciò in cui si crede: anche se è scomodo, scandaloso, pericoloso. Tu scrivendo insultavi, ferivi fino a spaccare il cuore. E io non ti insulto dicendo che non è stato quel diciassettenne a ucciderti: sei stato tu a suicidarti servendoti di lui. Io non ti ferisco dicendo che ho sempre saputo che invocavi la morte come altri invocano Dio, che agognavi il tuo assassinio come altri agognano il Paradiso.”

 

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