isis – 360°- il giornale con l'università intorno http://www.360giornaleluiss.it Sun, 18 Feb 2018 20:38:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.8.2 http://www.360giornaleluiss.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/02/cropped-300px-32x32.png isis – 360°- il giornale con l'università intorno http://www.360giornaleluiss.it 32 32 97588499 DETENZIONE RADICALE, ALLAH TRA LE SBARRE http://www.360giornaleluiss.it/detenzione-radicale-allah-tra-le-sbarre/ Wed, 11 Jan 2017 14:23:53 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7935 A seguito dei recenti attentati terroristici avvenuti in alcune note città europee, tutti rivendicati dall’ISIS e tutti organizzati all’ombra impenetrabile di una società sommersa, in cui persino la migliore intelligence europea si è dimostrata incapace di arrivare per tempo, emerge drammatica una domanda nelle menti di tutti noi: Chi sono i terroristi, da dove vengono,

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A seguito dei recenti attentati terroristici avvenuti in alcune note città europee, tutti rivendicati dall’ISIS e tutti organizzati all’ombra impenetrabile di una società sommersa, in cui persino la migliore intelligence europea si è dimostrata incapace di arrivare per tempo, emerge drammatica una domanda nelle menti di tutti noi:

Chi sono i terroristi, da dove vengono, perché lo fanno?

Tra gli ultimi devoti di Allah, che hanno barbaramente ucciso decine di innocenti, è stato Anis Amri, l’attentatore di Berlino, a concentrare su di sé le maggiori attenzioni sul suo passato.

Ma, prima di uccidere il conducente polacco di un autocarro, carico di barre metalliche della TyssenKrupp dirette a Berlino; prima di condurre a velocità fatale il mezzo pesante tra le bancarelle di un noto mercatino di Natale, allestito per l’occasione nella capitale tedesca, e prima di impattare così violentemente su una folla inconsapevole e spensierata di innocenti, chi era e cosa faceva Anis Amri?

Tutti conosciamo l’epilogo, emblematico, della vicenda.

L’identificazione, quasi casuale, da parte delle forze di polizia italiane a Sesto San Giovanni, dove Anis era giunto, quasi indisturbato, dalla stazione di Milano centrale.

Gli spari e poi la fine del terrore.

Una mina vagante che si spegne nella notte al rumore di una scarica di proiettili.

Poi, il silenzio.

Finiscono così gli ultimi giorni di fuga di Anis.

Ma il giovane tunisino, di origini magrebine, è solo l’ultimo dei piccoli criminali, dimenticati dalle carceri europee (e forse anche dal loro Dio) che, dopo essere passati per crimini di minore importanza e aver visto più di una patria galera nostrana, tra celle e amicizie poco raccomandabili, piccolo spaccio, furti e rapine, avrebbero deciso, improvvisamente, di “radicalizzarsi”: di sposare cioè la causa del sedicente Stato Islamico. Quello “Stato” che, mentre loro pregavano nell’androne di un istituto penitenziario del sud Italia o vendevano cocaina in una strada di periferia, collezionava morti e proseliti in Medio Oriente, a centinaia di km di distanza, propagando via internet per tutto il mondo il Verbo della Sharia.

Come è potuto avvenire tutto questo?

E così, se molti sono gli elementi che legano il passato micro-criminale di Anis Amri, un uomo rimasto sempre ai margini della società italiana, persino di quella illegale, a quello di altri terroristi che in Belgio e Francia hanno ugualmente fatto parlare di sé, forse vale la pena sottolineare questi elementi che li accomunano, il fil ruoge che lega le vite di tutti loro, i nemici della generazione Bataclan, gli assassini di Valeria Solesin e Fabrizia Di Lorenzo, tutti di età diversa, di origini diverse, con contatti più o meno diretti alle cellule estremiste che supportano l’esercito di Mosul.

Lo sbarco della disperazione e l’ingresso nel micro-crimine

Sono tutti di età diversa, ma tutti sono sbarcati in Italia all’inizio degli anni 2000.

Condividono la terra che si lasciano alle spalle, carica di conflitti e drammatica povertà: il Nord Africa. Alcuni sono già musulmani, altri lo diverranno dopo, direttamente in Italia.

Dopo la drammatica esperienza del viaggio della speranza, costato in ogni caso moltissimo alle loro famiglie e ancora di più alle loro persone, vivono la difficile esperienza dei centri di accoglienza nel nostro territorio.

Tutti partono da soli e da soli affrontano il nuovo mondo, a partire da Lampedusa.

Tutti vengono fatalmente attratti in pochi mesi dalla micro-criminalità.

Sin da subito si rendono autori di piccoli reati che li garantiscono per breve periodo un facile guadagno, furti, rapine, incendi, ma soprattutto il piccolo spaccio della droga.

Oltre ad Anis Amri, anche Salah Abdesalam, uno degli attentatori degli attacchi terroristici di Parigi, era già noto alle autorità di polizia come grossista della marijuana e dell’hashish a Bruxelles.

Ma Salah vive in Belgio, sfrutta l’integrazione libera che gli permette di coltivare più facilmente i suoi rapporti e, in breve tempo, si dà anche alle armi. I suoi contatti gli permetteranno di integrarsi in un commando armato organizzato che realizzerà gli attacchi terroristici coordinati di Parigi nel Novembre 2015. Siamo ad un livello superiore rispetto ad Amri, ma anche per Salah, come si vede, l’integrazione europea dà in breve tempo i suoi frutti.

Nonostante fossero già noti alle autorità locali, i servizi segreti non sono riusciti a prevedere i loro attentati.

La raccolta di prove a loro carico riguardava in effetti principalmente altri reati, meno gravi di quelli di cui si renderanno autori di lì a poco, e in tutti i casi legati allo spaccio di droghe prima, e alle armi poi.

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Anis Amri e Salah Abdesalam, responsabili rispettivamente degli attentati di Berlino, lo scorso dicembre del 2016, e di Parigi nel novembre 2015.

Radicalizzazione in carcere e proselitismo.

Secondo i familiari di Amri, l’approccio al proselitismo radicale del loro figliolo era intervenuto dopo l’esperienza della detenzione nelle nostre carceri. Lo vedevano cambiato: in alcune conversazioni telefoniche con il nipote parlava di estremismo religioso, lo invitava a convertirsi alla causa dell’ISIS. Un carcere, per Amri, a dir poco “riabilitativo”.

Nel corso della primissima mattinata di ieri le indagini della Polizia Italiana, concentratesi principalmente nell’ambito di alcuni istituti penitenziari del Lazio, hanno condotto la DIGOS ad identificare un altro cittadino, come Amri di origini tunisine, attualmente detenuto nel carcere di Rebibbia, e considerato in effetti nodo centrale di un’ampia rete di proselitismo carcerario.

Saber Hmidi, 34 anni, è infatti accusato di far parte di una cellula estremista, nata nel 2011 in Tunisia e legata ad Al-Qaida e all’ISIS.

Dopo una serie di perquisizioni avvenute in tutto il territorio regionale, tra gli istituti penitenziari di Roma, Viterbo e Civitavecchia, il detenuto tunisino ha ricevuto un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

Gli investigatori sostengono che Saber, in ognuna delle sei carceri italiane che lo hanno visto transitare turbolentemente per i suoi corridoi, istigava alla discriminazione religiosa, organizzava vere e proprie spedizioni punitive a danno di altri detenuti, si dava al proselitismo.

Anche lui, dopo uno sbarco della disperazione agli inizi del 2000, nel corso di un continuo entra – esci – trasferisci nelle sezioni di vari istituti per reati di droga, si è sempre distinto per aver “reclutato adepti” tra le celle della sua nuova casa.

Incendi, ribellioni, risse.

Saber è una testa calda, ma non l’unica, che ha permesso alle nostre carceri di finire sotto i riflettori dell’opinione pubblica come luoghi privilegiati per la “radicalizzazione”.

Questi piccoli criminali che con la religione, almeno da liberi, non hanno poi molto a che vedere, dopo droga, furti e rapine, improvvisamente si “radicalizzano”, e cercano proseliti tra le celle dell’istituto in cui sono detenuti.

In tutti i casi il cambiamento radicale interviene subito dopo il carcere.

Immaginare Saber che si aggira indisturbato per i corridoi di un istituto penitenziario del Lazio “reclutando adepti”, quando fino a qualche mese prima spacciava cocaina, non è poi così lontano dalla realtà.

E che lo facciano per soldi, per gloria, per la promessa di un lavoro fuori, per semplice disperazione, o per drammatica coscienza che ammazzare in nome di Dio, sia comunque più sopportabile di una prigione italiana, in molti lo hanno ascoltato, costando a Saber quel regime di sorveglianza speciale con il quale l’amministrazione penitenziaria di turno ha cercato, più di una volta ma inutilmente, di farlo dimenticare agli altri detenuti.

Ed anche Saber Hmidi, questa inarrestabile spada di Allah del mondo carcerario, incontra l’Islam estremista dopo il carcere.

Saber cioè non nasce musulmano. Non così almeno.

L’Islam, nella sua versione più radicale, è per lui esperienza recente, abbracciata dopo la detenzione nel carcere di Velletri avvenuta nel 2011.

Esattamente come per Amri, è proprio quando Saber esce dal primo carcere che, da uomo libero, comincerà a darsi ad una pratica così ossessiva e rituale dell’Islam nella moschea della cittadina, prendendo contatti con quella cellula terroristica che oggi gli costa una nuova ordinanza di custodia cautelare.

Al suo nuovo ingresso in istituto, dopo un periodo di libertà forse non poi così devoto ai canoni dell’Islam, Saber in questo senso non fa altro che continuare a fare ciò che già, radicalmente sì, aveva iniziato a fare fuori: predicare alla violenza in nome dell’Islam.

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Saber Hmdi è il 34enne tunisino accusato di proselitismo e attività terroristica, attualmente detenuto nel carcere di Rebbibia a Roma.

Non c’è bisogno di scomodare sociologi e comportamentalisti per dedurre che un approccio di questo tipo alla religione, intervenuto improvvisamente, sia per Amri che per Saber, come un fulmine a ciel sereno, dopo un’esperienza carceraria nel nostro Paese, e così impregnato di ossessione, violenza ed odio, rappresenta tutto fuorché una sana conversione di devota spiritualità.

Quel che più preme sottolineare infatti è che l’esperienza di detenzione carceraria in Italia rappresenta di fatto, per gran parte degli attentatori, un bacino fertile per queste conversioni malsane, dove giovanissimi musulmani vanno alla ricerca, radicale e ossessiva, di “reclute”, o aspettano viceversa di farsi reclutare.

In questo panorama, paradossalmente, l’esperienza extra-carceraria, cioè il breve periodo trascorso da questi soggetti al di fuori dell’istituto, diventa sì occasione di incontro con la matrice estremista, ma in sé considerato resta mero accidente di percorso, occasione utile per praticare il rito in moschea, prendere nuovi contatti con le frange radicali all’esterno e, perché no, partire alla volta del fronte siriano.

Sembra appena il caso di ricordare che il trattamento penitenziario italiano ha, almeno sulla carta, una funzione riabilitativa.

Il reinserimento legale nelle maglie del nostro tessuto sociale dovrebbe essere cioè il fine ultimo di queste detenzioni a dir poco “radicali”.

Posto tuttavia che l’approccio al lato radicale dell’Islam avviene spesso per questi soggetti al di fuori degli istituti penitenziari, c’è da chiedersi se il problema, cioè questi focolai d’estremismo pronti ad accogliere a braccia aperte giovani, ex detenuti, immigrati dal mondo arabo, non si stiano piuttosto endemicamente sviluppando proprio al di fuori delle nostre patrie galere dove le “amicizie giuste”, che hanno fuori i contatti giusti, provvedono a fare il resto.

Insomma, un flusso inarrestabile di soggetti che, forti di poter andare incontro a brevi detenzioni, conservano e sviluppano un cordone di alleanze, dentro e fuori dal cercare.

Salvo lasciare che si “radicalizzino” dentro e fuori un carcere, il terrorista che temiamo non accompagna quindi i suoi figli alla scuola del nostro quartiere, né vende la frutta al minimarket sotto casa.

Salvo lasciare agli idealisti le tesi sul successo dell’integrazione degli immigrati arabi nel nostro Paese, il nostro trattamento penitenziario ha, almeno verso di loro, decisamente fallito.

 

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Obiettivo Medio Oriente: l’eco di una nuova geopolitica triangolare anti – Isis http://www.360giornaleluiss.it/obiettivo-medio-oriente-leco-di-una-nuova-geopolitica-triangolare-anti-isis/ Thu, 17 Nov 2016 09:37:16 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7580 In silenzio o – meglio – « Raqqa è massacrata in silenzio ». Tuona come il titolo di un docufilm drammatico il nome del gruppo di attivisti in contatto con i colleghi della città irachena, sfortunata roccaforte e capitale siriana del Califfato. Ma purtroppo, al di là di un nome, c’è anche tanta realtà. Oltre

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In silenzio o – meglio – « Raqqa è massacrata in silenzio ».

Tuona come il titolo di un docufilm drammatico il nome del gruppo di attivisti in contatto con i colleghi della città irachena, sfortunata roccaforte e capitale siriana del Califfato. Ma purtroppo, al di là di un nome, c’è anche tanta realtà.

Oltre a Raqqa, anello debole delle terre mediorientali, sono diverse le città iracheno – siriane che fanno da presidio al Sedicente Stato Islamico nel quadro di una serie di offensive poste in essere da almeno quattro settimane, più o meno da quando è stata lanciata – per mano di Erdogan, d’accordo con Putin – l’operazione anti – Isis « Scudo dell’Eufrate ». All’obiettivo netto di annientare una volta per tutte l’Isis in Siria – che è anche l’obiettivo primo degli Stati Uniti, da sempre – la missione turca a trazione russa associa l’impegno contestuale di creare una safe zone in mano ai ribelli, così da poter ricacciare l’Isis verso est; il risultato fin’ora ottenuto è stato discretamente positivo ed ha visto la sottrazione di decine di villaggi e alcune importanti città al Califfato, come Jarablus, al Rai e Dabiq. Fortunatamente l’operazione – tutt’ora in corso – sembra svolgersi nella maniera più cauta possibile, cercando contestualmente di evitare i civili come bersaglio dei raid a matrice turca e statunitense.
E’ iniziato tutto a settembre, quando forze speciali statunitensi sono state dispiegate a Jarablus e al Rai per sostenere l’avanzata dei ribelli contro l’ Isis: episodio che risulta molto significativo in quanto condensa tutte le contraddizioni della strategia americana in Siria della lotta all’Isis. Se da un lato infatti la Cia assiste militarmente e logisticamente le Fsa (acronimo inglese per forze d’avanzata siriane ribelli), dall’altro il Pentagono fa lo stesso con i curdi dell’unità di difesa popolare (più nota come Ypg), incuranti dunque del fatto che Fsa e Ypg abbiano nei fatti interessi opposti: l’Ypg vuole creare un Kurdistan indipendente per soli curdi, a discapito delle popolazioni arabe locali e dell’unità territoriale della Siria (senza disdegnare in questo l’aiuto del regime siriano e della Russia), mentre l’Fsa ha come prerogativa l’unità del Paese e la lotta senza quartiere al regime siriano. Ma dietro ogni operazione si celano delle dinamiche strategiche non sempre facilmente comprensibili, e questa apparente contraddizione è la chiara manifestazione di come per gli Stati Uniti la priorità non sia fare guerra alla Siria – con la quale hanno anzi sempre preferito la politica del « buon vicinato » – quanto piuttosto statuire tra le eventuali regole d’ingaggio che in Siria si debba atta care solo Isis e non anche Assad.
D’altro canto, l’intervento turco in Siria  – avvenuto col tacito consenso della Russia – rappresenta sì il dato più tangibile del riavvicinamento tra Erdogan e Putin, ma solo laddove « Scudo dell’Eufrate » rappresenta al la risultante dell’accordo per le forniture di gas russo alla Turchia che ha sancito inevitabilmente il riavvicinamento tra Ankara e Mosca.

Ma a coronare tale scacchiere siriano dalle implicazioni non indifferenti, subentrerà ben presto – precisamente dal 20 gennaio 2017 a mezzogiorno – il neoeletto presidente americano Donald Trump che, dal canto suo, sembra avere tutte le intenzioni di associarsi ai due leader d’oltreoceano nella lotta al terrorismo; unica conditio sine qua non sarebbe quella di non seguire la linea interventista della precedente amministrazione americana, prospettata da Hillary Clinton nella realizzazione di una No – Fly Zone sui cieli siriani.

«Non possiamo dire nulla su cosa farà ma se combatterà il terrorismo ovviamente saremo alleati, alleati naturali come con la Russia, l’Iran e molti altri Paesi» – così si esprime il presidente siriano Bashar Al Assad in un’apertura di credito verso Trump, rilasciando un’intervista alla tv portoghese Rtp. Questi due mesi in Medio Oriente saranno di certo cruciali per il nuovo presidente americano, nonostante la vicenda sia ancora nella mani di Obama che gli ha fatto campagna contro come nessun presidente uscente aveva mai osato nell’ultimo mezzo secolo. Il futuro del caldo Medio Oriente, e dell’Europa – inevitabilmente e da sempre interconnessa – è tutto da scrivere.

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Il massacro dei terroristi a Dacca http://www.360giornaleluiss.it/il-massacro-dei-terroristi-a-dacca/ Sat, 02 Jul 2016 15:11:51 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=6809 Sartre diceva: “Basta che un uomo odi un altro perché l’odio vada correndo per l’umanità intera.” A quanto pare uno dei padri dell’Esistenzialismo aveva ragione: solo pochi giorni fa abbiamo parlato dell’attentato all’aeroporto di Istanbul e ora ci ritroviamo a parlare di una nuova strage avvenuta nella città di Dacca, capitale del Bangladesh. Nella serata

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Sartre diceva: “Basta che un uomo odi un altro perché l’odio vada correndo per l’umanità intera.”

A quanto pare uno dei padri dell’Esistenzialismo aveva ragione: solo pochi giorni fa abbiamo parlato dell’attentato all’aeroporto di Istanbul e ora ci ritroviamo a parlare di una nuova strage avvenuta nella città di Dacca, capitale del Bangladesh.

Nella serata di venerdì 1 luglio, alcuni uomini armati (si parla di 8-9 persone) hanno fatto irruzione nel caffè-ristorante “Holey Artisan Bakery” situato nella zona diplomatica della città, a circa 200 metri dall’ambasciata d’Italia, e dunque ritrovo di stranieri e persone della middle-class. Secondo i racconti di alcuni testimoni, i terroristi hanno aperto il fuoco al grido di “Allah Akbar” e oltre alle pistole, avevano anche bombe e spade. Tra le 20 vittime della strage, tutti stranieri, ci sono giapponesi e 10 italiani. Secondo l’Unità di Crisi della Farnesina, gli italiani presenti nel ristorante al momento dell’assalto erano 11 e solo uno è riuscito a mettersi in salvo; per gli altri si sta procedendo in queste ore all’identificazione dei corpi. Stando ai racconti di alcuni sopravvissuti, molti civili sono stati uccisi con lame affilate e quelli che sapevano recitare versi del Corano sono stati risparmiati, gli altri invece sono stati torturati. Dopo qualche ora dall’assalto del commando jihadista, c’è stato il blitz delle forze speciali bengalesi, durato più di tre ore, che ha portato alla liberazione di tredici ostaggi, all’uccisione di sei terroristi e alla cattura di un altro membro del commando.

Con l’assalto di ieri a Dacca, l’estremismo islamico ha fatto un salto di qualità. In poco più di un anno i terroristi hanno rivendicato quasi cinquanta uccisioni. Ma prima di ieri sera le azioni dei fanatici erano tese a colpire singoli individui: blogger, stranieri, musulmani laici, cristiani, accademici, poliziotti e anche attivisti per i diritti umani. L’attacco al quartiere diplomatico della capitale del Bangladesh, è stato rivendicato sia dallo Stato Islamico che da ANSAR AL ISLAM, gruppo terrorista collegato ad al Qaeda. Amaq, l’agenzia di propaganda del Califfato, ha scritto che un “commando ha attaccato un ristorante frequentato da stranieri nella città di Dacca, in Bangladesh” e ha pubblicato una foto che mostrava i corpi degli ostaggi. Pochi minuti dopo, attraverso Twitter, è arrivata anche la rivendicazione dei miliziani vicini all’organizzazione fondata da Bin Laden. Dunque i due gruppi terroristici si stanno contendendo la responsabilità di uno degli attacchi più sanguinosi della storia del Bangladesh degli ultimi anni. Tutti e due le organizzazioni, infatti, hanno l’interesse di rivendicare la paternità dell’assalto per acquistare credibilità e nuovi seguaci.

Mentre i due gruppi terroristici si contendono la responsabilità dell’attacco, altri civili sono morti a causa dell’ideologia islamista i cui sostenitori hanno già annunciato attacchi per il 4 luglio, l’Indipendence day americano.

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Ennesimo attacco terroristico a Istanbul http://www.360giornaleluiss.it/ennesimo-attacco-terroristico-a-istanbul/ Wed, 29 Jun 2016 13:47:00 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=6790 L’Aeroporto di Istanbul-Atatürk è il principale aeroporto turco, nonché il quinto in Europa per numero di passeggeri e l’undicesimo scalo più trafficato al mondo. Ieri sera, intorno alle ore 22 (21 in Italia), uno degli aeroporti più sicuri al mondo è stato colpito da un attacco terroristico che ha causato 41 morti e 239 feriti.

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L’Aeroporto di Istanbul-Atatürk è il principale aeroporto turco, nonché il quinto in Europa per numero di passeggeri e l’undicesimo scalo più trafficato al mondo.

Ieri sera, intorno alle ore 22 (21 in Italia), uno degli aeroporti più sicuri al mondo è stato colpito da un attacco terroristico che ha causato 41 morti e 239 feriti. Stando alle prime ricostruzioni, è stato un poliziotto ad accorgersi di tre persone sospette e ha tentato di fermarle chiedendo loro di mostrare i documenti. Proprio in quel momento, però, gli attentatori hanno aperto il fuoco sulla folla e si sono fatti esplodere. Le tre deflagrazioni sono avvenute nella zona antistante e appena dentro l’ingresso del terminal dei voli internazionali. Secondo fonti di polizia, il commando sarebbe stato composto da 7 persone, di cui altre 3 sarebbero ancora in fuga e una è stata arrestata, trattasi di una donna. L’identità dei tre kamikaze non è ancora stata resa nota, ma stando ad alcune fonti, sarebbero cittadini stranieri. L’attacco non è stato ancora rivendicato ma spunta l’ipotesi che dietro l’attentato possa esserci l’ISIS, data anche la somiglianza tra questa strage e quella avvenuta all’aeroporto di Bruxelles lo scorso 22 marzo.

Sulle immagini dal luogo dell’attentato, come avviene sempre in Turchia in questi casi, è stata imposta una censura ai media. Il presidente turco Erdogan ha condannato l’attacco, ricordando che è avvenuto durante il mese sacro islamico del Ramadan, iniziato lo scorso 6 giugno.

Questo però, purtroppo, non è il primo attentato che colpisce Istanbul: solo 20 giorni fa, la ex Costantinopoli, era stata colpita da un altro attacco bomba vicino all’Università, che aveva provocato 12 morti ed era stato rivendicato dal gruppo estremista curdo Tak. Altri due attacchi terroristici, attribuiti all’Isis, sono avvenuti tra gennaio e marzo nel centro turistico di Sultanahmet prima, e nella via dello shopping Istiklal poi, causando decine di morti. Vari attacchi sono avvenuti anche nella capitale turca, Ankara, facendo registrare molte vittime.

La differenza tra quest’ultimo attacco e quelli sopra menzionati, e che ci lascia ancora più perplessi, è che l’aeroporto di Istanbul è dotato di uno dei più potenti sistemi di sicurezza esistenti. I viaggiatori che transitano in questo scalo, infatti, devono passare attraverso una doppia ispezione di sicurezza: una prima di entrare nell’edificio e l’altra dopo aver effettuato il check dei passaporti. Inoltre, a circa 500 metri dall’ingresso dei terminal internazionali, vi è un’ulteriore verifica dei veicoli che transitano, anche se il controllo viene effettuato solo su quelli più sospetti.

Allora, nonostante l’elevato livello di sicurezza, gli aeroporti sono davvero sicuri per chi viaggia?

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Bruxelles: cosa sappiamo ? http://www.360giornaleluiss.it/esplosioni-a-bruxelles-almeno-28-morti/ Tue, 22 Mar 2016 12:29:30 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=6176 Bruxelles stamattina si è risvegliata nel terrore. Alle 8 di stamattina, due esplosioni hanno coinvolto l’aeroporto di Zaventem (aeroporto che serve la capitale Belga) ed hanno provocato 13 morti e 35 feriti (dati provvisori). Tra le 9:10 e le 9:15 altre esplosioni hanno coinvolto la fermata della metropolitana di Maelbeek, in prossimità della sede della

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Bruxelles stamattina si è risvegliata nel terrore. Alle 8 di stamattina, due esplosioni hanno coinvolto l’aeroporto di Zaventem (aeroporto che serve la capitale Belga) ed hanno provocato 13 morti e 35 feriti (dati provvisori).

Tra le 9:10 e le 9:15 altre esplosioni hanno coinvolto la fermata della metropolitana di Maelbeek, in prossimità della sede della Commissione Europea. Alcune testimonianze raccontano anche di un’esplosione alla fermata Schuman, che si trova appena dopo quella di Maelbeek, ma il premier belga Charles Michel ha ufficialmente smentito questa notizia.

Solo alla fermata Maelbeek comunque, secondo altri dati provvisori, sarebbero morte altre 15 persone e rimaste ferite circa 55. Le autorità politiche locali stanno rilasciando dichiarazioni in queste ore nelle quali invitano la cittadinanza a mantenere il più possibile la calma e ad agire solidalmente con i propri concittadini più direttamente colpiti.

Secondo fonti governative e le agenzie di stampa locali, queste esplosioni sarebbero frutto di un attentato terroristico. Secondo la rete pubblica belga VRT avrebbe agito addirittura almeno un kamikaze e altre fonti riferiscono di urla in arabo e spari precedenti al primo attentato.

Il livello d’allerta è massimo e la popolazione è stata invitata a non effettuare spostamenti. Al fine di evitare spostamenti, è stato previsto che coloro che si trovino attualmente negli uffici istituzionali o nelle scuole non possano essere evacuati e che coloro che invece sarebbero dovuti entrare durante la giornata in queste sedi non possano entrarvi.

Sono state inoltre bloccate e sottoposte a controlli tutte le stazioni dei treni e delle metropolitane, oltre che l’aeroporto oggetto del primo attentato, e si starebbero svolgendo perquisizioni a tappeto da parte delle forze dell’ordine in tutta la regione colpita, secondo i media locali.

Nel frattempo, l’ISIS ha rivendicato la paternità dell’atto terroristico, come comunicato dall’agenzia Amaq, nota per i suoi legami con lo Stato Islamico ed è subito giunta la condanna morale dell’università Al-Azhar de Il Cairo (la più importante autorità religiosa musulmana sciita) che afferma che questi atti terroristici violano gli insegnamenti dell’Islam.

A Roma, sono state ulteriormente innalzate le misure antiterrorismo con particolare attenzione alle stazioni dei treni e delle metropolitane e agli aeroporti. Il premier Matteo Renzi, dopo aver partecipato al Comitato per l’Ordine e la Sicurezza al Viminale, rilascerà questo pomeriggio alle 16 una dichiarazioni sugli attentati di Bruxelles.

Attendiamo ulteriori informazioni e approfittiamo per esprimere il nostro profondo cordoglio per le vittime e i loro familiari.

Ulteriori aggiornamenti

Il bilancio, ancora provvisorio, dei morti sale a 34. I feriti sarebbero invece oltre 230 e, come comunicato dall’ambasciata italiana, tre di questi sono italiani, ma non versano in gravi condizioni. Le forze dell’ordine, durante alcune perquisizioni a Schaerbeek, hanno ritrovato esplosivi, un kalashnikov e una bandiera dell’ISIS.

Il numero degli attentatori è ancora incerto, ma alcune registrazioni all’aeroporto avrebbero individuato tre sospetti di cui però solo uno non si sarebbe già fatto esplodere, secondo le dichiarazioni del procuratore federale belga Frederic Van Leuw. I ricercati, in totale, sarebbero comunque almeno cinque. Fonti di polizia affermano che sono stati trovati ordigni inesplosi nello stesso aeroporto del primo attentato.

Secondo l’intelligence irachena, questi attentati sono stati pianificati in Siria, ma non avevano come obiettivo Bruxelles. Il cambiamento di target sembra essere dovuto alla cattura dell’attentantore di Parigi Salah Abdeslam. Il governo belga ha indetto tre giorni di lutto nazionale e durante la giornata si sono succeduti altri allarmi bomba, fortunatamente non confermati.

Le reazioni agli attentati sono state tra le più disparate. Oltre alle sopracitate dichiarazioni della comunità musulmana sciita, la famiglia reale belga ha espresso la sua solidarietà al popolo definendo “vili e odiosi” gli attentati di oggi. Il ministro della difesa israeliano ha parlato di una vera e propria terza guerra mondiale nei confronti dei nostri valori comuni.

Il premier francese ha dichiarato che giungerà domani a Bruxelles per una conferenza stampa congiunta con il premier belga e per riunirsi con lui e la commissione UE per discutere un piano di lotta contro il terrorismo.

Varie manifestazioni di solidarietà ci sono state oggi nei confronti del popolo belga. La Tour Eiffel è stata illuminata con i colori della bandiera del Belgio, ma anche in Italia non sono mancate manifestazioni come quella, a Roma, di fronte all’ambasciata belga, promossa dall’onorevole Stefano Fassina.

Hanno suscitato invece reazioni contrastanti le lacrime dell’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione Europea Federica Mogherini, la quale è stata molto attaccata sui social.

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Quando un messaggio terrorizza Roma http://www.360giornaleluiss.it/quando-un-messaggio-terrorizza-roma/ Mon, 23 Nov 2015 16:11:43 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=5159 L’aria a Roma è pesante e no, la colpa non è della Volkswagen questa volta, in un novembre eccezionalmente caldo per gli standard, non è raro vedere gente rabbrividire. Anche i giorni più soleggiati soffrono l’influenza dell’atmosfera surreale all’interno del GRA. A prima vista non c’è nulla di diverso, la città è sempre frenetica, i

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L’aria a Roma è pesante e no, la colpa non è della Volkswagen questa volta, in un novembre eccezionalmente caldo per gli standard, non è raro vedere gente rabbrividire. Anche i giorni più soleggiati soffrono l’influenza dell’atmosfera surreale all’interno del GRA.

A prima vista non c’è nulla di diverso, la città è sempre frenetica, i turisti continuano ad ammirare ciò che l’Urbe ha da offrire e i vari mezzi pubblici sono sempre presi d’assalto da tante, troppe persone.

La differenza si nota quando si smette di guardare e si osserva: la presenza di militari all’ingresso di ogni fermata della metropolitana rende i corridoi sotterranei ancora più angusti e claustrofobici, i passeggeri si guardano spesso intorno e impallidiscono alla vista di compagni viaggiatori con una colorazione della pelle compresa tra un olivastro lieve e il Pantone 440, le volanti delle forze dell’ordine in prossimità dei punti d’interesse non aiutano per nulla.

Camminare per le vie del centro non è più rilassante com’era fino a pochi giorni fa. Er cupolone non è mai sembrato così fragile, almeno in tempi relativamente recenti e la paura dell’uomo (in) nero colpisce anche gli adulti.

La nube minacciosa che si estende sull’urbe non tarda a far sentire tuoni in lontananza. In pochissimi giorni i falsi allarmi si sono passati il testimone con una costanza e una rapidità disarmante: trolley in piazza partigiani che bloccano la linea 3 a piazza Albania in compagnia di  una scatola  che rende irraggiungibile,almeno per vie sotterranee, tutto ciò che c’è tra Battistini e San Pietro, passando per il burlone che lascia Kalashnikov “finti” vicino all’ambasciata di palazzo Farnese  fino ad arrivare al personale dell’ospedale San Giovanni che afferma di vedere uomini armati aggirarsi tra reparti e corsie causando panico e disordine tra le mura bianche… e poi c’è la mamma di Anastasia.

Il 19 novembre infatti l’argomento principale delle conversazioni di gruppo su Whatsapp riguardava le vicende delle tre protagoniste indiscusse della giornata: una tale Beatrice,la madre preoccupata di lei e la madre di una fantomatica Anastasia.

Questo trio ha infatti sentito la necessità di comunicare ai giovani di Roma le loro preoccupazioni riguardanti possibili attentati a Roma : la madre di Beatrice la mette infatti in contatto con la madre di Anastasia che è una dipendente del Ministero degli Interni e il suo amore materno e per le amiche della figlia l’ha portata ad avvertirle del rischio che corrono i frequentatori delle zone della movida romana. Ponte Milvio è particolarmente Off-Limits. “Non andare assolutamente al concerto” (senza specificare quale) è un altro diktat particolarmente accorato,visto che il governo e la televisione dicono cose non vere le due ragazze e le loro amiche DEVONO restare sulla Cassia.

Ma la spinta altruistica è troppo forte, il peso di tali conoscenze è un fardello troppo pesante e va divulgato per salvare quante più vite possibili. Quindi è sulle spalle di Beatrice che grava l’arduo compito di far girare le due famigerate registrazioni ( una in cui a parlare è la fonte della notizia e l’altra in cui è la ragazza stessa ad avvisare dei pericoli).

Tutto ovviamente,clamorosamente,indiscutibilmente falso, dannatamente falso.

Il passaparola diffusosi a macchia d’olio ha gettato nel panico un discreto quantitativo di riceventi che hanno iniziato a rivedere i propri piani per il weekend, facendo crescere i primi germogli di dubbio anche negli scettici.

La verità ( o meglio la falsità ) della notizia è venuta a galla in serata quando con altrettanta rapidità si è propagato un altro messaggio provenente dalla ragazza in cui affermava che si trattava di una bufala e giustifica sé stessa e tutte le parti coinvolte in maniera sconnessa e senza un senso effettivo, ma oramai il danno è stato fatto.

I requisiti minimi per essere in grado di prevedere le conseguenze di tale atto in fondo sono solo il possesso del 10% di sinapsi funzionanti e di una conoscenza basilare della legge: in caso di notizia falsa scatta la denuncia per procurato allarme,in caso di verità invece sappiamo come la fuga di notizie e come la diffusione di un segreto di stato non sia proprio ben visto dalle autorità.

Allora ci si chiede se è stato davvero necessario tutto ciò? Quale può essere la motivazione dietro ciò? Un semplice scherzo di pessimo gusto? L’iper-protettività delle madri che erano spaventate che le figlie andassero al sopracitato concerto come dichiarato alle forze dell’ordine in occasione del costituirsi delle mittenti messe alle strette? Non credo che i suddetti motivi siano giustificazioni sufficienti. Tutto questo viene ovviamente visto come un evento minore, lo è e resterà tale ovviamente, ma in un clima come questo e visto il susseguirsi degli eventi è ulteriore benzina sparsa sul fuoco, cosa che non fa bene nella maniera più assoluta.

Sembra che il nemico più vicino alla capitale siano proprio gli stessi abitanti che, con simili atteggiamenti, non fanno altro che favorire la campagna intimidatoria degli estremisti, i quali non verranno neanche nominati perché non meritevoli di attenzioni, o a incrementare l’odio razziale, consapevole e non, aumentando le distanze tra un “noi” e un “loro” scriteriato, fornendo potenziali alleati e reclute a coloro che fanno dell’odio passivo la migliore fonte di rifornimento quando si parla di “carne da macello”.

Ma da queste minacce, da queste situazioni si riesce a intravedere un barlume luminoso, il messaggio migliore è uscito dalla risposta a questi fatti.

Un ragazzo romano ha infatti sdrammatizzato e spento la tensione reinterpretando il messaggio con un allarme ancora più agghiacciante del primo : “Giovanni Rana domani sbrocca!”

Infatti le indiscrezioni sul fatto che il famoso titolare del marchio di paste all’uovo avrebbe aggiunto ingredienti quantomeno inconsueti all’interno dei suoi prodotti hanno fatto sorridere anche i più tesi,archiviando il tutto con una risata e contribuendo alla diffusione della parodia che in un paio d’ore, lo possiamo affermare senza esagerare, ha attraversato l’Italia da nord a sud ben oltre l’area interessata.

È così che possiamo combattere l’ondata di terrore, ridendo, uscendo, vivendo ogni giorno senza lasciargli prendere la nostra quotidianità, ascoltare la richiesta di fare “un minuto di casino” per le vittime perché è questo che ci vuole, per farlo è necessario ogni sfottò, bisogna ricordarlo ogni volta che qualcuno se ne esce con un “mo’ ce li vojo vede cor cammello sui sampietrini”, ogni sacrosanto “viecce”, ogni volta che gli ultras con la loro tipica incoscienza, invocano un “50vs50 quando volete” rivolto a “quelli là” ergendosi a paladini per caso di un’etica “particolare”, ogni volta che camminiamo a testa alta anziché distogliere lo sguardo a priori.

La tastiera su cui sto scrivendo è posizionata sulla scrivania di una casa di Tor Pignattara, oggettivamente il quartiere più multietnico di Roma, soggettivamente uno dei più malfamati quindi non sono le parole di qualcuno effettivamente estraneo ai fatti.

Ad ogni passo che muovo fuori di casa incontro tante di quelle persone considerate il nemico, a volte un brivido scende anche lungo la mia di schiena, anzi, succede fin troppo spesso. ogni giorno passo davanti alla famosa moschea fai-da-te reputata covo di estremisti soprattutto dopo le recenti interviste delle televisioni nazionali, eppure nella maggior parte dei casi sono proprio loro quelli che hanno preso peggio gli eventi tragici dei giorni scorsi, sono proprio loro che sorridono quando sono certi di non esser visti quando non vengono trattati come “quell’altri che fanno quelle cose”.

È solo questione di tempo finché Roma e i Romani si adatteranno, per ora ciò che bisogna fare è vincere dove si può. Ma come si vince? Sorridendo. Si vince andando nei pub il sabato sera e allo stadio la domenica. Si vince scendendo a Ottaviano e lamentandosi della folla di turisti. Si vince prendendo il 105 pieno e si vince con un caffè dietro al Pantheon. Si vince suonando a Piazza del popolo come si vince fermandosi da Pompi a tarda notte sulla via del ritorno dalla disco. Si vince quando non si ha paura e soprattutto si vince quando, passeggiando per il centro, si vede il tramonto che fa da sfondo al Colosseo e con una fitta all’anima ci si chiede se tutte queste voci siano vere, ma poi con un mezzo sorriso si pensa: “ Ma tanto ma quando arrivano che a st’ora ce sta traffico sul raccordo”.

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L’11 settembre di Parigi. #JeSuisParis http://www.360giornaleluiss.it/l11-settembre-di-parigi-jesuisparis/ Sun, 15 Nov 2015 10:17:23 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=5033 Il mondo si è fermato. Parigi è stata assediata dal terrorismo. Un attentato, quello che a riguardato la capitale francese, che è stato definito, dalle agenzie di stampa, “un attacco terroristico senza precedenti in Europa”. L’attacco è stato rivendicato: subito dopo la strage, dall’ISIS che ha sostenuto, in un comunicato, la loro intenzione punitiva nei

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Il mondo si è fermato. Parigi è stata assediata dal terrorismo. Un attentato, quello che a riguardato la capitale francese, che è stato definito, dalle agenzie di stampa, “un attacco terroristico senza precedenti in Europa”.

L’attacco è stato rivendicato: subito dopo la strage, dall’ISIS che ha sostenuto, in un comunicato, la loro intenzione punitiva nei confronti di un paese che si sta impegnando strenuamente nella lotta allo Stato Islamico. I morti sono più di cento e i feriti addirittura più di duecento.

L’inizio della strage è stato all’incirca alle 21 di venerdì 13 novembre, quando un kamikaze si è lasciato esplodere vicino allo stadio di Parigi dove si stava svolgendo un’amichevole tra Francia e Germania. Il presidente Hollande è stato tempestivamente evacuato, mentre i giocatori e il pubblico sono rimasti all’interno della struttura per motivi di sicurezza e di ordine pubblico.

I terroristi hanno poi sparato ad alcuni passanti e clienti di alcuni locali del X e XI arrondissement, un secondo kamikaze si è fatto esplodere di fronte ad un altro locale vicino allo stadio ed un altro ancora a Boulevard Voltaire.

Verso le 22, i terroristi hanno cominciato ad assalire il teatro Bataclan, dove si stava svolgendo un concerto del gruppo rock californiano “Eagles of death metal”, e hanno preso più di cento ostaggi e a sparare sul pubblico. Contemporaneamente un quarto kamikaze si fa esplodere nei pressi dello stadio.

Poco dopo le 22, viene convocato un summit al ministero dell’interno per reagire allo stato di tensione innescatosi nella città e vengono diramati comunicati delle autorità che invitano alla calma e a rimanere a casa o nei locali in cui si trovano.

Poco prima delle 23, all’interno dello stadio di Parigi, scatta il panico, la partita viene interrotta e il pubblico si riversa nel campo di gioco.

Alle 23:30, si conclude il summit al ministero e viene attivato il piano “Rouge Alpha”, operazione volta a contrastare gli attentati multipli come quello di quelle ore. L’esercito scende nelle strade e vengono messi posti di blocco per evitare che i terroristi possano scappare.

A mezzanotte circa, il presidente Hollande, in diretta TV, annuncia lo stato d’emergenza nazionale e la chiusura delle frontiere per evitare la fuga dei ricercati. Subito dopo raggiungerà i colleghi ministri in un consiglio dei ministri straordinario.

Mezz’ora più tardi, le teste di cuoio irrompono nel Bataclan per far evacuare i sopravvissuti, ma alcuni kamikaze si fanno esplodere.

Oggi, la Francia può contare sulla solidarietà di tutto il mondo occidentale per reagire a quello che, secondo buona parte dell’opinione pubblica, è stato una dichiarazione di guerra in piena regola da parte dell’ISIS.

#JeSuisParis

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L’ISIS in pillole http://www.360giornaleluiss.it/lisis-in-pillole/ Sat, 03 Oct 2015 09:00:02 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=4439 Il nome: un po’ di chiarezza. Il 29 giugno 2014 l’ISIL (stato islamico dell’Iraq e del Levante) – meglio noto come ISIS (stato islamico di Iraq e Siria)- si affaccia sulla scena internazionale, autocostituendosi in califfato con a capo Abu Bakr Al-Baghdadi. Nei documenti ufficiali però non compaiono le parole ‘Iraq’ e ‘Levante’, questo perché

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Il nome: un po’ di chiarezza.

Il 29 giugno 2014 l’ISIL (stato islamico dell’Iraq e del Levante) – meglio noto come ISIS (stato islamico di Iraq e Siria)- si affaccia sulla scena internazionale, autocostituendosi in califfato con a capo Abu Bakr Al-Baghdadi. Nei documenti ufficiali però non compaiono le parole ‘Iraq’ e ‘Levante’, questo perché l’obiettivo del neonato IS è quello di ridefinire i confini del Medio Oriente. Inoltre, l’uso del termine “califfato” rievoca l’istituzione nata per sostituire Maometto e mantenere una coesione sociale e religiosa della comunità islamica. Dal fronte internazionale arriva presto un nuovo nome da usare principalmente nelle relazioni diplomatiche: DAESH Il termine è l’adattamento dell’acronimo arabo di ISIS.

Tutto ciò potrebbe sembrare un’inutile e poco appassionante disquisizione sul nome, ma tra IS e DAESH la differenza è sostanziale.  Almeno secondo il ministro degli esteri francese, che ha deciso di non definire più i miliziani jihadisti uno “stato” perchè farlo potrebbe corrispondere ad una legittimazione.

ISIS, ISIL, IS, DAESH, persino EIIL, sono perciò solo alcuni dei nomi che vengono usati per definire il califfato. Tuttavia, il tentativo dei governi di delegittimare l’avanzata dei miliziani sunniti togliendo loro la definizione di “Stato” non convince in molti. Lo stesso presidente Obama ha dichiarato: “Questo gruppo si fa chiamare “Stato Islamico”, ma mettiamo in chiaro due cose: l’ISIL non è islamico. Nessuna religione difende l’assassinio di innocenti e la maggior parte delle vittime dell’ISIL sono musulmane. L’ISIL certamente non è uno Stato. È prima il ramo di Al Qaeda in Iraq”.

 

Il Califfo: Abu Bakr Al-Baghdadi

Tra il 96 e il 2000 Abu Bakr Al-Baghdadi vive in Afghanistan con Abu Musab al-Zarqawi. Entrambi collaborano con i jihadisti e con i talebani a Kabul.

Nel 2005 viene recluso a Camp Bucca, un carcere gestito dall’esercito USA, dove entra in contatto con un gruppo di jihadisti di al-Qaeda, con il quale getta le basi della sua ascesa nell’IS. Nel 2009, quando la prigione chiude, al-Baghdadi viene rilasciato.

Dopo la morte di Abu Omar al-Baghdadi, diviene il leader del gruppo terrorista ISI (Stato Islamico dell’Iraq), braccio di al-Qaeda. Il movimento, nato nel 2000, con il nome di “Organizzazione del monoteismo e del Jihad”, era stato fondato proprio da al-Zarqawi. Da questo gruppo di militanti nascerà poi l’ISIS che, nel giugno 2014 inizia l’avanzata verso Baghdad.

Il 29 giugno viene annunciata la ricostituzione del califfato, che si estende da Damasco (Siria) a Diyala (Iraq). Al-Baghdadi, autoprocalmandosi “califfo di tutti i musulmani”, brandisce ufficialmente entrambe le spade di Gelasio, quella temporale e quella spirituale, decretando il suo potere religioso oltre che politico e mettendo da parte gli imam e i predicatori radicali, che si sono rifiutati di riconoscere la sua autorità.

 

Finanziamenti: non solo petrolio

Per parlare delle casse dello Stato Islamico, bisogna innanzitutto distinguere tra fonti di finanziamento dirette e indirette.

Tra le fonti dirette, sicuramente l’estrazione di petrolio costituisce la più grande risorsa del califfato. Il gruppo ricava circa 44mila barili al giorno dai pozzi siriani e 4mila da quelli iracheni. Il regime di Assad, alla costante ricerca di petrolio, i turchi e curdi iracheni – sebbene siano tutti nemici dell’Isis – sono tra i suoi principali clienti. Oltre al greggio vi sono i fondi delle banche dei territori conquistati, la tassazione sulle attività commerciali e il pedaggio richiesto sulle principali strade. Certo, l’imposizione di tasse costituisce un passo importante verso la legittimazione del califfato.

Per quanto riguarda le fonti indirette, invece l’IS ha un sistema di auto-finanziamento basato anche sul contrabbando di ostaggi, sebbene sia plausibile che alcuni dei primi finanziamenti siano giunti da varie ONG dei paesi della penisola araba. Sul banco degli imputati vi sono l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait ed il Qatar. Inoltre, parte dei proventi deriverebbero dal commercio di reperti archeleologici, dal traffico di esseri umani e da saccheggi ed estorsioni. Anche se fare i conti del califfo non è certo facile, si stima una disponibilità di circa 2 miliardi di dollari, che lo renderebbe certamente gruppo terroristico operante nel mondo islamico più pericoloso di sempre.

 

Strategia Mediatica: terrorismo digitale

Sin dalla nascita, avvenuta con un comunicato web, il califfato ha dimostrato di essere in grado di gestire la comunicazione in maniera impeccabile. La sua social media strategy, attribuibile ad Ahmad Abousamra, si fonda su due punti: la minaccia e il reclutamento.

L’attuazione del primo punto -la c.d. strategia del terrore- è molto semplice: si basa su videomessaggi intimidatori come il famoso “message to America”, primo di una lunga serie di cruente decapitazioni. Per realizzare il secondo punto, invece, i jihadisti puntano all’emulazione di foreign fighter già arruolati. Il target in questo caso sono giovani occidentali perciò, il mezzo di comunicazione preferito per attivare in loro questo sentimento di emulazione, di desiderio di sfida e per realizzare questa imponente call to action, è Facebook, che però sta attuando una forte censura.

Per assicurare la più ampia diffusione possibile dei messaggi esiste un’imponente e sofisticata rete di account collegati tra loro che amplificano ogni post, tweet o video proveniente dai membri più influenti dell’organizzazione. Esisteva anche un’app, disponibile fino allo scorso anno sul playstore, chiamata “The Dawn of Glad Tidings” (L’alba delle buone notizie) che permetteva ai gestori degli account ufficiali dell’ ISIS di utilizzare gli account dei seguaci per poter mandare i loro messaggi unificati.

Un tempo si giravano video in analogico con sfondi di fortuna, oggi i terroristi dispongono dei più avanzati strumenti di video e photo editing per la realizzazione dei messaggi propagandistici, insieme alle competenze di occidentali arruolati o di persone formatesi in occidente.

 

Obiettivo: Lo Stato Islamico

Dal momento che l’ISIL non riconosce la comunità internazionale, si può certamente affermare che il suo obiettivo non è quello di costruire uno Stato al fine di ottenere un riconoscimento da essa. L’IS però impara dagli errori di Al-Qaeda e non agisce come un parassita ospite di un altro stato, si ricostituisce con un proprio corpo, sviluppandosi sulle carcasse di Iraq e Siria. L’organizzazione vuole imporsi come erede di Al Qaeda, troppo debole dopo l’eliminazione di Osama bin Laden. Lo Stato islamico vuole raccogliere l’eredità del gruppo terrorista.

L’11 settembre 2001 Osama bin Laden ha umiliato gli Stati Uniti e l’occidente dimostrando che la “vera fede” poteva colpirli. Lo sceicco voleva sfidare l’America, e allo stesso tempo formare un esercito di volontari attirando a sé migliaia di giovani musulmani alla ricerca di una vendetta per i secoli di dominio occidentale sull’islam.

Gli stessi obiettivi guidano lo Stato islamico, una creazione della negligenza del regime siriano. Bashar al Assad sperava infatti di proporsi come unica alternativa all’estremismo islamico rivolgendo i suoi sforzi repressivi contro i democratici e lasciando che lo Stato Islamico crescesse senza mai contrastarlo. Alla fine, però, l’organizzazione è sfuggita del tutto al suo controllo, penetrando in Iraq con l’ambizione di creare un nuovo stato sunnita libero dal controllo delle autorità sciite di Damasco e Baghdad.

Tuttavia, la cosa che desta maggiore preoccupazione è la capacità dei miliziani di Al-Baghdadi di manipolare e controllare un’intera generazione di giovani musulmani iracheni – e non solo, come dimostra il crescente numero di foreign figthers – per aumentare il proprio consenso. Il denaro costuisce sicuramente il principale fattore trainante, basti pensare che i combattenti di al-Baghdadi sono i più pagati, ma come in un circolo vizioso, il crescente consenso contribuisce a rafforzare la sua capacità di resistenza e di reclutamento sul territorio.

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Caccia russi in Siria: lotta al terrorismo o Guerra fredda? http://www.360giornaleluiss.it/caccia-russi-siria-lotta-al-terrorismo-guerra-fredda/ Sun, 27 Sep 2015 10:25:26 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=4376 “28 caccia oltre ad una certa quantità di droni dell’esercito russo sono arrivati in Siria per offrire sostegno all’esercito di Assad contro i ribelli e i jihadhisti”. Solo qualche giorno fa la CNN comunicava alla popolazione statunitense questa notizia. A diffondere l’annuncio, in realtà, secondo delle indiscrezioni, sarebbero stati due importanti funzionari del governo USA,

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“28 caccia oltre ad una certa quantità di droni dell’esercito russo sono arrivati in Siria per offrire sostegno all’esercito di Assad contro i ribelli e i jihadhisti”. Solo qualche giorno fa la CNN comunicava alla popolazione statunitense questa notizia. A diffondere l’annuncio, in realtà, secondo delle indiscrezioni, sarebbero stati due importanti funzionari del governo USA, coperti dall’anonimato.

Secondo delle indagini svolte dal Pentagono,inoltre, l’esercito russo avrebbe inviato anche una dozzina di autobus pieni di soldati e una decina per trasportare in Siria dei tecnici di strategie belliche. Tale notizia ha destato ,ovviamente, una forte preoccupazione alla Casa Bianca, tanto che il segretario di stato USA, John Kerry, ha dapprima  replicato che l’unica soluzione possibile alla guerra civile siriana è da un lato la deposizione di Assad e dall’altro il respingimento delle milizie jadhiste; subito dopo , poi, ha telefonato al suo collega russo, Serghiei Lavrov, per chiedere rassicurazioni in merito alla natura di tale operazione militare e,dunque, al suo fine.

Sembra,quindi, che quest’ultimo abbia addotto come unica motivazione dell’intervento russo a sostegno di Assad la necessità di respingere unitariamente le truppe dell’Isis. Ma questa motivazione non avrà di certo convinto l’amministrazione USA, che intuisce come le reali motivazioni siano ben altre. Peraltro il governo statunitense non è statol’unico al quale la Russia ha dovuto dare delle spiegazioni in merito all’operazione militare a sostegno di Assad: ad essere rimasto molto preoccupato dall’intervento russo,infatti, è stato anche il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.

Quest’ultimo ,appena appresa la notizia, ha richiesto un vertice urgente con il Presidente russo Vladimir Putin, timoroso del fatto che i caccia russi potessero,anche per sbaglio, scontrarsi con quelli israeliani, già attivi al confine con la Siria. Israele ,infatti, da sempre rivale del regime siriano nel controllo del Medioriente, temeva che la sua sicurezza potesse essere messa a repentaglio da un rafforzamento delle truppe siriane, grazie all’intervento russo.

Tuttavia il Presidente russo, pare abbia offerto a Netanyahu non solo ampie rassicurazioni sulla natura strettamente anti-terroristica del suo intervento, ma che abbia anche stabilito con quest’ultimo una sorta di collaborazione militare nella lotta al terrorismo islamico. Putin,infatti, non avrebbe alcun interesse a farsi un nemico militarmente ben equipaggiato come Israele nel Medioriente , perché costituirebbe solo un inutile ostacolo alle sue mire espansionistiche in quella zona. Dietro l’operazione militare russa non c’è solo,infatti, la volontà di fermare l’avanzata dei terroristi in Siria, ma anche quella di evitare che il regime di Assad cada.

La Siria, per l’appunto, costituisce un importantissimo sbocco sul Mediterraneo per la Russia strategicamente utile sia per costruire rotte commerciali nel “Mare Nostrum” , sia un avamposto militarmente importante per una futura estensione della sua influenza in Medioriente. Ora, Putin ,non essendo per il momento capace di costruire un’alternativa ad Assad, considera il regime dittatoriale di quest’ultimo come l’ultimo baluardo contro una definitiva presa di potere da parte dello Stato Islamico nel Paese.

Inoltre mantenere il dittatore al potere garantisce un duplice vantaggio per la Russia. In primo luogo, Assad da anni accetta ben volentieri la protezione di un potente alleato come il Cremlino a livello internazionale, permettendogli in cambio di controllare una buona parte dell’economia del paese. In secondo luogo, ciò garantisce di non lasciare il controllo del paese in mano agli Stati Uniti, che da tempo finanziano gli oppositori del regime sperando che esso cada.

La strategia della Casa Bianca consiste, inoltre, nel cercare di ricostruire la stabilità della Siria affidandone il controllo a una classe dirigente filo-statunitense.Infatti l’unico alleato sicuro sul quale gli USA possono fare affidamento, perchè legati da interessi soprattutto economici , nel medioriente è Israele. La Siria ,dunque, sembra essere al centro delle mire espansionistiche statunitensi per due motivi. In prima analisi, perchè potrebbe divenire un alleato strategicamente importante e un partner economico di grande valore , date le ingenti risorse petrolifere che ne caratterizzano il territorio. Secondariamente poi, perchè il controllo della Siria al momento è nelle mani della Russia, che lo perpetra attraverso Assad.

Un altro potenziale alleato degli USA sarebbe potuto diventare anche perfino l’Iran; ma nonostante l’accordo sul nucleare recentemente sottoscritto, con la Repubblica Islamica, quest’ultima non sembra molto propensa ad intessere rapporti con gli Stati Uniti. Al contrario, dunque, l’Iran , fin dagli anni ’80 alleato della Russia, è stato uno di quei paesi che ha “aperto i propri cieli agli aerei da guerra del Cremlino”: per arrivare in Siria,infatti, i caccia russi dovevano sorvolare per forza altri stati o, o del Medioriente o dei Balcani. Essendosi visto negato il permesso di sorvolare sia la Grecia che la Bulgaria, la Russia ha optato per la prima opzione: così, dopo aver attraversato in volo la Cina, l’Iran e l’Iraq, i ventotto caccia russi sono arrivati nella parte della Siria ancora controllata da Assad.

Dunque gli Stati Uniti non si faranno di certo sfuggire così facilmente la possibilità di sottrarre uno stato satellite in Medioriente alla Russia e , al tempo stesso di crearsi un avamposto strategico nella zona. Insomma, “Questa è un’escalation del ruolo della Russia in Siria. La speranza è che tanto Mosca, quanto Washington, siano abbastanza prudenti nelle loro mosse per evitare scontri, perché l’unica soluzione a questa crisi resta politica e diplomatica” ha affermato in un’intervista del 10 settembre alla Stampa Jack Devine, grande esperto della Guerra Fredda, inviato speciale della CIA prima in Italia, poi anche in Cile e, Colombia, il quale sostiene che lo scenario che si sta ripresentando in Siria è quello tipico da Guerra Fredda, in cui cioè i due giganti non arrivano allo scontro diretto , ma si fronteggiano utilizzando gli alleati che hanno sul luogo.

Ma , dunque, o che si parli di Ucraina o di Siria (perchè lo scenario si ripete) ,  finché guerre civili che mietono decine di migliaia di vittime e che costringono alla fuga altrettante migliaia di persone, saranno gestite secondo logiche coloniali ,sarà mai possibile arrivare ad una loro risoluzione e magari evitare che ne scoppino di nuove?

 

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Il terrorismo raccontato da chi lo ha vissuto http://www.360giornaleluiss.it/il-terrorismo-raccontato-da-chi-lo-ha-vissuto/ Tue, 21 Apr 2015 21:01:36 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=3337 Intervista a Shamza Hassan, ex rifugiata di guerra e oggi collaboratrice dell’ambasciata somala in Italia  n molti Paesi arabi e musulmani le donne sono ancora costrette a rimanere in casa, a sposarsi solo con il permesso degli uomini di famiglia, a svolgere azioni quotidiane come camminare per strada o guidare solo attraverso eccezionali permessi. Ma se le donne

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Intervista a Shamza Hassan, ex rifugiata di guerra e oggi collaboratrice dell’ambasciata somala in Italia 

In molti Paesi arabi e musulmani le donne sono ancora costrette a rimanere in casa, a sposarsi solo con il permesso degli uomini di famiglia, a svolgere azioni quotidiane come camminare per strada o guidare solo attraverso eccezionali permessi. Ma se le donne vedessero il mondo attraverso Facebook, Instagram e Pinterest? Se lo leggessero attraverso internet e Twitter? Per questo uno degli input delle primavere arabe è partito proprio dalle donne suscitando per reazione nuove ondate di terrorismo che si sono scatenate in tutta l’area medio orientale e nell’Africa settentrionale. Shamza Hasssan è fuggita dalla sua Somalia nel lontano 1992, allo scoppio del conflitto, agli albori dei signori della guerra e alle origini del gruppo terroristico militare degli Al Shabaab. Lavorava per il Ministero delle pari opportunità, ora vive in Italia e lavora come governante pur collaborando con l’ambasciata del suo Paese. Frequenta attivamente la Moschea di Roma, centro religioso e culturale per tutti i connazionali dei quali condivide il destino.

A Mogadiscio è esplosa l’ennesima autobomba, uccidendo quattro persone e ferendone altre dieci. E’ solo l’ultimo di una lunga escalation di attentati che stanno nuovamente devastando la Somalia. Signora Shamza Hassan, per lei quanto durerà?

La gente è cattiva, la religione non c’entra, ricchezza e potere sono gli obiettivi di chi vuole il male delle persone. Sono brutti eventi in un Paese povero come il nostro, combattono per il nulla sollevando tanta polvere. Nelle ultime settimane sentiamo continuamente parlare di attentati, in televisione come in radio. La gente è stata cattiva e continuerà ad esserlo, hanno ucciso i profeti ed Isa (Gesù- ndr), Maometto non avrebbe voluto questo.

La maggior parte delle notizie oggi ripercorre la scia dell’Islamic State, il nuovo Califfato che vuole imporre il proprio credo religioso e politico ripartendo dall’antica famiglia dei Qu’raysh. In particolare le ultime notizie sul terrorismo sono passate in primo piano dopo l’attentato che ha colpito la redazione di Charlie Hebdo di Parigi…

A me quelle vignette non sono mai piaciute. Maometto in sedia a rotelle è blasfemia, anche i cristiani dovrebbero sentirsi offesi.

Il New York Times fu l’unico quotidiano americano e internazionale a riprendere paradossalmente questa tesi, ma vale la satira un attacco terroristico?

Assolutamente no, è questione di persone. C’è la cattiveria e c’è il male, per la conquista delle poltrone in politica come nella lotta per il potere nei gruppi religiosi e militari più poveri. Anche per la satira esiste un limite. La Somalia è in guerra da 23 anni eppure non molti giornali ne parlano. Per un attentato a Parigi per giorni si parlava solo di questo. E ne parlavano male nonostante in Africa stiano morendo migliaia ti persone, non solo per la fame ma anche per il terrorismo. La religione non c’entra. Siamo tutti fratelli: cristiani, ebrei e musulmani, i popoli del libro, perché abbiamo ognuno il suo libro Sacro. Il nostro Corano è stato macchiato dal sangue della cattiveria umana e i terroristi sanno che la colpa ricadrà su di loro al momento del giudizio.

Senza dubbio i conflitti sembrano essere di natura politica e sfruttano la religione come pretesto, ma come sciogliere i nodi dell’immigrazione, dei rifugiati di guerra, del Medio Oriente in chiave non fideistica ma pragmatica o delle primavere arabe che sono fallite, perché sono fallite, vero?

A volte sembra una questione di semplice buon senso. Chi fugge vuole salvare almeno la propria vita, molti politici in Italia non conoscono il significato della parola guerra, a Roma come in altre vostre città si sta bene solo per il fatto di non essere minacciati ogni giorno dalle bombe, la gente questo non lo capisce.

Ma le primavere arabe?

Sempre i giornalisti, trovano nuove espressioni per vecchie storie. La Francia non ha fatto la rivoluzione? L’Italia non ha combattuto il dominio straniero? Ieri è toccato a voi, perfino emigrare, oggi è il nostro turno, ma fino a quando ci saranno il male e l’interesse economico occidentale e ci saranno le persone semplici tenute nell’ignoranza, una via risolutiva non sarà ripercorribile. Io sono fuggita dal mio Paese e amo l’Italia per avermi accolto, spero di tornare in Somalia ma non ci credo. I miei fratelli sono in Svizzera, mio cugino è in America, spero di terminare questo periodo di contributi per avere la pensione minima tra un anno, ne mancano tre ai settant’anni.

Complimenti, per il suo Paese quindi nessuna speranza nemmeno in un insperato intervento della comunità internazionale?

Le persone agiscono secondo i propri interessi, chi nel bene, chi nel male. Barack Obama è il presidente degli Stati Uniti, non importa chi sia o a quale partito appartenga. Deve fare gli interessi politici ed economici degli Stati Uniti. Lo stesso Putin, lo stesso Merkel, Hollande e anche Renzi. Seguono l’Ucraina per il gas, la Libia e l’Iraq per il petrolio, la Somalia non ha niente che interessi il mondo se non la pace di tanta povera gente che non ha nulla da dare in cambio. Fare la guerra è un business come tanti altri, ma il suo prezzo un giorno sarà proprio Allah a farglielo pagare…

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