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A seguito dei recenti attentati terroristici avvenuti in alcune note città europee, tutti rivendicati dall’ISIS e tutti organizzati all’ombra impenetrabile di una società sommersa, in cui persino la migliore intelligence europea si è dimostrata incapace di arrivare per tempo, emerge drammatica una domanda nelle menti di tutti noi:

Chi sono i terroristi, da dove vengono, perché lo fanno?

Tra gli ultimi devoti di Allah, che hanno barbaramente ucciso decine di innocenti, è stato Anis Amri, l’attentatore di Berlino, a concentrare su di sé le maggiori attenzioni sul suo passato.

Ma, prima di uccidere il conducente polacco di un autocarro, carico di barre metalliche della TyssenKrupp dirette a Berlino; prima di condurre a velocità fatale il mezzo pesante tra le bancarelle di un noto mercatino di Natale, allestito per l’occasione nella capitale tedesca, e prima di impattare così violentemente su una folla inconsapevole e spensierata di innocenti, chi era e cosa faceva Anis Amri?

Tutti conosciamo l’epilogo, emblematico, della vicenda.

L’identificazione, quasi casuale, da parte delle forze di polizia italiane a Sesto San Giovanni, dove Anis era giunto, quasi indisturbato, dalla stazione di Milano centrale.

Gli spari e poi la fine del terrore.

Una mina vagante che si spegne nella notte al rumore di una scarica di proiettili.

Poi, il silenzio.

Finiscono così gli ultimi giorni di fuga di Anis.

Ma il giovane tunisino, di origini magrebine, è solo l’ultimo dei piccoli criminali, dimenticati dalle carceri europee (e forse anche dal loro Dio) che, dopo essere passati per crimini di minore importanza e aver visto più di una patria galera nostrana, tra celle e amicizie poco raccomandabili, piccolo spaccio, furti e rapine, avrebbero deciso, improvvisamente, di “radicalizzarsi”: di sposare cioè la causa del sedicente Stato Islamico. Quello “Stato” che, mentre loro pregavano nell’androne di un istituto penitenziario del sud Italia o vendevano cocaina in una strada di periferia, collezionava morti e proseliti in Medio Oriente, a centinaia di km di distanza, propagando via internet per tutto il mondo il Verbo della Sharia.

Come è potuto avvenire tutto questo?

E così, se molti sono gli elementi che legano il passato micro-criminale di Anis Amri, un uomo rimasto sempre ai margini della società italiana, persino di quella illegale, a quello di altri terroristi che in Belgio e Francia hanno ugualmente fatto parlare di sé, forse vale la pena sottolineare questi elementi che li accomunano, il fil ruoge che lega le vite di tutti loro, i nemici della generazione Bataclan, gli assassini di Valeria Solesin e Fabrizia Di Lorenzo, tutti di età diversa, di origini diverse, con contatti più o meno diretti alle cellule estremiste che supportano l’esercito di Mosul.

Lo sbarco della disperazione e l’ingresso nel micro-crimine

Sono tutti di età diversa, ma tutti sono sbarcati in Italia all’inizio degli anni 2000.

Condividono la terra che si lasciano alle spalle, carica di conflitti e drammatica povertà: il Nord Africa. Alcuni sono già musulmani, altri lo diverranno dopo, direttamente in Italia.

Dopo la drammatica esperienza del viaggio della speranza, costato in ogni caso moltissimo alle loro famiglie e ancora di più alle loro persone, vivono la difficile esperienza dei centri di accoglienza nel nostro territorio.

Tutti partono da soli e da soli affrontano il nuovo mondo, a partire da Lampedusa.

Tutti vengono fatalmente attratti in pochi mesi dalla micro-criminalità.

Sin da subito si rendono autori di piccoli reati che li garantiscono per breve periodo un facile guadagno, furti, rapine, incendi, ma soprattutto il piccolo spaccio della droga.

Oltre ad Anis Amri, anche Salah Abdesalam, uno degli attentatori degli attacchi terroristici di Parigi, era già noto alle autorità di polizia come grossista della marijuana e dell’hashish a Bruxelles.

Ma Salah vive in Belgio, sfrutta l’integrazione libera che gli permette di coltivare più facilmente i suoi rapporti e, in breve tempo, si dà anche alle armi. I suoi contatti gli permetteranno di integrarsi in un commando armato organizzato che realizzerà gli attacchi terroristici coordinati di Parigi nel Novembre 2015. Siamo ad un livello superiore rispetto ad Amri, ma anche per Salah, come si vede, l’integrazione europea dà in breve tempo i suoi frutti.

Nonostante fossero già noti alle autorità locali, i servizi segreti non sono riusciti a prevedere i loro attentati.

La raccolta di prove a loro carico riguardava in effetti principalmente altri reati, meno gravi di quelli di cui si renderanno autori di lì a poco, e in tutti i casi legati allo spaccio di droghe prima, e alle armi poi.

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Anis Amri e Salah Abdesalam, responsabili rispettivamente degli attentati di Berlino, lo scorso dicembre del 2016, e di Parigi nel novembre 2015.

Radicalizzazione in carcere e proselitismo.

Secondo i familiari di Amri, l’approccio al proselitismo radicale del loro figliolo era intervenuto dopo l’esperienza della detenzione nelle nostre carceri. Lo vedevano cambiato: in alcune conversazioni telefoniche con il nipote parlava di estremismo religioso, lo invitava a convertirsi alla causa dell’ISIS. Un carcere, per Amri, a dir poco “riabilitativo”.

Nel corso della primissima mattinata di ieri le indagini della Polizia Italiana, concentratesi principalmente nell’ambito di alcuni istituti penitenziari del Lazio, hanno condotto la DIGOS ad identificare un altro cittadino, come Amri di origini tunisine, attualmente detenuto nel carcere di Rebibbia, e considerato in effetti nodo centrale di un’ampia rete di proselitismo carcerario.

Saber Hmidi, 34 anni, è infatti accusato di far parte di una cellula estremista, nata nel 2011 in Tunisia e legata ad Al-Qaida e all’ISIS.

Dopo una serie di perquisizioni avvenute in tutto il territorio regionale, tra gli istituti penitenziari di Roma, Viterbo e Civitavecchia, il detenuto tunisino ha ricevuto un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

Gli investigatori sostengono che Saber, in ognuna delle sei carceri italiane che lo hanno visto transitare turbolentemente per i suoi corridoi, istigava alla discriminazione religiosa, organizzava vere e proprie spedizioni punitive a danno di altri detenuti, si dava al proselitismo.

Anche lui, dopo uno sbarco della disperazione agli inizi del 2000, nel corso di un continuo entra – esci – trasferisci nelle sezioni di vari istituti per reati di droga, si è sempre distinto per aver “reclutato adepti” tra le celle della sua nuova casa.

Incendi, ribellioni, risse.

Saber è una testa calda, ma non l’unica, che ha permesso alle nostre carceri di finire sotto i riflettori dell’opinione pubblica come luoghi privilegiati per la “radicalizzazione”.

Questi piccoli criminali che con la religione, almeno da liberi, non hanno poi molto a che vedere, dopo droga, furti e rapine, improvvisamente si “radicalizzano”, e cercano proseliti tra le celle dell’istituto in cui sono detenuti.

In tutti i casi il cambiamento radicale interviene subito dopo il carcere.

Immaginare Saber che si aggira indisturbato per i corridoi di un istituto penitenziario del Lazio “reclutando adepti”, quando fino a qualche mese prima spacciava cocaina, non è poi così lontano dalla realtà.

E che lo facciano per soldi, per gloria, per la promessa di un lavoro fuori, per semplice disperazione, o per drammatica coscienza che ammazzare in nome di Dio, sia comunque più sopportabile di una prigione italiana, in molti lo hanno ascoltato, costando a Saber quel regime di sorveglianza speciale con il quale l’amministrazione penitenziaria di turno ha cercato, più di una volta ma inutilmente, di farlo dimenticare agli altri detenuti.

Ed anche Saber Hmidi, questa inarrestabile spada di Allah del mondo carcerario, incontra l’Islam estremista dopo il carcere.

Saber cioè non nasce musulmano. Non così almeno.

L’Islam, nella sua versione più radicale, è per lui esperienza recente, abbracciata dopo la detenzione nel carcere di Velletri avvenuta nel 2011.

Esattamente come per Amri, è proprio quando Saber esce dal primo carcere che, da uomo libero, comincerà a darsi ad una pratica così ossessiva e rituale dell’Islam nella moschea della cittadina, prendendo contatti con quella cellula terroristica che oggi gli costa una nuova ordinanza di custodia cautelare.

Al suo nuovo ingresso in istituto, dopo un periodo di libertà forse non poi così devoto ai canoni dell’Islam, Saber in questo senso non fa altro che continuare a fare ciò che già, radicalmente sì, aveva iniziato a fare fuori: predicare alla violenza in nome dell’Islam.

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Saber Hmdi è il 34enne tunisino accusato di proselitismo e attività terroristica, attualmente detenuto nel carcere di Rebbibia a Roma.

Non c’è bisogno di scomodare sociologi e comportamentalisti per dedurre che un approccio di questo tipo alla religione, intervenuto improvvisamente, sia per Amri che per Saber, come un fulmine a ciel sereno, dopo un’esperienza carceraria nel nostro Paese, e così impregnato di ossessione, violenza ed odio, rappresenta tutto fuorché una sana conversione di devota spiritualità.

Quel che più preme sottolineare infatti è che l’esperienza di detenzione carceraria in Italia rappresenta di fatto, per gran parte degli attentatori, un bacino fertile per queste conversioni malsane, dove giovanissimi musulmani vanno alla ricerca, radicale e ossessiva, di “reclute”, o aspettano viceversa di farsi reclutare.

In questo panorama, paradossalmente, l’esperienza extra-carceraria, cioè il breve periodo trascorso da questi soggetti al di fuori dell’istituto, diventa sì occasione di incontro con la matrice estremista, ma in sé considerato resta mero accidente di percorso, occasione utile per praticare il rito in moschea, prendere nuovi contatti con le frange radicali all’esterno e, perché no, partire alla volta del fronte siriano.

Sembra appena il caso di ricordare che il trattamento penitenziario italiano ha, almeno sulla carta, una funzione riabilitativa.

Il reinserimento legale nelle maglie del nostro tessuto sociale dovrebbe essere cioè il fine ultimo di queste detenzioni a dir poco “radicali”.

Posto tuttavia che l’approccio al lato radicale dell’Islam avviene spesso per questi soggetti al di fuori degli istituti penitenziari, c’è da chiedersi se il problema, cioè questi focolai d’estremismo pronti ad accogliere a braccia aperte giovani, ex detenuti, immigrati dal mondo arabo, non si stiano piuttosto endemicamente sviluppando proprio al di fuori delle nostre patrie galere dove le “amicizie giuste”, che hanno fuori i contatti giusti, provvedono a fare il resto.

Insomma, un flusso inarrestabile di soggetti che, forti di poter andare incontro a brevi detenzioni, conservano e sviluppano un cordone di alleanze, dentro e fuori dal cercare.

Salvo lasciare che si “radicalizzino” dentro e fuori un carcere, il terrorista che temiamo non accompagna quindi i suoi figli alla scuola del nostro quartiere, né vende la frutta al minimarket sotto casa.

Salvo lasciare agli idealisti le tesi sul successo dell’integrazione degli immigrati arabi nel nostro Paese, il nostro trattamento penitenziario ha, almeno verso di loro, decisamente fallito.

 

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