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“28 caccia oltre ad una certa quantità di droni dell’esercito russo sono arrivati in Siria per offrire sostegno all’esercito di Assad contro i ribelli e i jihadhisti”. Solo qualche giorno fa la CNN comunicava alla popolazione statunitense questa notizia. A diffondere l’annuncio, in realtà, secondo delle indiscrezioni, sarebbero stati due importanti funzionari del governo USA, coperti dall’anonimato.

Secondo delle indagini svolte dal Pentagono,inoltre, l’esercito russo avrebbe inviato anche una dozzina di autobus pieni di soldati e una decina per trasportare in Siria dei tecnici di strategie belliche. Tale notizia ha destato ,ovviamente, una forte preoccupazione alla Casa Bianca, tanto che il segretario di stato USA, John Kerry, ha dapprima  replicato che l’unica soluzione possibile alla guerra civile siriana è da un lato la deposizione di Assad e dall’altro il respingimento delle milizie jadhiste; subito dopo , poi, ha telefonato al suo collega russo, Serghiei Lavrov, per chiedere rassicurazioni in merito alla natura di tale operazione militare e,dunque, al suo fine.

Sembra,quindi, che quest’ultimo abbia addotto come unica motivazione dell’intervento russo a sostegno di Assad la necessità di respingere unitariamente le truppe dell’Isis. Ma questa motivazione non avrà di certo convinto l’amministrazione USA, che intuisce come le reali motivazioni siano ben altre. Peraltro il governo statunitense non è statol’unico al quale la Russia ha dovuto dare delle spiegazioni in merito all’operazione militare a sostegno di Assad: ad essere rimasto molto preoccupato dall’intervento russo,infatti, è stato anche il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.

Quest’ultimo ,appena appresa la notizia, ha richiesto un vertice urgente con il Presidente russo Vladimir Putin, timoroso del fatto che i caccia russi potessero,anche per sbaglio, scontrarsi con quelli israeliani, già attivi al confine con la Siria. Israele ,infatti, da sempre rivale del regime siriano nel controllo del Medioriente, temeva che la sua sicurezza potesse essere messa a repentaglio da un rafforzamento delle truppe siriane, grazie all’intervento russo.

Tuttavia il Presidente russo, pare abbia offerto a Netanyahu non solo ampie rassicurazioni sulla natura strettamente anti-terroristica del suo intervento, ma che abbia anche stabilito con quest’ultimo una sorta di collaborazione militare nella lotta al terrorismo islamico. Putin,infatti, non avrebbe alcun interesse a farsi un nemico militarmente ben equipaggiato come Israele nel Medioriente , perché costituirebbe solo un inutile ostacolo alle sue mire espansionistiche in quella zona. Dietro l’operazione militare russa non c’è solo,infatti, la volontà di fermare l’avanzata dei terroristi in Siria, ma anche quella di evitare che il regime di Assad cada.

La Siria, per l’appunto, costituisce un importantissimo sbocco sul Mediterraneo per la Russia strategicamente utile sia per costruire rotte commerciali nel “Mare Nostrum” , sia un avamposto militarmente importante per una futura estensione della sua influenza in Medioriente. Ora, Putin ,non essendo per il momento capace di costruire un’alternativa ad Assad, considera il regime dittatoriale di quest’ultimo come l’ultimo baluardo contro una definitiva presa di potere da parte dello Stato Islamico nel Paese.

Inoltre mantenere il dittatore al potere garantisce un duplice vantaggio per la Russia. In primo luogo, Assad da anni accetta ben volentieri la protezione di un potente alleato come il Cremlino a livello internazionale, permettendogli in cambio di controllare una buona parte dell’economia del paese. In secondo luogo, ciò garantisce di non lasciare il controllo del paese in mano agli Stati Uniti, che da tempo finanziano gli oppositori del regime sperando che esso cada.

La strategia della Casa Bianca consiste, inoltre, nel cercare di ricostruire la stabilità della Siria affidandone il controllo a una classe dirigente filo-statunitense.Infatti l’unico alleato sicuro sul quale gli USA possono fare affidamento, perchè legati da interessi soprattutto economici , nel medioriente è Israele. La Siria ,dunque, sembra essere al centro delle mire espansionistiche statunitensi per due motivi. In prima analisi, perchè potrebbe divenire un alleato strategicamente importante e un partner economico di grande valore , date le ingenti risorse petrolifere che ne caratterizzano il territorio. Secondariamente poi, perchè il controllo della Siria al momento è nelle mani della Russia, che lo perpetra attraverso Assad.

Un altro potenziale alleato degli USA sarebbe potuto diventare anche perfino l’Iran; ma nonostante l’accordo sul nucleare recentemente sottoscritto, con la Repubblica Islamica, quest’ultima non sembra molto propensa ad intessere rapporti con gli Stati Uniti. Al contrario, dunque, l’Iran , fin dagli anni ’80 alleato della Russia, è stato uno di quei paesi che ha “aperto i propri cieli agli aerei da guerra del Cremlino”: per arrivare in Siria,infatti, i caccia russi dovevano sorvolare per forza altri stati o, o del Medioriente o dei Balcani. Essendosi visto negato il permesso di sorvolare sia la Grecia che la Bulgaria, la Russia ha optato per la prima opzione: così, dopo aver attraversato in volo la Cina, l’Iran e l’Iraq, i ventotto caccia russi sono arrivati nella parte della Siria ancora controllata da Assad.

Dunque gli Stati Uniti non si faranno di certo sfuggire così facilmente la possibilità di sottrarre uno stato satellite in Medioriente alla Russia e , al tempo stesso di crearsi un avamposto strategico nella zona. Insomma, “Questa è un’escalation del ruolo della Russia in Siria. La speranza è che tanto Mosca, quanto Washington, siano abbastanza prudenti nelle loro mosse per evitare scontri, perché l’unica soluzione a questa crisi resta politica e diplomatica” ha affermato in un’intervista del 10 settembre alla Stampa Jack Devine, grande esperto della Guerra Fredda, inviato speciale della CIA prima in Italia, poi anche in Cile e, Colombia, il quale sostiene che lo scenario che si sta ripresentando in Siria è quello tipico da Guerra Fredda, in cui cioè i due giganti non arrivano allo scontro diretto , ma si fronteggiano utilizzando gli alleati che hanno sul luogo.

Ma , dunque, o che si parli di Ucraina o di Siria (perchè lo scenario si ripete) ,  finché guerre civili che mietono decine di migliaia di vittime e che costringono alla fuga altrettante migliaia di persone, saranno gestite secondo logiche coloniali ,sarà mai possibile arrivare ad una loro risoluzione e magari evitare che ne scoppino di nuove?

 

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editor

Caporedattore Cosmoluiss per l'A.A. 2017/2018