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Il 13 novembre scorso è uscito l’undicesimo album in studio degli Zen Circus “L’ultima casa accogliente”. Il titolo oltre a suscitare in me immediata curiosità mi fece anche parecchio sorridere, in quanto proprio in quei giorni ero stato sfrattato di casa dal covid, che aveva colpito un mio coinquilino, e avevo trovato ospitalità a casa di un mio compagno di corso; di “case accoglienti”, quindi, ne sapevo già qualcosa.

Il titolo, però, non allude semplicemente ad un luogo dove ci sentiamo a nostro agio: come siamo stati ormai felicemente abituati, quello che propongono gli Zen è un’accurata riflessione sugli strati più sottili e sommersi della nostra coscienza, la quale sul tavolo operatorio imbastito dalla band viene messa a nudo e vivisezionata; il referto dell’operazione? La condizione dell’uomo di fronte alla vita e il senso che questa può assumere. Ma facciamo un passo alla volta.

La sensazione di cui si viene pervasi durante l’ascolto non è certo semplice da spiegare, è un potente mix di malinconia e angoscia ma anche, in ultima istanza, speranza. Certamente la visione che gli Zen hanno sulla vita in sé è tutto tranne che positiva: “siamo accendini senza sigarette”“guarda quanta gente, perché mai dovresti essere tu importante”e poi ancora “una storia che vivi, e poi racconti ma non puoi cambiare, neanche interpretare, solo accettare”. L’uomo è ingabbiato, è schiacciato da un lato da un mondo a lui ostile, incomprensibile, e dall’altro dall’ombra della morte e si ritrova quindi in una condizione soffocante in cui non può che compiere errori, sulle scelte lavorative, con le amicizie, con i genitori e ovviamente anche in amore: “guardo la mia vita come al cinema, il protagonista di certo è Dio, così il cattivo oggi sono io”. Forse allora bisognerebbe rifugiarsi nel ricordo del passato, l’adolescenza con la sua dolce ingenuità, “quando amavi tutti contro la loro volontà” e soprattutto quando ancora era possibile fuggire da quella gabbia: “ricordo il mio futuro, tutte le notti sotto le coperte chiudevo gli occhi e me lo immaginavo, mentre il presente cola fra le dita, ma tanto ormai è passato”. Ma una volta cresciuti anche ricordare quel momento fa male, “mi guardo dentro non mi riconosco e quando volo ogni volta casco”, ma ciò non significa che non si possa recuperare quello spirito, quella voglia di andare avanti nonostante tutto.
<Vivi!> sembra dirci la band, vivi la vita come fosse un fiume: noi non possiamo decidere il letto sul quale scorre, la direzione che esso prende, né ci è dato sapere se finirà in un lago, un oceano oppure in uno strapiombo, ma possiamo incidere sul suo corso, rimuoverne gli ostacoli, i detriti che lo bloccano e lasciarlo scorrere e poco importa se “l’acqua corrente non vede le stelle”, la speranza è che incontri qualcun altro, qualcuno da amare. I due corsi si scontreranno, con i demoni che ognuno si porta dentro, si faranno più forti e troveranno nuova pace, insieme: “sei una ferita aperta dentro cui viaggiare, tu non mi abbandonare”, “sei il mio torrente, l’ultima casa accogliente”.

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