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Domenica 26 gennaio. Si arrampica in cielo, Lebron James. Per poi scendere e schiacciare a canestro. Come al solito. È una giornata particolare, perché con i suoi canestri, il mastodontico cestista statunitense diventa il terzo miglior marcatore di sempre dell’Nba. Superando proprio lui, il suo grande idolo, il suo punto di riferimento. Il “Mamba”. Kobe Bryant.

Spiccava il volo, alcune ore più tardi, l’elicottero di Kobe. Poco dopo aver pubblicato una foto su Instagram, proprio con Lebron, per congratularsi del risultato conseguito. Un passaggio del testimone, praticamente. Poi la tragica discesa. Ma non per schiacciare a canestro. Non questa volta.

Volava via, Kobe, con il suo angelo, Gianna. Sua figlia. Gianna che, a differenza della famosa canzone, non sosteneva tesi e illusioni. Bensì coltivava sogni e speranze. Di volare anche lei, un giorno, per mettere la palla a canestro. Come lui, come loro. Lo diceva il suo sguardo – quello di suo padre – mentre si mordicchiava la maglietta, nello stesso modo del suo leggendario genitore. Colui che per Federico Buffa rappresenta una delle gioie della vita: “Michelle Pfeiffer, il cioccolato… e Kobe Bryant in campo aperto”. Uno che ha amato il “suo” sport in maniera quasi ossessiva. Una passione rara da trovare, quella che aveva per il basket. Per il quale ha dato tutto, “perché è questo che fai quando qualcuno ti fa sentire vivo”.

Ed allora volavano via quei sogni e quelle speranze, destinate a rimanere per sempre tali. Sepolti in uno sguardo, riassunti perfettamente in quel ghigno. Il loro. Loro che adesso sì, sono volati via per sempre. Ma noi non smetteremo di immaginarceli così. In volo. Con la palla da basket in mano. Diretti verso il canestro.

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