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Molti mi avevano parlato di Bruxelles come di una città mediocre, carina ma non paragonabile ad altre capitali.
E forse in parte è vero perché Bruxelles non ha i colori di Barcellona, o la magia di Parigi, o la storia di Roma; Bruxelles si trova in quel limbo creato per le città belle, ma non troppo.
Eppure mi piace, mi piace da morire. Sono immersa in un mondo fatato, in uno stile artistico (scusate, non m’intendo di arte) che la fa sembrare una città di marzapane.
Sicuramente gran parte dell’atmosfera la creano i miriadi di chioschetti che vendono gauffres (waffle) calde con panna, nutella, speculosa (una nuova droga, a breve diventerà illegale per la quantità di calorie che contiene per centimetro cubo), le cioccolaterie dorate per il centro, le dimensioni delle cose e degli edifici tipici delle piccole città, che di certo non ci si aspetta di trovare in una capitale.
Passeggiando per le strade del centro si incontra, spesso per sbaglio, il simbolo della città, il “Manneken pis”: un statua alta pochi centimetri, raffigurante un bambino intento a fare la pipì dentro una fontana, spesso abbigliata dai bruxellesi a seconda dell’occasione. La statua vuole significare l’indipendenza di spirito dei cittadini, anche se le storie narrate sul personaggio non sono accertate.
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Non posso non ricordare di fare un salto alla Grande Place, la migliore delle attrazioni. I belgi riescono a sfruttare bene la magia di questo luogo, organizzando concerti o manifestazioni floreali (le nostre infiorate) che tolgono il fiato. Imperdibili infine i mercati della domenica che invadono la città: spacci di biciclette, cianfrusaglie, frutta, verdura, elettrodomestici che dipingono la capitale europea di una sfumatura gioiosa.

Bruxelles è però anche una città un po’ speciale perché ospita due grandi comunità che si scrutano da secoli, che non condividono tradizioni né lingua e che perciò faticano a dialogare. E’ stato buffo scoprire di parlare un francese più fluente della popolazione belga di origine fiamminga. Tuttavia entrambe le comunità hanno deluso (in senso positivo) la mia aspettativa di incontrare un popolo freddo e scontroso. Al contrario ho conosciuto tante persone disposte ad aiutarmi, contenti di ospitare turisti o studenti. Inoltre succedono delle cose fantasmagoriche, inimmaginabili nella nostra amata Roma: i mezzi pubblici sono tanti e efficienti al modico prezzo di cinquanta euro.

Tuttavia, se è vero che sul piano turistico non ho incontrato ostacoli, sul piano universitario i problemi non si sono fatti attendere. L’università che mi ospita (Université libre de Bruxelles) non si è dimostrata sufficientemente organizzata e informata riguardo al destino degli studenti, che si ritrovano catapultati in un mondo di burocrazia, scartoffie, papers e learning agreement vari a cui forse non sono abituati.

Credo che ora sia arrivato il momento di entrare nel vivo della discussione e di rispondere alla fantomatica domanda: Lo consiglieresti?
Risponderò con le stesse parole che decine di ragazzi hanno usato per convincermi a partire: sarà il momento più bello della vostra vita. Qui ho incontrato studenti e amici di altri paesi, per la prima volta mi sono sentita non solo italiana, ma anche cittadina del mondo.  
Per la prima volta mi sono sentita viva e completa, responsabile delle mie scelte e consapevole dei passi che mi condurranno alla mia vita futura.
E, per l’ennesima volta, sono terribilmente felice.

di Greta Bertolucci

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