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Non c’è una precisa definizione di che cosa si effettivamente lo sport. Per molti è inseguire un pallone, di qualunque forma esso sia. Per altri, invece, è usare il proprio fisico per superare l’avversario. Per altri ancora, è lotta contro il tempo, oppure realizzare un punteggio. Ciò che accomuna tutto ciò è la competizione. Nel mondo della Formula 1 non c’è un pallone e non ci si avvale di muscoli. Ma si usa la testa e le mani: è pura competizione.

“Correre, competere, è nel mio sangue. Fa parte di me, fa parte della mia vita. Viene prima di ogni altra cosa”.

Ayrton Senna

Ayrton Senna ne aveva fatto una questione di vita, di mentalità. Doveva essere a tutti i costi il più veloce e la sconfitta non era contemplata. Nessuno come lui si era spinto così tanto oltre il limite. Sulla pioggia era il migliore, non aveva paura di sorpassare quando il rischio aumentava.

Quando per la prima volta davanti al compagno di squadra Prost, al termine del Gran premio del Canada (1988), fu chiaro a tutti che era nata una delle più belle rivalità della storia dei motori. Nello sport ce ne sono sempre state: Pelè-Maradona e Messi-Cristiano Ronaldo nel calcio; Agassi-Sampras e Federer-Nadal nel tennis. Tutte hanno sempre avuto un comune denominatore: migliorare attraverso il confronto con il diretto rivale.

La rivalità in pista tra il brasiliano e il francese era caratterizzata da competizione reciproca e costruttiva: avevano bisogno l’uno dell’altro per aumentare il loro potenziale. Entrambi dichiareranno che senza l’altro non sarebbero stati così performanti e veloci durante la loro carriera. La vita è troppo corta per avere nemici” diceva Senna, parole malinconiche, quasi ineluttabili.

Quella mattina del primo maggio, a Imola, Ayrton sentiva che c’era qualcosa di diverso nell’aria. Qualcosa sembrava presagire nella sua testa, che non sarebbe stata una bella giornata. Senna era sempre stato cosciente del rischio per i piloti, durante le corse, ma nonostante ciò ha sempre affrontato questo rischio con professionalità: è pur sempre il suo lavoro.

E’ un anno in cui si parla di rischi calcolabili e non. In cui gli eventi più recenti degli ultimi anni (primo fra tutti l’incidente di Gilles Villeneuve), hanno iniziato a preoccupare i piloti e non solo. Siamo in un periodo storico dove si parla di sicurezza, di pericolosità delle piste, di dover intervenire per colmare quel gap che si è creato fra le nuove vetture e i circuiti desueti.

Purtroppo, come spesso accade, c’è bisogno di un evento fatale per far si che un cambiamento effettivo avvenga. L’incidente di Roland Ratzenberger, durante le qualifiche del Gran Premio di Imola del 1994, non è altro che il primo campanello d’allarme. Il 30 aprile 1994, mentre percorreva un giro di prova, lanciato sul rettilineo tra la curva del Tamburello e la curva Villeneuve (curve che solitamente vengono percorse a 300 km/h), l’alettone anteriore della sua vettura si staccò, facendogli perdere aderenza, poco prima dell’ingresso – fatalità – della curva intitolata all’eroe di Maranello. Il pilota morì sul colpo.

Il giorno dopo, nonostante tutto, si gareggiò. Alle 14, Senna decide di portare nell’abitacolo una bandiera austriaca, per ricordare Ratzenberger. Aveva l’abitudine di aspettare l’inizio della gara in macchina: Era come se fosse un rituale. Questa volta, però, lo fece senza il casco. Il suo viso era serio e preoccupato. Era come se avesse avuto un presagio. La gara, viene interrotta per un’incidente, ma dopo un giro di safety-car, si può riprendere: Ayrton è in testa. Percorrendo a tutta velocità la curva del Tamburello, proprio dove era avvenuto l’incidente il giorno prima, Senna si schianta. Non riuscì ad uscire dalla vettura, mosse il capo per un secondo, ma non c’era nulla da fare: il campione Brasiliano era morto.

Dopo l’incidente mortale di Ayrton Senna, la prospettiva della Formula 1 sulla sicurezza dei piloti cambierà per sempre. Da questo momento in poi le piste cambieranno e si doteranno di maggiori protezioni. Le scuderie modificheranno strutturalmente le loro monoposto, nella prospettiva che eventi del genere, non si verifichino mai più.

Nel 1994 Senna e la nazionale brasiliana di calcio inseguivano con ossessione la vittoria del tetra (il quarto mondiale). Il pilota di San Paolo abbandonerà le sue speranze alla curva del tamburello di Imola, il primo maggio. Ma circa due mesi dopo, la nazionale di Romario e Dunga, coronerà il sogno, per tutta la nazione verde oro: vinsero il quarto mondiale, proprio contro la nostra nazionale, dedicandolo ad Ayrton con uno striscione con su scritto «Senna… aceleramos juntos, o tetra é nosso» (Senna acceleriamo insieme: il tetra è nostro).

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Caporedattore Sport AA 18/19 e 19/20 Caporedattore L'inchiesta 21/22 Responsabile editoriale AA 20/21 Direttore 21/22