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La prima ed ultima volta che ho seguito un talent show correva l’anno 2009, non avevo ancora la licenza media e Michael Jackson era vivo e vegeto. Mai mi sarei immaginata che, sei anni dopo, mi sarei ritrovata faccia a faccia con tre di tutti quei ragazzi che vedevo il lunedì sera in tv.

19689255062_1bfa7b9bb3_mA Roma il caldo regna ormai sovrano da giorni ed io boccheggio nella mia t-shirt dei Ramones mentre, percorrendo il lungotevere, tento di raggiungere l’Eutropia Festival. Là mi accoglie Jacopo Broseghini, bassista, che subito mi presenta a Michele Vicentini e Federico Sassudelli, rispettivamente chitarrista e batterista. “Loro non sanno che sei qui, è una sorpresa” aggiunge poco prima di farmi entrare nel backstage.

Loro sono i The Bastard Sons of Dioniso, gruppo trentino formatosi nel 2003 e classificatosi secondo nella seconda edizione di XFactor. Soltanto adesso che li ho davanti mi rendo conto di quanto siano cresciuti da allora, non solo musicalmente: ben sei album in studio, centinaia e centinaia di concerti ed altrettanti chilometri percorsi in su e in giù per l’Italia, meno capelli davanti agli occhi e…fermi tutti, quella barba da dove è saltata fuori?!

I ragazzi si dimostrano fin da subito alla mano e disponibili, rompiamo il ghiaccio chiacchierando del più e del meno. Con noi c’è anche Ale, il loro fonico di fiducia, che li accompagna sempre in tour.
L’atmosfera è rilassata e la musica, quasi arabeggiante, che risuona nel cortiletto dove ci troviamo si sposa perfettamente con l’afa infernale che perdura pure alle 9 di sera. Per un attimo ci sentiamo come nel bel mezzo di Marrakech…poi niente, ci ricordiamo di essere solo a Testaccio e torniamo a parlare, fra una sigaretta ed un sorso di birra.

Come avete passato quest’ultimo anno, dall’uscita dell’album (2014) fino ad oggi?19700867861_040131be2a_m

Di anno in anno, andando in giro a suonare e vedendo come reagivano le persone ai pezzi di album precedenti, abbiamo cercato di arrivare a un punto in cui l’espressione del live fosse come quella che sentivamo in studio, quindi mano a mano è cambiato un po’ lo stile e l’approccio nei confronti della registrazione, per renderlo anche più vicino possibile a quello che possiamo portare nel live. Nell’ultimo anno tutto questo si è visto ai concerti ed è andato bene perché ci siamo resi conto che i pezzi nuovi ce li chiedono, la gente sa i testi, se li sono ascoltati. La nostra musica ha preso la sua strada ed ha raggiunto delle persone che neanche ci immaginavamo.

Perché la scelta di intitolare il sesto album proprio col vostro nome? Mi spiegate la storia del rebus che c’è dentro?

Si tratta semplicemente di una questione tecnica, se ne ha bisogno per affrontare tutte le cose burocratiche e le carte. Il titolo vero è un rebus ma non puoi provare a risolverlo se non hai il disco, lo trovi solo all’interno, fra le pagine del libretto. Sarebbe stato troppo sminuente dargli un nome così al volo, perché le persone dovevano metterci almeno un po’ di impegno, non solo nell’ascolto, mettendo semplicemente play, ma metabolizzando il tutto. Pensa che solo una persona ce l’ha fatta a risolvere il gioco, ci ha messo qualcosa come 4 mesi. 

Provo a dare un’occhiata al rebus. Sembra una frase lunghissima e l’unica cosa che riesco a capire è che “opporsi” è la prima parola. Non mi sforzo nemmeno a spingermi oltre, ché tanto in queste cose sono stata sempre negata: chiedetelo a mia nonna e alle tremila pagina de La settimana enigmistica lasciate bianche sotto l’ombrellone di Viareggio.

Ci sono dei brani a cui siete più legati? Quanto avete lavorato per questa vostra ultima “fatica”?

Tutte le canzoni hanno una storia diversa e siamo legati ad ognuna di loro, in un modo o nell’altro. La maggior parte dei pezzi che sono qua sono idee di Michele, poi per esempio c’è anche un pezzo mio (è Jacopo a parlare, ndr) e ci ho messo ben 3 anni per svilupparlo, fino a metterlo su disco completo . Gli abbiamo dedicato parecchio tempo insomma, ma nel frattempo abbiamo fatto tante altre cose.

Tornando invece al passato, in pratica la vostra band è nata che eravate ragazzini.

19689001392_dc4618cfec_mSì, ci siamo conosciuti alle superiori. Abitavamo tutti in paesini diversi, anche piuttosto distanti, quindi non ci saremmo mai conosciuti se non avessimo avuto la fortuna di condividere l’esperienza scolastica. E’ pazzesco perché avremmo potuto tutti fare qualcos’altro, non solo a livello scolastico, invece quella è stata la strada che ci ha unito e ci ha aperto tante altre vie.

 

E passare dal suonare dai locali di provincia al catapultarvi su XFactor è stata dura? Avete sentito il cambiamento?

Noi suonavamo già tanto anche prima ed ai concerti abbiamo sempre dato il massimo. Cerchiamo di divertirci, far le cose per bene dal punto di vista musicale ed essere persone alla mano, ci piace conoscere la gente ed i posti. Alla fine ci è venuto quasi naturale continuare a comportarci così, sia su palchi enormi o in un minuscolo spazio in un pub, non cambia molto. Naturalmente hai un altro tipo di responsabilità e ti senti in dovere di non essere una merda, cerchi di fare più attenzione ai dettagli, ma sono tutte cose che col tempo si imparano.

So che avete aperto alcuni concerti dei Green Day e Robert Plant, come è stato?

La prima volta eravamo all’Heineken Jammin Festival, ci siamo esibiti prima dei Thirty Seconds to Mars ma dopo ha cominciato a piovere e i Green Day non hanno potuto suonare, però nel 2012 abbiamo aperto un altro loro concerto a Rho. La data di Robert Plant è stata una figata, anche se il nostro unico approccio con lui è stato quando ci siamo scontrati sul palco mentre stavamo uscendo. L’abbiamo semplicemente salutato con un cenno della testa, come faresti con un tuo compaesano che incontri in macchina…e lui ha risposto! Una serata particolare, dopo avrebbe suonato anche Ben Harper ed è stata la prima volta in cui eravamo noi la band d’apertura. Eravamo a Roma e prima di salire sul palco pensavamo “chissà che ne sarà di noi”. Alla prima canzone, appena ci siamo presentati, qualcuno ci ha un po’ fischiato, ma dalla seconda in poi è andato tutto liscio. Invece a Milano siamo partiti meglio perché l’agitazione si era fatta sentir meno.

Inizio a scherzare un po’ con Federico ed il suo folle amore per il calcio, tanto da passare da ipotetici modi rivoluzionari su come insegnare a suonare la batteria utilizzando come tempi i nomi dei calciatori, fino a racconti di mille aneddoti sull’accoppiata bastard-calcio:

19507704790_6879dced32_mNel 2012, durante la semifinale con la Germania, stavamo suonando, avevo Sky Go nascosto sotto la batteria. La cosa che odio più al mondo sono i concerti organizzati durante le partite dell’Italia, non solo perché non posso seguirle, ma soprattutto perché  poi la gente non viene a sentirci. Anche durante i mondiali 2006 ci successe la stessa cosa: avevamo due date la stessa sera dei quarti di finale, è andata a finire che eravamo noi tre, il fonico e l’organizzatore, in più ho sofferto perché allora mica avevo Sky Go, ho seguito tutto con la radiolina e le cuffie. Nel 2002 addirittura ci siamo impegnati tantissimo a marinare le prime ore di lezione a scuola per seguire i campionati di calcio in corea perché alle 8 di mattina c’erano i secondi tempi.

Insomma, recidivi questi ragazzi. La conclusione è che Federico probabilmente perderebbe il senso del tempo, se mai un giorno decidessero di annullare i mondiali o qualsivoglia evento calcistico.

Tornando seri, da quant’è che avete uno studio di registrazione vostro?

Dal 2010/2011, ma già prima avevamo una scheda audio, un iMac -che ci ha salvato il culo durante XFactor- e altre attrezzature. Ci siamo costruiti su tutto piano piano, i soldi che tiravamo su dai concerti non ce li siamo mai divisi tra di noi, li abbiamo sempre messi da parte per poi investirli in queste cose.

E l’idea di XFactor è venuta in mente a voi o vi ci ha spinto qualcuno?

Ci hanno chiesto se volevamo fare i provini. Nessuno di noi aveva visto la prima edizione ed all’inizio eravamo un 19668286376_923a24fe25_mpo’ titubanti sul da farsi. Alla fine ci siamo confrontati con chi conoscevamo e anche parlando coi nostri genitori abbiamo deciso di cogliere l’occasione, giusto per vedere come poteva andare: sapevamo che comunque avremmo imparato qualcosa. E infatti è stata una bella esperienza, probabilmente se non l’avessimo fatta ce ne saremmo pentiti. Il cambio esagerato è stato che prima suonavamo tantissimo, ma solo nella nostra provincia, e non avevamo mai dato praticamente il disco a qualcuno per farci conoscere o sponsorizzare: ci limitavamo a stampare mille copie e a venderle facendo 80 date all’anno, ma a noi andava bene così, eravamo felici. Non c’era un vero e proprio giro di gente che ci seguiva perché spesso in Trentino alcune località sono difficili da raggiungere in breve tempo, però avevamo lo stesso un buon seguito e la gente tornava volentieri a sentirci.

E con i fan come è cresciuta poi la cosa?

Alla grande, c’è sempre qualcuno che vuole venire a salutarci e a stringerci la mano, ma c’è anche chi resta nell’ombra e poi se ne va, ma comunque è venuto ad ascoltarti, anche se magari non lo saprai mai . Alla fine è bello vedere che la tua  musica viaggia: tu l’hai fatta, l’hai registrata ma non sai mai a chi potrà arrivare. Noi ci poniamo gentilmente con tutte le persone che incontriamo, se poi a loro piace quello che facciamo, beh, siamo ancora più gentili!

Cosa mi dite del disco a cui state lavorando adesso?

Si tratta di un disco in acustico, è nato come idea di transizione per riprendere un po’ fiato da quello che è stato il nostro ultimo album. Volevamo registrare una versione acustica di alcuni nostri vecchi pezzi, quindi un qualcosa che in realtà avevamo già fatto ma che mai avevamo inciso, dopo però abbiamo deciso di approcciarci in una maniera completamente diversa a quello che è il nostro modo di fare rock’n’roll. Siamo partiti da un nuovo concetto di melodia, quasi scarnificata, per poi ricostruirci sopra la musica vera e propria. Volevamo uscire ad ottobre dell’anno scorso ma siamo ancora in fase di definizione, abbiamo quasi finito di registrare gli ultimi arrangiamenti, però tutto questo tempo che è passato non è andato perso: è stato come imparare un nuovo modo di fare musica e quindi fare un altro disco elettrico, dopo questo, sarà ancora più divertente perché lo vedremo come una riconversione.

Si avvicina il momento di salire sul palco ed i ragazzi si affrettano a scrivere la scaletta, chi su normalissimi fogli A4, chi sui piatti di carta, e a me viene spontaneo chiedere

19508250569_6f732fb69f_mDi solito come scegliete i brani da suonare?

C’è tutta una preparazione dietro alla questione del live, l’esperienza di tanti concerti ti insegna come organizzarti, capisci che dopo un tot di canzoni l’attenzione cala un po’, e allora provi continuamente a spostare i pezzi fino a quando sei quasi convinto che quello sia il modo migliore per intrattenere le persone per un’ora senza che si stufino o si stanchino.

Faccio loro qualche foto sul suggestivo murales di Sabrina H. Dan che decora tutto il cortiletto e prima di lasciarmi andare nel pit, per continuare a scattare pure durante il live, mi avvertono

Noi non apriamo gli occhi mentre suoniamo, siamo come in un trance estatico…e niente, magari stiamo sognando di essere davanti ad un miliardo di persone, che ne sai?

Le persone non mancano, ma la zona del festival è enorme e dispersiva, inoltre i tavoli proprio davanti al palco invitano i più pigri a starsene seduti; nonostante questo un buon numero di gente è alle transenne pronta a cantare.
La band attacca con Ti sei fatto un’idea di me, canzone fatta in collaborazione con Bugo, e fin da subito l’atmosfera si elettrizza. Occhi chiusi a parte, il concerto scorre tranquillo ed anche Michele, che fino ad allora se ne era stato bello tranquillo, imbraccia la chitarra e sfodera la grinta che caratterizza tutto il trio.
19507014170_028802d2d1_mJacopo parla con il pubblico, Federico perde due o tre volte una bacchetta ma non si scompone per un minuto. Si destreggiano alla grande fra un pezzo e l’altro, mi sorprendono con una cover di Stuck in the middle with you, per un attimo mi fanno tornare tredicenne con L’amor carnale, il singolo uscito nel 2009, e ad ogni brano la gente alle mie spalle canta fino a Ease my pain e Io non compro più speranza, ultime in scaletta. Ma non finisce qui, perché ci tengono a salutare tutti con un grandioso tributo agli Ac/Dc con Thunderstruck, che vede Michele e Federico scambiarsi di strumentazione.

Subito dopo, gli spazi dell’Eutropia Festival iniziano a svuotarsi e così il palco. Io rimango a bazzicare lì intorno finché il furgone non è nuovamente pieno di tutte le loro cose, ci scattiamo una foto insieme dove le nostre facce sembrano urlare all’unisono “siamo stanchi, fa un caldo della Madonna, ma chi se ne frega” e ci salutiamo.
Che poi la loro serata si sia conclusa riprendendo subito la via di casa, dal kebabbaro vicino Piazza Orazio Giustiniani o nella loro birreria preferita di Trastevere non ci è dato saperlo; io faccio il mio solito viaggio della speranza coi meravigliosi notturni targati Atac. Sono le due di notte, le cicale ancora cantano e Roma mi ha regalato l’ennesima meravigliosa esperienza.

photo credits: Beatrice Mannelli  (per vedere l’intera gallery della serata, cliccare qui)

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Beatrice,20 anni. Scrivo quando mi va, faccio foto a tempo perso, vado ai concerti per sentirmi viva, viaggio se possibile. Un ansiolitico ogni tanto non mi farebbe male.