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Il 7 novembre 2020, New York City si sveglia a suon di campanelle tintinnanti dai balconi, agitate da cittadini che riempiono l’aria con grida di gioia, applaudono le mani e fanno festa, per poi spostarsi nelle piazze gridando “Biden Harris!”. Il cielo è limpido, è una giornata calda, i taxi suonano ininterrottamente, anch’esso un canto felice per la nuova era che verrà. Sembrano tutti sollevati, volti illuminati da una luce nuova, sembra davvero sia appena finita una guerra.

Joe Biden è stato eletto alla carica di 46esimo Presidente degli Stati Uniti, sconfiggendo il presidente uscente Donald Trump con 290 voti elettorali contro 214. 78enne tra qualche giorno, vicepresidente ai tempi di Obama, Joe è un membro del Partito Democratico dagli anni 60.

È stata una lotta estenuante sia per i candidati che per il popolo americano e per moltissimi ascoltatori in tutto il mondo, perché davvero questa presidenza potrebbe cambiare le cose, e non solo per l’America. Il presidente comincerà il suo mandato il 20 gennaio 2021, ed io, come molti altri, mi auspico che uno dei suoi primi atti presidenziali sia un ritorno all’Accordo Climatico di Parigi, firmato nel 2016 e da cui Trump ha deciso di retrocedere.

Biden verrà affiancato dalla vicepresidentessa Kamala Harris, cittadina americana figlia di genitori originari della Jamaica e dell’India. Nel 1964, quando Harris veniva alla luce, il diritto di voto alle donne di colore era ancora negato. Kamala Harris sarà la prima donna e la prima donna di colore a ricoprire la carica di vicepresidente negli Stati Uniti. Joe Biden è nato a Scranton, Pennsylvania ed è proprio lo stato che gli ha dato i natali ad averci tenuti più sulle spine negli ultimi giorni.

Per chi non avesse seguito le elezioni quest’anno, dal 3 novembre (Election Day e data di chiusura dei seggi) al 7 si è proceduto allo spoglio dei voti, che sono stati espressi sia di persona (early voting) che per via postale (absentee voting), una modalità anomala decisa per via dell’emergenza sanitaria che gli Stati Uniti si trovano ad affrontare.

In Pennsylvania inizialmente sembrava essere in vantaggio Trump, fin quando è iniziato lo spoglio dei voti postali. Fin da subito c’è stato un “blue shift”. Il nome è dato dai colori delle fazioni, blu per i democratici e rosso per i repubblicani, e sta a significare che Biden è passato in vantaggio su Trump nello stato in questione. Questo fenomeno non ha riguardato solo la Pennsylvania, ma molti altri stati tra cui la Georgia, l’Arizona e il Michigan, che si sono visti partecipi del “blue shift” che ha portato Biden alla vittoria.

Washington, U.S., November 7, 2020. REUTERS/Michael A. McCoy

Ma come mai questi voti democratici sono arrivati tutti dopo? Semplicemente perché per ogni repubblicano ci sono due democratici che hanno votato per via postale, e questi voti hanno richiesto più tempo per essere scrutinati. Come c’era da aspettarsi, Trump ha subito messo in moto i suoi legali, che fanno capo a Rudy Giuliani, per denunciare lo stato della Pennsylvania, attribuendo alla “Philadelphia voting machine” una presunta irregolarità nel conteggio dei voti. Ovviamente l’accusa è completamente infondata. Trump inoltre ha detto di “smettere di contare i voti”, allacciandosi anche al fatto che secondo lui i voti postali arrivati dopo il 3 novembre (ma comunque spediti prima) non dovessero essere contati.

Da entrambe le fazioni sono scoppiate forti proteste. I sostenitori di Biden si sono radunati fuori dal Center City di Philadelphia, dove in quel momento venivano contati i voti postali dei cittadini della città, stringendo i pugni e urlando in coro frasi come “Every vote counts”. Allo stesso modo i sostenitori di Trump difendevano il loro presidente con frasi di protesta come “Stop the steal”. Trump già da molto tempo instillava nei suoi seguaci dubbi riguardanti i risultati delle elezioni, dicendo che i voti postali sarebbero stati fraudolenti. Di conseguenza i protestanti contestavano questi voti definendoli illegali, non capacitandosi del fatto che Biden potesse vincere nel loro stato.

Di sicuro questo è il momento perfetto per cominciare una nuova era. Siamo agli sgoccioli di un anno che ha scoperto e portato a galla una rete fittissima di problemi, tra cui in primis la crisi sanitaria che ha messo in ginocchio quasi tutto il mondo, e, per quanto riguarda gli Stati Uniti, la lotta per mettere fine alla brutalità della polizia contro le persone di colore. Come ha detto il New Yorker:

American democracy was on the ballot on Election Day and although American democracy won, an occasion of immense relief, the margin of victory should not be exaggerated.

Il New Yorker si riferisce al fatto che, nonostante Biden abbia vinto per più di 4 milioni di voti su Trump e porta con sé una grande vicepresidentessa che indubbiamente sta già facendo la storia, l’ex presidente farà di tutto per creare enormi squilibri tra la fazione democratica e quella repubblicana, sia in Congresso che sulle strade.

Prima che i voti venissero contati, Trump già si scagliava contro degli individui senza nome (ripetutamente appellati con “they”, ma mai denunciati) che secondo lui stavano facendo di tutto per rubargli l’elezione. Continuerà a lottare per vie legali, come continueranno le proteste dei suoi sostenitori che sicuramente saranno fonte di molto stress per l’appena nata presidenza. Se c’è qualcosa che questi quattro lunghissimi anni ci hanno insegnato è che Trump non si fermerà davanti a nulla.

Ma cosa ne rimane di lui? Un uomo dispotico, mentalmente instabile e che ha perso credibilità anche tra alcuni dei suoi più stretti collaboratori. Un uomo che tenta in tutti i modi di sminuire un sistema democratico che non gli fa più comodo. Un presidente che si è definito “tradito da un sistema corrotto”, dando vita ad un’assurda teoria di cospirazione per cui gli addetti allo spoglio dei voti fossero tutti contro di lui e deliberatamente cancellassero le preferenze a suo favore.

Non serve dire quanto un discorso di questo genere sia pericoloso per la democrazia, soprattutto considerando l’elettorato di Trump, già avvezzo a teorie di cospirazione come QAnon. Della setta di Q fa parte anche Marjorie Taylor Greene, candidata per i repubblicani in Georgia, che ha appena vinto un seggio alla Camera dei Rappresentanti.

Biden comincia il suo mandato presidenziale in un paese estremamente polarizzato, molto di più di quanto ci facciano credere i poll elettorali. Una nazione in cui le due fazioni non riescono a comunicare, a comprendersi, a scendere a compromessi o a fare un passo indietro. Ma, forse, se vivessi ancora lì, neanche io ci riuscirei. Non riuscirei a scendere a compromessi con razzisti, misogini, omofobi, suprematisti bianchi, negazionisti del Covid. Questi sono tutti aggettivi che accomunano per la gran parte l’intero partito repubblicano; partito ispirato da un presidente e leader che, anch’egli, sposa tutti questi aggettivi.

Un presidente che durante il suo mandato ha apertamente dichiarato guerra alle istituzioni democratiche, applicando una politica di crudeltà, bigotteria e forte divisione, trasformando la presidenza in un reality show privo di contenuti dove chi urla più forte ha la meglio (come infatti si è visto nei suoi comizi elettorali con Biden). L’errore più grande compiuto e che l’ha portato alla rovina è indubbiamente la gestione della pandemia da coronavirus, che ha ucciso quasi un quarto di milione di Americani.

Il suo disdegno per la scienza e il suo rifiuto di collaborare in qualsiasi modo al miglioramento della curva epidemiologica, anche semplicemente indossando la mascherina o comunque schierandosi a favore, lo rendono responsabile di decine di migliaia di morti che, con una presidenza diversa, magari sarebbero state risparmiate. Senza contare la cerimonia al Rose Garden per la nomina di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema (tramutando la corte in fortemente repubblicana con un vantaggio di 6 a 3), in cui la gran parte dei partecipanti non indossava la mascherina, cosicché l’evento è diventato un vero è proprio focolaio per la diffusione del virus, infettando decine di persone. Ma Trump proprio non è riuscito a convincersi della gravità della pandemia, tanto da essere avvezzo a togliersi la mascherina in pubblico anche quando non era chiaro se fosse ancora positivo al coronavirus.

Official portrait of Vice President Joe Biden in his West Wing Office at the White House, Jan. 10, 2013. (Official White House Photo by David Lienemann).

Cosa possiamo aspettarci dalla presidenza di Biden? Biden nasce centrista. È aperto a riforme per rendere più accessibile il sistema sanitario, come l’Affordable Care Act, e alla riasserzione di alcuni accordi internazionali come l’Accordo sul nucleare iraniano e, appunto, l’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico.

Però Biden non è Bernie Sanders, non inneggerebbe mai alla rivoluzione, né a un movimento portatore di ciò. Rappacificatore? Un buon mediatore? È tutto da vedere.

Certo è che Joe Biden è ormai veterano di Washington, avendo speso oltre 40 anni tra Senato e vicepresidenza, e a quanto diceva durante la sua campagna elettorale, spera di essere un

Presidente che porterà un ripristino della qualità delle istituzioni democratiche, offerte di compromesso con il Partito Repubblicano, manovre per rassicurare la popolazione e ristabilire l’economia.

Insomma, si parla di un ritorno a quel che ormai ci pare più una barzelletta che una speranza per il futuro: la “normalità”.

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