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La situazione in Etiopia, ad oggi, appare difficile da capire. Le continue tensioni che pervadono il Paese vengono descritte da analisti ed esperti come una vera e propria escalation che potrebbe, nel giro di pochi mesi, sfociare in una disastrosa guerra civile. La storia di quella che è stata la nostra colonia durante il ventennio fascista risulta essere un ripetersi di eventi disastrosi che hanno visto protagonisti i governi precedenti e quelli attuali.

Pare che la violenza e la repressione in questo Stato siano sempre state l’arma utilizzata dai potenti per sopraffare la popolazione. Episodi repressivi di rilievo si verificarono a partire dal 1974, quando l’impero del negus Hailé Selassié, regnante dagli anni ’30, venne rovesciato da un partito di matrice marxista-leninista, denominato “Partito dei lavoratori di Etiopia”, fondato ufficialmente nel 1984 e diretto da un tiranno spietato quale Mènghistu Hailé Mariàm, oggi consulente della sicurezza per lo Zimbabwe, accusato di aver fatto leva su un vero e proprio ‘’terrorismo rosso’’ che ha portato alla morte di 75.000 persone. Ma sono gli inizi degli anni ’90 ad essere decisivi per l’Etiopia, poiché è proprio nel 1991 che, ad opera di una coalizione di forze rivoluzionarie, il Governo autoritario del ‘’Negus Rosso’’ (soprannome dato a Mariàm) viene capovolto.

In questa fazione rivoluzionaria, si contraddistinse per l’operatività sul campo, oltre che per un’ evoluta capacità bellica, il ‘’Fronte popolare di liberazione del Tigré’’, meglio conosciuto con l’acronimo inglese TPLF. Questo gruppo di insorti ha da sempre rivendicato l’ autodeterminazione della popolazione etiope che abita nella nord del Paese, precisamente nel Tigray, al confine con il Sudan e l’Eritrea.

Il loro capo, Meles Zenawi, uomo dalla forte leadership, divenne presidente dello Stato dal 1991 al 1995 e poi primo ministro dal 1995 al 2012, anno della sua morte. Proprio in questo arco temporale l’Etiopia ha cercato di modernizzare il proprio assetto burocratico-amministrativo, oltre ad intraprendere delle significative campagne di sensibilizzazione inerenti a ‘’problemi moderni’’.

Pensiamo che nel 2015, quando l’allora presidente statunitense Barack Obama visitò lo Stato, rimase sorpreso di come esso avesse preso una piega del tutto innovativa: la soglia di povertà era stata ridotta di svariati punti percentuali; il Governo aveva cercato di spronare il Paese per un utilizzo sempre maggiore dei contraccettivi così da poter evitare la diffusione dell’HIV; dal maggio del 2014, l’Etiopia aveva intrapreso un’energica azione antiterrorismo contro il gruppo jihadista Al-Shabaab, nato in Somalia nel 2006.

Questo federalismo riformista ha trovato un riscontro anche maggiore nella campagna elettorale del 2018, portata avanti da Abiy Ahmed Ali, vincitore del Nobel per la pace nel 2019, ed oggi attuale primo ministro etiope.

L’ex militare si è presentato al Paese e alla comunità internazionale come un fervente progressista e uomo democratico in grado di garantire pace, sicurezza e tutela della minoranze, in una zona calda del Mondo da sempre in lotta e non di facile gestione.

Ma nonostante l’entusiasmo iniziale e la fiducia riposta nel politico eletto, il modus operandi non è stato di certo dei migliori, poiché appena salito al Governo l’uomo ha cercato di rafforzare la propria leadership istituendo un ‘’partito personale’’ il Prosperity Party, in maniera sostanziale legato alla sua figura.

Questa manovra ha portato all’estromissione dalla compagine governativa del TPLF, da sempre parte dell’esecutivo e della maggioranza, vista l’importanza di tale movimento per la storia del Paese e la sua evoluzione.

Pertanto da quel momento le controversie tra governo regolare e TPLF non si sono fatte attendere, provocando una situazione instabile e deleteria per lo Stato. Nonostante non sia facile monitorare tali assetti, a causa di un’accesa instabilità e accuse reciproche tra le parti, possiamo affermare con certezza che lo Stato di polizia nel nord dell’Etiopia ha causato la fuga di 30.000 persone dirette verso il Sudan, molte delle quali sostenitrici del TPLF, nei confronti delle quali l’ esercito ha promesso di non avere nessuna pietà.

Amnesty International ha denunciato tali flussi migratori oltre a quello che agli occhi della nazione appare come ‘’un vero e proprio massacro‘’, con morti ammassati per le strade dei fronti più caldi. Tuttavia lo scenario internazionale vede le Nazioni Unite in disparte, insieme alla Cina, che potrebbe intervenire per placare gli animi, visti gli ingenti investimenti fatti in Africa negli ultimi anni. Pechino aveva, in un primo momento, coinvolto nella trattativa l’Unione Africana, con sede proprio nella capitale etiope, Addis Abeba, senza però riuscire ad ottenere il risultato atteso.

Il Consiglio di pace e di sicurezza dell’organizzazione, su pressioni del Ministro della difesa etiope, si è trovato costretto alla rimozione del capo dei servizi d’intelligence Gebreegziabher Mebratu Melese, di origini tigrine, poiché non più idoneo al ruolo ricoperto, in quanto ritenuto sleale al Governo etiope. Questa decisione ha portato alcuni esperti a pensare a una vera e propria guerra etnica, e non a un semplice intervento di stabilizzazione militare.

Deduciamo che se la situazione non dovesse volgere verso la stabilità e al contrario dovesse sfociare in un conflitto civile, i danni causati sarebbero enormi non solo per il continente africano, ma anche per quello europeo: il Sudan e il Kenya, stati limitrofi all’area interessata, potrebbero accogliere fino a due milioni di profughi; l’Eritrea e l’Egitto potrebbero sostenere una parte o l’altra al solo fine di far progredire i propri interessi, acuendo le tensioni interne all’area; l’Europa, rimanendo uno spettatore passivo, sconterà questo non intervento diventando la triste meta di una nuova ondata migratoria che intensificherebbe divisioni e lacerazioni dell’opinione pubblica, alimentate oltretutto da una campagna politica spregiudicata e speculatrice, utilizzata ormai come prassi da alcuni partiti politici.

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