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Ore ventuno circa del 15 luglio; i mezzi di informazione di tutto il mondo sono sintonizzati sulla Turchia per informare su quello che sta accadendo. Si vedono immagini di carri armati che sfilano per le strade di Ankara e Istanbul e aerei militari che le sorvolano a bassa quota. Ancora, carri armati bloccano l’accesso alle vie di comunicazione sul Bosforo. E poi in un susseguirsi di eventi confuso, mezzi militari che accerchiano la sede del Parlamento turco e di altre importanti istituzioni e, infine, i soldati che fanno irruzione nella sede della tv di Stato. Poi, a “chiarire” la situazione arriva una nota ufficiale del primo ministro: “è in corso un tentativo di colpo di stato da parte di reparti dell’esercito”. Più che fare chiarezza in effetti questa dichiarazione infrange definitivamente le speranze di coloro che si auguravano si trattassero solo di ordinarie esercitazioni militari o qualcosa di simile. La situazione sprofonda nel caos più totale, tra soldati che continuano a sfilare tra le strade e le notizie diffuse dai media e dai social network ,che riportano le prime stime dei feriti e morti negli scontri. Ma c’è una notizia, ancora più allarmante, che rimbalza sui media di tutto il mondo: nulla si sa sulla sorte del presidente della Repubblica Erdogan. Ad aumentare ulteriormente il clima di tensione arriva dopo non molto un comunicato ufficiale dell’esercito, con cui si spiega che l’intervento militare è stato necessario per salvaguardare la democrazia nel Paese. Insomma, i requisiti di un golpe “come da protocollo” sembrano esserci, eppure mancano tre elementi fondamentali. Innanzitutto la nomina di un Capo di Stato militare sostitutivo di quello regolarmente eletto; in secondo luogo il mancato arresto dei rappresentanti istituzionali vicini al Capo di Stato legittimo ed infine il più importante di tutti: il mancato arresto del Capo di Stato in persona. E infatti, dopo un paio di ore dall’inizio di tutto ciò viene inviato un messaggio registrato dallo stesso Erdogan, in cui  condanna l’azione dei militari e invita la popolazione turca a scendere in piazza per difendere la democrazia. Nonostante il pericolo, migliaia di persone accolgono l’appello del Presidente e, armati di pistole o anche di semplici bandiere della Turchia, affrontano i carri armati con determinazione. I manifestanti inaspettatamente aumentano fino trasformare gli scontri con i militari in una vera e propria guerriglia urbana, mettendo in seria difficoltà i soldati, i quali, oltre scarseggiare come numero, si rifiutano perlopiù di sparare sui propri concittadini. Poi verso le tre arriva la svolta: la polizia, rimasta fedele allo Stato centrale, interviene al fianco della popolazione contro i soldati costringendoli alla resa. Dopo non molto, dunque, arriva il comunicato ufficiale del governo con il quale si dichiara il golpe sventato e di seguito cominciano a circolare anche le dichiarazioni di Erdogan, il quale promette “punizioni esemplari contro i traditori” e individua come uno dei probabili ispiratori del golpe il predicatore islamista Gulen. Le immagini trasmesse dai media internazionali, dunque, cominciano a cambiare: si vedono soldati linciati dalla folla o arrestati dagli agenti di polizia e migliaia di sostenitori di Erdogan festanti nelle piazze. L’alba della notte più lunga per la Turchia negli ultimi vent’anni  è dunque segnata dalla controffensiva del Capo di Stato turco, il quale mette in atto la sua “Notte dei lunghi coltelli”. A differenza di quanto fece Hitler, però, l’azione del Presidente non si limita soltanto ai militari e alle forze dell’ordine in generale; egli ordinerà, infatti, l’arresto di migliaia di persone anche tra i funzionari pubblici, i governatori delle province e addirittura la magistratura. I destinatari di tali misure sono soggetti che hanno espresso contrarietà alle politiche di Erdogan, che comunque lo hanno ostacolato, o semplicemente non si sono mostrati disponibili all’obbedienza. A tre giorni da quella notte si contano in tutto circa 8000 arresti. Un numero oggettivamente troppo alto per pensare che in tre giorni siano state rintracciate e identificate come responsabili diretti o non del golpe così tante persone. Questo dato, quindi, ha fatto parlare anche le istituzioni dell’Unione Europea di vere e proprie liste di proscrizione preparate in modo mirato già da mesi dall’establishment presidenziale e pronte per essere utilizzate appena si fosse presentato un pretesto. E così, presentatosi il pretesto, Erdogan ha colto l’occasione per eliminare i suoi nemici in tutti i rami dell’apparato statale, rafforzando ancora di più il suo potere. D’altro lato, inoltre, il tentato golpe rappresenta anche un ‘occasione per riacquistare consenso tra popolazione, per un capo di Stato che negli ultimi tempi era diventato sempre più impopolare. Proprio tale consenso, infatti, gli è indispensabile per indire un referendum, con cui realizzare una riforma costituzionale che trasformi la Turchia in Repubblica presidenziale, aumentando così i poteri propri della sua carica. In effetti tali benefici, tratti dal fallito golpe, hanno fatto ipotizzare alle forze di opposizione al governo che il colpo di Stato fosse una messa in scena organizzata da Erdogan stesso per ottenere i risultati suddetti. Ipotesi plausibile, se non fosse per il pericolo che alcuni dei militari eventualmente ingaggiati per recitare la parte dei golpisti avrebbero potuto sfruttare l’occasione per realizzare un golpe effettivo. I militari infatti, da sempre protagonisti della storia politica turca come difensori della democrazia laica, non hanno mai nascosto l’avversità alle politiche del Presidente, soprattutto da quando hanno avuto una svolta autoritaria e di poca coerenza nelle relazioni internazionali. L’ Ipotesi, invece, dunque, corrispondente alla versione fornita dal governo, di un tentato colpo di Stato orchestrato da parte solo di alcuni reparti dell’esercito potrebbe essere così giustificata. E la mancata partecipazione di un’ ampia parte di militari troverebbe, poi, la sua spiegazione nel fatto che, ultimamente, Erdogan ha fatto di tutto per far guidare le forze armate da persone di sua fiducia e per acquistare la benevolenza dell’esercito con vari provvedimenti. Meno probabile sembrerebbe invece l’ipotesi di un coinvolgimento della C.I.A. o della NATO nell’ideazione del golpe. Innanzitutto perché, se fossero saliti al potere i militari, la politica estera della Turchia sarebbe cambiata radicalmente, con la probabile sospensione della campagna militare in Siria nella coalizione a guida U.S.A.; inoltre ciò avrebbe comportato anche il probabile allontanamento del Paese dalla Nato. I militari, infatti, ritengono la politica estera della Turchia eccessivamente caratterizzata da operazioni militari troppo dispendiose e poco proficue, imposte in gran parte della Nato e dagli Stati Uniti stessi. Dunque non sarebbe convenuto agli USA perdere un prezioso alleato, alle porte del Medio Oriente, che da quando è al potere rappresenta per loro una garanzia, in quanto argine contro la deriva islamica fondamentalista del Paese. Nonostante ciò, un allontanamento tra Stati Uniti e Turchia nelle ultime settimane si è avuto: anche nel tentativo di riacquistare consenso interno al suo Paese, Erdogan, infatti, aveva riallacciato i rapporti con la Russia e con l’ Iran, oltre che con Israele e il presidente siriano Assad. Tutti e tre tali Paesi risultano essere, infatti, partner fondamentali nella lotta al terrorismo e per la partecipazione ai negoziati sulla risoluzione della guerra in Siria. Proprio alla luce di tale riposizionamento della Turchia nello scacchiere internazionale  si potrebbe pensare, nel cas ,quindi, si accogliesse l’ipotesi del finto golpe, che esso fosse servito anche come pretesto alla Turchia per diminuire l’influenza statunitense nella propria politica estera, raccogliendo così ampio consenso soprattutto tra i militari. In ogni caso, al di là di chi sia stato l’organizzatore del golpe e quale scopo avesse,un dato è inesorabilmente certo: in Turchia si sta cancellando ogni traccia di quel pur dubbio regime democratico previgente, aprendo la strada alla dittatura.

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editor

Caporedattore Cosmoluiss per l'A.A. 2017/2018