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Oggi, 4 novembre, siamo agli sgoccioli di un anno che ha segnato la storia. Un susseguirsi infinito di eventi, probabili o meno, che ha trascinato gran parte del pianeta in una rete di informazione a maglie fitte, tessuta a pennello per noi dai social media e dai nuovi mezzi di comunicazione. Il 3 novembre 2020 è un giorno che resterà alla storia (anche se per conoscere le sorti dell’America bisognerà aspettare qualche giorno, se non settimana). Mi sembra banale ribadirlo, ma ieri negli Stati Uniti d’America è stato il cosiddetto “Election Day”, il giorno in cui, solitamente ogni quattro anni, i cittadini si recano alle urne per esprimere la propria preferenza tra i due candidati alle elezioni presidenziali. Quest’anno la situazione è stata molto diversa. Le elezioni sono “partite” già dal 19 ottobre, quando si sono aperte le elezioni via posta (mail voting). Inoltre, nella maggior parte degli stati è stato possibile votare in persona, facendo lunghissime file che spesso occupavano intere giornate. Le critiche su questo sistema di votazione studiato a puntino per la situazione emergenziale in cui ci troviamo, ha fatto molto discutere. Personalmente non ci trovo nulla di male e, anzi, ho apprezzato gli sforzi fatti, come hanno fatto moltissimi dei miei amici oltreoceano. Ma Donald Trump era d’altro avviso ed ha implacabilmente denunciato gli sforzi del “mail voting”, scagliandosi contro l’integrità delle elezioni stesse e condividendo sui social e in diretta fake news riguardanti la sicurezza e segretezza del voto, sostenendo che i “mail ballots” potessero essere manipolati, costatando che “sarebbe stata una frode come mai vista prima d’ora”. Il presidente ha buoni motivi per disperarsi. Joe Biden è quotato 8 punti su Trump, anche se il verdetto sarà dettato dalle decisioni di stati chiave come il Wisconsin, l’Ohio, il Michigan e la Pennsylvania.

In this combination image of two photos showing both President Donald Trump, left, and former Vice President Joe Biden during the first presidential debate Tuesday, Sept. 29, 2020, at Case Western University and Cleveland Clinic, in Cleveland, Ohio. (AP Photo/Patrick Semansky)

Personalmente spero che gli Stati Uniti possano avere presto un nuovo presidente, con politiche decisamente più condivisibili sotto il punto di vista ambientale, delle lotte razziali e di genere, e per la comunità LGBTQIA+. Ma parliamo di chi non la pensa come me. Tra loro spicca la setta di QAnon, associata all’ala estremista della fazione repubblicana, altrimenti chiamata Alt-right. QAnon nasce nel 2016, durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali che vedeva scontrarsi Donald Trump e Hillary Clinton. A seguito del rilascio da parte di WikiLeaks di migliaia di e-mail tra esponenti democratici, tra cui la stessa Clinton, alcune di queste, apparentemente innocue, hanno attirato l’attenzione di 4chan, sito di riferimento di Alt-right. Le e-mail erano state scambiate tra John Potesta, stretto collaboratore di Hillary, e James Alefantis, proprietario della pizzeria Comet Ping Pong a Washington D.C. Il contenuto delle e-mail era di sfondo culinario: vengono menzionate pasta, salsa alle noci e pizza, ma secondo gli utenti di 4chan, sarebbe nascosto un messaggio criptato, sostenendo che l’FBI userebbe come codici quando si parla di pedopornografia, parole come “formaggio” e “pizza”. Tutto questo non è assolutamente riconducibile a nessuna prova, ma a quanto pare milioni di persone si sono convinti che Hillary Clinton e il suo staff fossero responsabili di un presunto traffico di esseri umani e abuso di minori, che veniva effettuato nel sotterraneo della pizzeria Comet Ping Pong, la quale si sarebbe trasformata in un vero e proprio circolo di satanisti, tutto ciò secondo le fake news divenute virali sui social. È così che è nato il “Pizzagate”. Non passerà molto tempo prima che qualcuno compia atti estremi dettati dalla teoria complottistica. Infatti il 5 dicembre 2016 un uomo della North Carolina, con la scusa di fare luce sul complotto, si è recato nella pizzeria e ha fatto fuoco con un fucile all’interno del locale, minacciando di morte il proprietario e il personale del ristorante. L’uomo stesso davanti alla polizia si è giustificato dicendo di dover proteggere le sue figlie piccole dai pedofili democratici. Da quel momento in poi il “Pizzagate” verrà denominato anche “Pedogate” e diverrà ancor più virale sui social, convincendo ancora migliaia di persone. Ad oggi, i sostenitori di Q, seppur non possono essere calcolati con esattezza, sono stimati nella fascia dei milioni. E non solo, la teoria è stata diffusa in molti paesi europei, tra cui l’Italia, con decine di migliaia di utenti che si adattano a contesti locali.

Tornando agli Stati Uniti, vorrei spiegare qualcosa in più sulla teoria del complotto di QAnon, secondo cui esisterebbe un presunto Deep State, di cui fanno parte figure di spicco del partito democratico, come Barack Obama, sua moglie Michelle (sempre in ambito di fake news correlate, addirittura accusata di essere un uomo travestito), la famiglia Clinton, Joe Biden, ma anche imprenditori e filantropi come Bill Gates and George Soros. Una manovra iniziale del piano di Q è stata diffondere la notizia virale sull’imminente arresto di Hillary Clinton, secondo la teoria una dei leader del Deep State assieme a Barack Obama e George Soros, anche loro ritenuti prossimi all’arresto. E non solo. Assieme a loro anche molti attori liberali di Hollywood e politici democratici, tutti accusati di essere membri della cabala. Un’altra teoria affermerebbe che l’ultimo presidente leale degli Stati Uniti fosse stato John Fitzgerald Kennedy, ucciso appunto da esponenti del Deep State, impossessandosi così “della carica presidenziale” fino alle ultime elezioni. Adesso sarebbe il compito di Trump quello di “salvare il mondo dalla guerra sotterranea combattuta contro il Deep State”, ed è proprio quello che affermano i sostenitori della setta, i quali credono che Trump sia stato incaricato dal Pentagono di ottenere la presidenza per portare a termine questo obiettivo. La setta utilizza slogan come “where we go one, we go all”, che sarebbe come dire “uno per tutti, tutti per uno” e durante i comizi di Trump mostrano striscioni inneggianti Q. Quando è stato chiesto al presidente cosa pensasse dei sostenitori di QAnon, egli ha risposto che erano delle ottime persone, e che chiunque amasse il presidente fosse un vero patriota. Insomma, non sappiamo con esattezza se Trump sia complice di questa teoria o se stia giocando le sue carte al meglio per trarne beneficio, quel che sappiamo è che questa setta potrebbe davvero aver compromesso la democraticità di queste elezioni, come di quelle avvenute nel 2016, distribuendo sui social contenuti fake a loro vantaggio.

Quel che è peggio è che i social stessi sono un ottimo partner per Q. Infatti, l’algoritmo di molti social media, come Facebook e Instagram, è basato sul mostrare sempre più selettivamente informazioni che hanno suscitato interesse nell’utente. Ora immaginate cosa questo possa fare a persone che si approcciano alle teorie di Q: un completo distacco dalla realtà o un’enorme allucinazione collettiva. Gli ex seguaci di QAnon definiscono il fenomeno della diffusione di teorie complottistiche da parte di Q “the rabbit hole”, in italiano “la tana del Bianconiglio”. Proprio come in Alice nel paese delle meraviglie, questa tana non ha via di fuga e si può solo cadere sempre più in basso, così come la setta di Q, la quale, grazie al contributo dei social media, sta rendendo una fascia della popolazione succube di un’informazione falsa, non obiettiva e disegnata a puntino per ognuno di loro.

US President Donald Trump speaks during a retreat with Republican lawmakers at Camp David in Thurmont, Maryland, January 6, 2018. / AFP PHOTO / SAUL LOEB (Photo credit should read SAUL LOEB/AFP via Getty Images)

La grande tristezza che mi ha portato il venire a conoscenza di questo fenomeno si accompagna ad un fervente desiderio collettivo: combattere le fake news e restituire democraticità alle elezioni. Ora non so davvero se anche Trump sia caduto nella tana del Bianconiglio ma so che se non altro ne ha tratto un gran vantaggio. Viviamo in un’era in cui la digitalizzazione ha portato delle grandi facilitazioni, anche per superare o per lo meno contenere gli effetti catastrofici della pandemia che stiamo vivendo, che ha permesso di abbattere le barriere della distanza e dei fusi orari, che ci ha permesso di avere qualsiasi cosa potessimo desiderare in un paio di giorni lavorativi direttamente sull’uscio di casa nostra. Nonostante ciò lo spettro delle false informazioni, delle verità comode e di culti e sette nati e svezzati sul web incombe su di noi. La nostra generazione deve necessariamente imparare a far fronte agli “effetti collaterali” di internet, che a lungo termine rischierebbero di farci riconsiderare il rapporto sempre più stretto che abbiamo intrapreso con la tecnologia. C’è una frase che mi è rimasta impressa dal documentario “The Social Dilemma

Se non stai pagando per il prodotto digitale che stai usando, vuol dire che sei proprio tu il prodotto.

Per concludere, la domanda che vorrei porvi è questa: siete d’accordo a rinunciare alla verità per una vita a portata di click?

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