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Tutto parte da un decreto esecutivo firmato dal nuovo presidente il 28 gennaio. In nome della sicurezza nazionale viene impedito l’ingresso negli Stati Uniti d’America ai cittadini provenienti da 7 Paesi islamici (Iraq, Libia, Sudan, Yemen, Siria, Iran, Somalia). Nella pratica il c.d. “Muslim ban”, nome con il quale è stato battezzato dalla stampa ed è rimbalzato sui social media, si traduce in un blocco, per il momento di 90 giorni (tranne nel caso dei siriani previsto a tempo indeterminato) di tutte le persone in possesso di passaporti rilasciati da questi Paesi, dei rifugiati, ma anche di visti e green card americane (permesso permanente di residenza), in attesa di una revisione della disciplina sul rilascio dei visti e salvo permessi speciali rilasciati dal consolato.

Il pregiudizio verso questi paesi, l’estrema generalizzazione con la quale tutti i cittadini di uno Stato vengono identificati con una precisa appartenenza religiosa e di conseguenza potenziali terroristi o simpatizzanti, si traduce nell’impossibilità di rientro nel Paese per professori, scienziati, ingegneri, imprenditori, studenti, lavoratori che contribuiscono ogni giorno a rendere il Paese quello che è e sono residenti da anni nel territorio americano.

Il risultato del decreto è stato il caos negli aeroporti, compagnie aeree costrette a respingere viaggiatori alla partenza, migliaia di persone bloccate alla frontiera, condotti negli uffici e nelle celle, trattenuti per ore, magari ammanettati, subendo interrogatori come delinquenti o peggio terroristi solo sulla base della provenienza.

In nome di un nuovo assoluto, la sicurezza della nazione, estremizzando il concetto già ampiamente abusato durante la “guerra al terrore” di George W. Bush, si ha la negazione di quello che sono stati gli Stati Uniti d’America per tutta la loro storia a partire dai Padri Pellegrini, una nazione nata e costruita da immigrati, avventurieri, apolidi in cerca di una vita migliore o di fortuna. Fondare una nazione sulla base della libertà, dell’accoglienza, delle eguali possibilità, dando la possibilità di realizzarsi e raggiungere il sogno americano a tutti coloro che, indipendentemente da etnia, religione, cultura d’origine, avessero creduto nella nazione con lavoro, dedizione, impegno e coraggio.

Una nazione diventata grande prima di tutto per la capacità di attrarre menti da tutto il mondo, spalancando le porte nelle sue grandi università e offrendo una possibilità a tutti, ponendo al centro il merito e non le origini.

Il meccanismo al quale ci si trova oggi di fronte, al contrario, è quello della chiusura delle frontiere per sentirsi più sicuri, paventare un’invasione costante da ogni angolo per ristabilire sicurezza mediante i muri e l’ordine. Aumentare la tensione e la paura raccontando che in ogni momento si potrebbe essere attaccati e potrebbe entrare, anzi sta entrando sicuramente, un terrorista. Inventare finti attacchi terroristici di cui i media disonesti, faziosi e manipolati non parlano.

 Contrastare i processi di globalizzazione, l’insicurezza che provoca, la perdita di valori tradizionali, la difficoltà nel governare un mondo sempre più fuori controllo, l’erosione della sovranità. Fare l’America grande tornando al controllo dell’orto di casa ed andando nella direzione opposta al multilateralismo di Barack Obama, a relazioni di convenienza con partner affini, a “coalitions of the willing”, a mettere al primo e unico posto i propri interessi strategici, a incoronare come nuovi amici i peggiori nemici di ieri tradendo la storia. Il discorso sul nemico ha una portata diversa da quella europea dove la narrazione populista cerca di fare presa sul nocciolo duro dei valori nazionali prima che tradizionali, sulle radici culturali che hanno fatto gli Stati-nazione ottocenteschi. Gli Stati Uniti sono nati sulla base di una ragione ben diversa e questa nuova visione opportunistica che parla alla pancia, mediante semplificazioni estreme del mondo, più che alla testa porterà alla disgregazione della nazione e all’esasperazione delle sue fratture profonde.

Il tentativo estremo di dare coerenza a un mondo sempre più complesso e ingovernabile, specie da un apprendista presidente, ritornando a una visione bipolare in cui da una parte ci sono i cittadini americani che tengono alla nazione e pensano ai suoi interessi, dall’altra un crogiolo indistinto che racchiude il nemico: musulmani terroristi, potenze ostili, americani liberal, i nemici del popolo americano, i facinorosi con la penna e potenzialmente chiunque sia contro o osi criticare le politiche del nuovo presidente.

In un sistema istituzionale basato su una chiara separazione dei poteri orizzontale e verticale e sul principio dei pesi e contrappesi (checks and balances) al momento sta incontrando la forte resistenza del potere giudiziario. In particolare pesa la decisione del giudice federale James Robart, di nomina repubblicana, di sospendere l’applicazione del decreto esecutivo sul territorio americano. Decisione che ha scatenato l’ira di Donald Trump che ha accusato il sistema giudiziario di essere “politicizzato” e ha duramente attaccato il giudice stesso, tramite ripetuti messaggi sul canale Twitter personale, con un’ingerenza nel rapporto tra poteri e nelle rispettive sfere di indipendenza che costituisce una novità assoluta. Il giudice d’appello ha confermato la decisione precedente e il decreto resterà pertanto sospeso, salvo diversi colpi di scena, fino alla pronuncia della Corte Suprema, estremo organo di giudizio. Le motivazioni della sentenza riguardano oltre che dubbi circa il potere presidenziale di adottare un simile decreto e i problemi di costituzionalità, anche il merito con perplessità circa l’effettiva efficacia e le argomentazioni attraverso le quali si accusano indiscriminatamente i cittadini coinvolti di essere potenziali terroristi.

Il decreto è stato inoltre osteggiato dai governatori di alcuni Stati (18 al momento, specie democratici), in difesa della libertà e della Costituzione, e dai dei poteri economici, in primis le grandi imprese della Silicon Valley (cento delle quali si sono costituite parti civili nei processi) che evidenziano il danno economico di queste misure e si battono in difesa dei propri (numerosi) lavoratori colpiti dal decreto. Quanto durerà?

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