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Nemmeno un anno fa mi ritrovavo spesso a sghignazzare davanti al faccione molliccio di Donald Trump, coronato dal solito ciuffo color pulcino, pensando che mai le campagne elettorali degli altri candidati del partito dell’Elefante potessero arrivare ad essere tanto lousy e fallimentari da permettergli davvero di correre per la Casa Bianca. Ad un giorno dalle elezioni per il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America è quel faccione a ridacchiarmi di rimando dalla copertina di “Trump & me” di Mark Singer, che tengo in cima alla pila dei miei volumi in inglese. Singer stesso, editor del New Yorker dal ’74, ammette tra le ultime pagine della sua raccolta di essay che tracciano un profilo dell’imprenditore di Manhattan: “We knew that Trump would be gone long before the primaries. We got it completely wrong.” E se possono sbagliarsi i giornalisti americani, allora, figuriamoci io.

Come siamo arrivati fin qui, a poche ore dal primo martedì di Novembre con Trump candidato repubblicano? Al volumetto di Singer fa da prefazione un pezzo di David Remnick, e uno dei passaggi più interessanti (e buffo, perché è oggettivamente buffo che una corsa al seggio presidenziale più ambito del pianeta possa essere iniziata così) è dedicato alla White House Correspondents’ Dinner del 2011. Obama, che aveva diffuso poco prima il suo certificato di nascita tanto voluto tra strali e strepiti dal tycoon, quella sera, durante il suo discorso decide di lanciarsi “one step further”, un po’ più oltre, rilasciando anche il video della sua nascita. Parte una clip da Il Re Leone  e la sala dell’Hilton di Washington si abbandona ad una risata generale, mentre gli occhi di Trump, lì presente, si riducono a due fessure. Questi lunghi mesi non possono certo ridursi tutti a quel solo istante ma ha un che di accattivante pensarla un po’ così.

Singer, nelle settimane trascorse fianco a Trump nel 1996 per la scrittura di un suo profilo commissionatagli dalla sua allora caporedattrice del New Yorker, lo descrive come continueremmo a farlo adesso, a vent’anni di distanza: capriccioso e puerile, non risparmiandogli neanche un colpo in canna. Quando lo stesso autore gli manda un assegno di 37$ per ringraziarlo, sbeffeggiandolo, di averlo fatto salire in testa alle classifiche delle vendite grazie alle critiche rivoltegli, Trump prima gli risponde apostrofandolo con una lettera, poi incassa l’assegno. Come se dovesse dipingere la caricatura di una caricatura, dei dialoghi avuti con il magnate cerca di riportarne l’affannoso fraseggio egocentrico che sempre li accompagna: “I have glitzy casinos because people expect it… Glitz works in Atlantic City…”,  “nice tits, no brains”, sentenziava poi su una delle sue ex-mogli.

Siamo al rush finale di una campagna elettorale spogliata dai suoi contenuti e votata ad una personalizzazione dei candidati, come accaduto di già nella politica americana, ma mai in modo tanto esasperato. Ci si è concentrati più su quanto nasty l’uno possa essere più dell’altra (e viceversa, data l’impopolarità fortissima della Clinton) e non sui programmi politici, scomparsi in dissolvenza dietro l’ennesima fuga di notizie. Le peggiori elezioni americane di sempre, in cui molto, senza scivolare nei complottismi, è sembrato preparato ad orologeria: i recentissimi video di Trump e le accuse di molestie sessuali rivoltegli; l’FBI che a undici giorni dalle elezioni dichiara la presenza di altri risvolti sullo scandalo delle mail legato ad Hillary (già nuovamente scagionata da ulteriori implicazioni).

Forse, a due giorni da qui, se la realtà risponderà ai sondaggi (cosa affatto scontata), di Trump potremo tentare di dimenticarcene: non sarà facile e non sarà presto uno sfocato ricordo, perché che ci piaccia o meno, queste elezioni, ed in larga parte per merito suo, hanno ridisegnato in qualche modo i contorni della politica americana. E non solo nei mezzi, nella loro presenza invasiva sui social, ma anche nei loro modi bassi e volgari (“If Hillary Clinton can’t satisfy her husband what makes her think she can satisfy America?”), nella serie di gratuiti insulti e di steccate messe a segno, mentre sullo sfondo gli Stati Uniti hanno continuato e continuano a bruciare, arrabbiati, tra la disoccupazione, San Bernardino prima, la strage di Orlando poi, gli scontri di Dallas a luglio e di Charlotte a settembre.

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