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Tra le tante ragioni per andare a votare al referendum del 17 aprile sulle trivelle, c’è sicuramente quella riguardante lo scandalo Tempa Rossa, in seguito al quale si è dimessa, il primo aprile, la ministra dello Sviluppo Economico Federica Guidi. Questa ha rassegnato le dimissioni a causa di una telefonata intercettata con il fidanzato Gianluca Gemelli, tramite della compagnia petrolifera Total, con la quale lo informava che l’emendamento che avrebbe favorito le lobby del petrolio sarebbe stato approvato con il placet del ministro dei rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi.

Lo scandalo Tempa Rossa riguarda l’indagine della procura di Potenza che coinvolge dirigenti di compagnie petrolifere (principalmente Total, Shell ed Eni), amministratori locali e imprenditori, tra cui lo stesso Gemelli. L’indagine giudiziaria è articolata in due filoni principali di inchiesta. Il primo riguarda l’impianto Eni di Viggiano (dove viene trattato il petrolio estratto nella Val d’Agri) e i presunti illeciti nello smaltimento di rifiuti pericolosi. L’accusa è di aver spacciato i rifiuti pericolosi per normali, in modo da truccare i dati sulle emissioni inquinanti e non allarmare gli uffici sanitari. Il secondo filone di indagine riguarda Tempa Rossa, sito di pozzi petroliferi in concessione alla Total nella valle del Sauro, con diramazioni per Taranto, dove il greggio verrà trasferito e stoccato. Nel sito di Tempa Rossa, situato nel comune di Corleto Perticara (Potenza), ci sono sei pozzi di petrolio in esercizio. Si conta di trasferire il greggio estratto sfruttando un oleodotto dell’Eni già esistente, ossia il Viggiano-Taranto. L’intero progetto coinvolge sia la Basilicata (per quanto riguarda la costruzione di un tratto di conduttura per allacciare Tempa Rossa a Viggiano), sia la Puglia (per quanto riguarda la costruzione di due grandi serbatoi di stoccaggio da 180 mila metri cubi ciascuno nell’area industriale tarantina, che comporterebbe un deciso ampliamento del porto di Taranto, in modo che il greggio possa essere imbarcato su petroliere per essere raffinato altrove). Le indagini della Procura di Potenza riguardano l’iter di autorizzazioni per questo progetto. In Puglia ci sono forti resistenze, tanto è vero che nel novembre 2014 il comune di Taranto approvò una delibera per bloccare la costruzione delle infrastrutture di stoccaggio e l’ampliamento del molo petrolifero. Inoltre, in previsione dell’aumento delle emissioni inquinanti a Taranto, le compagnie petrolifere dovrebbero impegnarsi a pagare delle royalties e delle compensazioni ambientali alla regione Puglia, accantonando fondi in caso di incidenti in mare. Nel dicembre dello stesso anno, il governo Renzi inserì un emendamento nella legge di stabilità, in virtù del quale le opere relative alla movimentazione e allo stoccaggio di idrocarburi provenienti da giacimenti nazionali hanno valore “strategico”. Questo permette al governo di intervenire direttamente, in caso di progetti interregionali, e assumere una decisione finale anche in mancanza di un accordo tra le regioni coinvolte. Sembra chiaro come questo emendamento mirava a scavalcare la delibera del comune di Taranto e sbloccare il progetto Tempa Rossa. A giudizio di chi scrive, in realtà non si tratterebbe di un’opera di interesse nazionale, bensì privata in quanto a tutto beneficio delle lobby del settore energetico.

Alla fine dell’iter parlamentare, l’emendamento era saltato nell’ultima versione della legge di stabilità del novembre 2015 (dopo essere già stato bocciato nel decreto “Sblocca Italia”), mentre la ministra Guidi si adoperava per reinserirlo. Secondo i magistrati, l’imprenditore Gemelli, sfruttando la relazione con l’allora ministra, si faceva promettere dai dirigenti della Total di entrare nella lista delle aziende di ingegneria prese in esame dall’azienda francese, in modo da partecipare alle gare d’appalto per l’esecuzione dei lavori del progetto Tempa Rossa. In sostanza, veniva offerto questo emendamento alla compagnia petrolifera francese in cambio di un appalto.

Al di là della rilevanza etica e politica della questione, l’”emendamento Guidi” (di cui in seguito il premier Renzi si è assunto orgogliosamente la paternità) ha naturalmente significative connessioni con il referendum “No Triv”. Infatti, il tema del quarto quesito, non ammesso al referendum, chiedeva di modificare quella parte della legge di Stabilità 2015 e di reintrodurre il ruolo di controllo e partecipazione nelle autorizzazioni degli Enti locali.

Ad ogni modo, la vicenda Tempa Rossa mi consente di fare due considerazioni conclusive. La prima è che la critica secondo cui la vittoria del “Sì” al referendum farebbe solo aumentare la quantità di greggio importato in Italia è tutto sommato infondata, in quanto gran parte del petrolio estratto in Basilicata verrà esportato in Paesi come la Turchia e consumato solo in minima parte in Italia (tra l’altro abbiamo appreso che la benzina in Basilicata costa di più che a Roma).

La seconda considerazione riguarda il rapporto, tutt’altro che sano, tra politica e lobby. A differenza degli Stati Uniti, dove i rapporti tra potere e lobby si svolgono alla luce del sole ed è regolato da leggi ferree, in Italia ci sono spesso situazioni poco chiare che sfiorano l’illecito. Lo scandalo Guidi dimostra, ancora una volta, che c’è bisogno di maggiore trasparenza nei palazzi del potere, che il nostro Paese ha bisogno di definire una chiara politica in campo energetico e che, purtroppo, le esigenze di natura ambientale e di salute pubblica vengono quasi sempre retrocesse rispetto agli interessi economici di soggetti privati.

 

 

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Studente di Scienze Politiche