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Ci sono dei momenti duri nella vita di uno studente.
Senza dubbio uno di questi è il primo esame, l’impatto con un mondo tutto nuovo e così via. E quando ti svegli la mattina pensi solo che d’accordo, sto per andare al patibolo, ma almeno peggio di così non si può andare. E invece no. Perché poi ti dicono che il calcio è finito. Si è ritirato Thierry Henry.
E l’esame passa decisamente in secondo piano.

Thierry nasce a Parigi, nel sobborgo Les Ulis, da genitori di origini caraibiche. Ma la sua vita calcistica da grande inizia a Monaco. A 13 anni Henry vinceva da solo le partite. Troppo avanti per tutti. Gioca nelle giovanili del Viry Chatilion, squadra che milita nella quarta lega francese, l’equivalente della nostra Lega Pro, famosa per aver dato i natali calcistici anche a Jonathan Zebina, vecchia conoscenza del calcio nostrano. Ma non ci rimane a lungo. Dopo aver messo a segno sei gol in una partita di campionato, lo chiama il Monaco, allenato da Arsene Wenger, a cui va la gratitudine degli amanti del pallone di tutto il globo.

Dopo le giovanili nel Monaco, inizia a far faville vincendo il titolo di Francia per la squadra del principato in coppia con un altro talento destinato a fare fortuna: David Trezeguet. Ma il mondo di Monaco non è abbastanza per lo strapotere di Henry, e nel 1999 compie il grande passo. Viene trasferito alla Juventus, alla corte di Marcello Lippi prima e di Carlo Ancellotti poi. Ma a Torino non apprezzano a dovere il talento di Thierry, che, impiegato come esterno di centrocampo, colleziona solo 16 presenze e tre gol.

Ma nel 2000 l’Arsenal lo chiama. Qui è già approdato Arsene Wenger, suo mentore ai tempi di Monaco, fautore di un calcio diverso, che ha già inanellato due pesanti successi, il cosiddetto “Double” FA Cup e Premier League. Viene chiamato a raccogliere l’eredità del suo connazionale Nicolas Anelka, e Wenger lo usa subito nel ruolo che lo renderà leggenda, ovvero attaccante puro. Sarebbe superfluo e forse anche troppo lungo soffermarsi nel dettaglio sulla carriera di Henry nell’Arsenal delle meraviglie, basti qualche cifra: Henry è l’unico giocatore ad aver segnato più di venti gol in Premier League per cinque anni consecutivi, il miglior marcatore in un singolo stadio di Premier (114 i gol ad Highbury, la storica casa dei Gunners) e ha segnato contro 34 delle 35 squadre che ha incontrato nella massima divisione Inglese. Ma Henry non è solo macchina da gol: detiene tuttora il record per maggior numero di Assist in una sola stagione di Premier (20) ed è stato anche eroe della serie “Invicible” (49 partite consecutive senza sconfitte ) dell’Arsenal delle meraviglie con 4312 minuti giocati.

Nel 2007 però, l’idillio finisce. Henry viene ceduto al Barcellona per la somma di 24 milioni (trasferimento ancora inspiegabile per il sottoscritto, visto che in contemporanea lo sconosciuto Alexandre Pato veniva acquistato dal Milan per 27 milioni). Anche qui Henry fa faville. Raggiunge finalmente la Champions League, ed in trio con Leo Messi ed Eto’o frantuma il record di gol di un singolo attacco in una stagione di Liga (72 gol contro i 66 del trio Puskas-Di Stefano-Del Sol del Real Madrid ’60-’61). Ma non è più la stessa cosa. Nella stagione 2009-2010 Henry viene eclissato dall’esplosione del talento di Pedro, così il suo minutaggio scende vistosamente, ed allora Thierry sceglie di optare per una nuova avventura, e vola oltreoceano ai New York Red Bulls, ma oramai siamo in fase calante. Anche qui Henry si conferma bomber implacabile (52 gol in 135 presenze), ma l’ultimo acuto della sua carriera è quantomai inaspettato.

Dopo essere tornato in prestito all’Arsenal durante l’interruzione della MLS, Henry regala due ultime perle ai Gooners, siglando un gol al nuovo debutto in maglia biancorossa contro il Leeds in FA Cup ma soprattutto con i tre punti che regala a tempo scaduto contro il Sunderland ad un’Arsenal in difficoltà come mai lo era stato quando era lui a guidare le redini dell’attacco. Con quest’ultimo regalo Thierry saluta definitivamente la Gran Bretagna e dopo le ultime due stagioni annuncia prima di non rinnovare con i New York e infine il suo ritiro il 16 dicembre del 2014.

Dare un giudizio sulla carriera di un calciatore del genere sarebbe un compito troppo arduo, specie poi per un osservatore di parte come il sottoscritto che volle come prima maglia da calcio non quella della sua squadra, ma quella di Thierry in persona, e che presumibilmente continua a dannarsi ogni weekend davanti a qualunque schermo dentro cui rotoli un pallone, anche per “colpa” di Tity.
Il calcio, è stato detto, incarna a meraviglia molti, se non tutti, aspetti della vita umana. Ad impersonare l’eleganza, la compostezza, la classe e la potenza, ci ha pensato lui, The King Henry.

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