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Con Trainect, training connection, come mi spiega Federico, si da allo sport quello che la palestra spesso non è in grado di offrire: il connubio tra la preparazione dei personal trainer e gli allenamenti outdoor in location selezionate, e la ricerca di un momento di aggregazione che diventi unione tra i partecipanti, rendono lo sport un’esperienza piacevole, seguiti ad ogni passo.

 

Eh già, quante volte, spinti dalla buona volontà di un momento, abbiamo comprato abbonamenti in palestra che il mese dopo sono andati in disuso? Spesso, tutti.

Trainect si è interrogata sulle esigenze degli utenti delle palestre e ha elaborato un sistema che permettesse di allenarsi senza annoiarsi, scegliendo location esclusive, e affidando gli allenamenti a personal trainer selezionati che coccolano i seguiti, senza che questi possano avvertire la sensazione di essere “abbandonati” in un territorio nuovo e ostico, come quello che può essere la palestra, a svolgere degli esercizi senza mai sapere effettivamente se vengono eseguiti correttamente.

Ne ho parlato con Federico Anagni, co-founder di Trainect, che mi ha raccontato di più di un progetto che offre anche a chi, come me, non trova nella palestra la sua comfort zone, di leggere l’esperienza sportiva in una diversa chiave.

 

«Io e Alberto, il mio socio, eravamo quasi al termine del corso di laurea magistrale che frequentavamo insieme e abbiamo cominciato a dare uno sguardo al mondo del lavoro. Nel frattempo cercavamo qualcosa da sviluppare come dei piccoli imprenditori che stavano per formare la loro start-up. Con quest’animo abbiamo intrapreso il viaggio a San Francisco nel 2018, per seguire un corso avanzato di start-up.» Mi racconta Federico.

 

A San Francisco, uno dei poli principali del modo delle start-up, esplorando i vari incubatori e la città stessa, si rendono conto del problema che avvolge il mondo del fitness, che viviamo costantemente e che spesso ignoriamo: il bilancio degli accessi è sempre negativo rispetto agli ingressi pagati; spazi chiusi che danno l’idea della palestra quale luogo costrittivo; pochi trainer che seguono gli iscritti che si trovano abbandonati a se stessi, in una sorta di “isolamento” in palestra derivante sì dalla noia dovuta alla monotonia, ma anche allo svolgimento scorretto degli esercizi e all’incapacità di correggerli.

 

«A fine marzo, nel 2019, abbiamo fatto il primo test con degli amici e un personal trainer, nostro conoscente. Ci siamo resi conto che risultava un progetto interessante e le persone erano affascinate da quello che stavamo portando sul mercato. Abbiamo lavorato a lungo sulla connessione e l’interazione tra le persone che si affidano a Trainect. Per far ciò abbiamo, tra le altre cose, lasciato sempre gli utenti con una challenge divertente alla fine dell’esperienza. Questo ci è sembrato il miglior modo per creare un momento di condivisione di passioni tra persone effettivamente diverse tra loro per quanto riguarda l’allenamento: così come in palestra, si iscrivono agli eventi persone molto allenate ma anche persone che lo sono meno, ma entrambe condividono la passione per lo sport a cui hanno preso parte.»

 

La ricerca e l’innovazione hanno ripagato. La risposta degli iscritti è stata positiva e in crescendo. «Abbiamo continuato a sperimentare le varie location per sviluppare al meglio la nostra idea e completare il format. Abbiamo stretto diverse partnership che hanno permesso agli iscritti di immergersi completamente – a 360° mi vien da dire – nell’esperienza. Un esempio è quella con Featfood. Ogni evento organizzato vedeva a disposizione dei box di cibo healthy che regalavamo ai partecipanti e questo consentiva un momento di aggregazione dopo l’allenamento. Questo con diversi generi di brand, dall’abbigliamento al cibo, e in ogni modo connessi alle tematiche per creare aggregazioni. L’apporto dei nostri sponsor è stato e rimane attualmente fondamentale per creare un momento di condivisione tra i nostri partecipanti e permettergli di comprendere a pieno il format.

 

Anche Trainect, tuttavia, ha dovuto scontrarsi con quello che mi piace definire il “nuovo (provvisorio) mondo”. Se la pandemia in corso ci ha costretti al distanziamento sociale e a rinunciare a tutte le attività che quotidianamente si svolgevano, compreso lo sport, è pur vero che per quest’ultimo, in particolare il fitness, il maggior tempo a disposizione di tutti ha segnato un notevole riavvicinamento alla disciplina, costituendo si un motivo di svago ma anche uno strumento per recuperare la mobilità persa.

«Per una start-up giovane come Trainect, la pandemia è stata un vero e proprio bivio. Ci siamo trovati di fronte alla possibilità di bloccare tutte le nostre attività, il che avrebbe significato la morte della start-up, oppure proseguire in via digitale, calandoci in una realtà nuova per lo sport che, come il resto del mondo, abbiamo dovuto sperimentare per renderla affine al nostro format. La soluzione, in questo clima di distanziamento sociale imposto, è stata ovviamente reinventarci. Ci siamo guardati in giro e abbiamo visto tante dirette sportive sui social network, accorgendoci però della poca interazione che ci fosse con gli utenti. Abbiamo avvertito la necessità di trovare una piattaforma adeguata alle nostre esigenze e alle colonne portanti di Trainect, per questo motivo abbiamo pensato a delle sessioni live in video streaming con i trainer. Attraverso questo strumento è stato possibile rimanere fedeli al connubio tra la presenza di una figura professionale che guidasse gli utenti alla scoperta degli esercizi proposti e l’interazione con questo stesso, che ha reso possibile non solo l’interattività delle sessioni ma soprattutto lo svolgimento efficiente degli allenamenti.»

 

Attraverso l’utilizzo degli strumenti che il nuovo mondo ci impone di utilizzare, Trainect ha reso il distanziamento una questione meramente fisica: un’esperienza che consente ai partecipanti di non perdere il contatto con la società, avvertita in questo momento più che in altri, permettendogli di continuare a condividere le proprie passioni e di continuare il progresso nello sport che molti, a volte con sacrifici, hanno rischiato di arrestare o addirittura perdere.

E proprio per questo il feedback degli utenti si è dimostrato positivo, andando oltre la mera qualità dell’allenamento e dando ai partecipanti la possibilità di sentirsi meno soli in un momento storico in cui è facile esser vittime di queste emozioni.

 

«Il vantaggio che abbiamo potuto trarre da questa situazione è stato quello di rompere le barriere geografiche, spostando le attività da luoghi fisici che ci imponevano il vincolo del legame con uno specifico territorio. Ci siamo mossi sempre su Roma e Milano; abbiamo tenuto delle sessioni internazionali studiate appositamente per permettere ai turisti di visitare alcune ville o luoghi della città e fare sport, tutto in lingua inglese, ma nonostante questo si è legati alla città. Con gli strumenti digitali possiamo avere una platea che potenzialmente può raggiungere ogni parte del mondo, abbiamo abbattuto il problema e adesso partecipano alle lezioni persone da tutta Italia e continuiamo con alcune sessioni internazionali ad hoc.»

 

Tuttavia, per arrivare a questo nuovo equilibrio, non è stato poco lo sforzo fatto. «La conversione da un format all’altro non è stato semplice né banale. Abbiamo sempre puntato sulla componente outdoor, cercando sempre location particolari per stupire i partecipanti. Quando si è prospettata questa nuova situazione, nonostante avessimo dimestichezza con i sistemi di tecnologici a supporto del lavoro a distanza (alias smartworking), abbiamo dovuto fare i conti con la possibilità che potessero esserci dei limiti tecnologici. Non si era mai pensato a questo modo di concepire lo sport, sempre ancorato a luoghi fisici, pertanto non si era stato fin ora possibile capire se questi strumenti, che non sono tarati per gli allenamenti online, fossero compatibili con le esigenze delle attività. Abbiamo proposto un periodo di prova, cercando di snaturare meno possibile il servizio e incontrando complessità nel cercare di far comprendere che il servizio fosse spostato online, ma in toto. Questo è valso sia per i trainer che per gli utenti. La risposta è stata sempre molto positiva. Abbiamo preso del tempo per ogni lezione cercando di spiegare il servizio e il nuovo format e ci siamo resi conto che il messaggio è passato. Inoltre siamo rimasti fedeli verso alcune colonne portanti della nostra attività. Un esempio sono le class a numero chiuso: ci limitiamo ad un numero massimo di persone – circa 30/40 persone – in modo che il personal trainer possa adeguatamente seguire ed essere seguito da ognuna di loro. I nostri personal trainer hanno risposto subito positivamente, hanno compreso come utilizzare la piattaforma, come assistere le persone e reso positiva l’attività, che è diventata un’esperienza completa ed efficiente sotto tutti i punti di vista, per quanto riguarda gli obiettivi che ci siamo prefissati: allenamenti efficienti, partecipanti personalmente seguiti dal personal trainer, momento di aggregazione e condivisione finale.»

 

Un periodo dunque che ha portato innovazione nel mondo dello sport «influenzandolo per sempre», come ci dice Federico. «Molto spesso andare in palestra è stressante: tornare a casa dopo un’intensa giornata di lavoro, sapere di doversi spostare per andare in palestra, tornare e preparare la cena e poi risistemare, comportava sicuramente uno sforzo e un sacrificio nelle persone. Questo modo di concepire la palestra è stato definitivamente abbattuto con l’ingresso sul mercato di qualcosa che non esisteva prima ma che è in grado di influenzare notevolmente le abitudini di tutti noi. La nuova sfida sarà capire come ripartire mantenendo ferma la componente digitale.»

 

Una start-up che nasce per stravolgere la concezione dello sport evidenziando quali sono i reali valori che questo porta con se: sicuramente uno stile di vita salutare, ma anche – e soprattutto, oserei – l’immagine dello sport non come un sacrificio, ma come un’esperienza multisensoriale, in grado di mettere a proprio agio il partecipante con il luogo circostante. Attraverso le esperienze outdoor è sdoganata l’idea di palestra quale luogo fisico necessario per svolgere le attività sportive, e torna nucleo centrale il luogo in quanto circostanza tale da permettere alla persona di completare l’allenamento godendo dell’ambiente in cui è immerso. Come pure è esaltata la figura del personal trainer che in questa esperienza diventa la guida verso la scoperta dell’attività sportiva ma accompagna anche in un percorso di aggregazione che è il perfetto combinato tra le esigenze sociali e individuali.

Una start-up, allo stesso tempo, che si reinventa per continuare a rispondere alle esigenze del mercato, mettendo dunque in luce il cuore pulsante degli obiettivi: il benessere dell’utente.

 

Come dice Federico, «WE DON’T TRAIN, WE EXPERIENCE!»

 

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Vice direttrice Cartaceo AA 18/19