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Proprio mentre il sogno americano si spegne lentamente nell’immaginario collettivo e affronta la più crepuscolare delle sue fasi, al contrario, e forse proprio a ragione di ciò, il fenomeno del commencement speech – il discorso rivolto ai laureandi tenuto al termine dell’anno accademico da una eminente personalità della politica, della scienza o dello spettacolo – si è ormai trasformato in un vero e proprio rito di iniziazione alla vita adulta post-universitaria ed ha ormai assunto una rilevanza divampante negli States. Chi di voi non ricorderà l’espressione “stay hungry, stay foolish” coniata da Steve Jobs di fronte a una folla di laureandi nel 2005 a Stanford? Questo piccolo motto, divenuto un vero e proprio leitmotiv generazionale, è ormai legato a doppio filo alla serie di successi raggiunta dal fondatore della Apple e della Pixar.

La casa editrice indipendente Minimum Fax ha di recente raccolto nel libro “Quando siete felici, fateci caso” nove commencement speech pronunciati in diverse università statunitensi da Kurt Vonnegut, scrittore e umanista americano, che si affermò nel panorama letterario nel 1969 con “Mattatoio n°5”, opera incentrata sui bombardamenti di Dresda durante la Seconda Guerra Mondiale e a cui l’autore, all’epoca appena ventenne, assistette personalmente come soldato americano fatto prigioniero dei tedeschi. Grazie alla felice scelta di traduzione (l’originale è “If this isn’t nice, what is?”) il titolo permette immediatamente al lettore di aprirsi un varco nella luminosissima mente di Vonnegut. La sua visione del mondo è non solo consapevole delle più gravi problematiche del nostro tempo rimaste irrisolte da decenni (si pensi alla attuale drammatica situazione ecologica del pianeta alla quale la prossima Conferenza sul clima di Parigi – dopo quella fallita a Copenhagen – dovrà tentare di dare delle soluzioni) ma è anche in grado di abbracciare le difficoltà più intime che investono le singole componenti della società attuale. Vonnegut, infatti, solo per fare un esempio, insiste più volte sull’importanza dell’associazionismo: una vera cura per un sistema sociale dove il confronto all’interno di famiglie dalle dimensioni sempre più ridotte si appiattisce continuamente (“un uomo non può rappresentare un’intera società per una donna, e una donna non può rappresentare un’intera società per un uomo” dice lo scrittore del Midwest). In realtà l’aneddoto più ricorrente nei discorsi di Vonnegut è però legato alla figura dello zio Alex, un ottimista cronico, capace di rallegrare se stesso e gli altri attorno a sé. “Cosa c’è di più bello di questo?” domanda a suo nipote Kurt di fronte a un bicchiere di limonata sorseggiato all’ombra di un melo (da qui, infatti, il titolo della raccolta), riconoscendo così nelle piccole cose del quotidiano, anche le più insignificanti, la bellezza della vita e il banale – e molto spesso invisibile – splendore della semplicità.

Forse è proprio questo lo schema da seguire per creare un commencement speech in grado di essere ricordato: semplificare. Semplificare la realtà di chi sta per abbandonare l’ennesima – figurativa – sacca uterina che lo ha accolto e gli ha fatto da bozzolo negli ultimi anni della sua vita, esattamente come tante altre istituzioni familiari e scolastiche in precedenza. Semplificare per esprimere in modo chiaro, schietto, disilluso cosa attende una nuova generazione di laureati. David Foster Wallace nel suo discorso pronunciato nel 2005 presso il Kenyon College (inserito nella raccolta di racconti “Questa è l’acqua”, edita da Einaudi) afferma come la realtà tenda spesso a essere mistificata, nonostante sia tutta lì di fronte a noi, pronta ad essere raccolta senza alterazione alcuna. Una mistificazione basata sull’incapacità di metabolizzare le miriadi di declinazioni della vita attraverso una prospettiva che sia diversa dalla nostra – “Pensateci: non avete vissuto una sola esperienza che non vi vedesse al suo centro esatto” afferma Wallace – e utilizzando come unici strumenti di elaborazione l’intolleranza, l’arroganza, il dito puntato verso gli altri. Una sorta di “modalità predefinita” della nostra mente che finisce per sintetizzare in modo cerebrale e astratto, finanche angosciante e squallido, quanto appartiene al mondo concreto e che va domata attraverso il rifiuto del solipsismo più disperato.

Noi sappiamo come vi sentite adesso, dicono per lo più tutti gli illustri oratori. Conosciamo a menadito ogni vostro terrore, ogni vostra incertezza. Oggi siamo qui da questo lato del palco per dirvi: state tranquilli, è tutto secondo i piani. È probabile che fallirete, ma questo non importa. C’è tra di noi perfino chi non aveva neanche raggiunto il gradino della laurea prima di spiccare il volo (come nel caso di Steve Jobs o di Ray Bradbury, autore di “Fahrenheit 451“, che ammise di fronte agli studenti del Claremont McKenna College di non aver mai frequentato l’università e di essersi “laureato nella biblioteca”). Tuttavia siamo sopravvissuti, o forse anche più che sopravvissuti. Ci siamo riusciti noi, riuscirete anche voi. È un sillogismo che non è in grado di risultare sempre convincente ma che in un’epoca come questa, fitta di incertezze e nella quale le relazioni – non solo quelle interpersonali ma anche quelle internazionali – vengono polverizzate con una facilità disarmante, non può che essere l’unica via per corroborare una forma di fiducia verso il futuro. Non può che alimentare una fame di fede e di speranza.

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