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“Agonismo” s. m. [dal greco ἀγωνισμός «lotta»]: “particolare impegno di un atleta o di una squadra durante lo svolgimento di una gara, spirito combattivo”. Per un agonista è peggio arrivare secondi, dietro al migliore, o arrivare quarti, sotto al podio? Chiedetelo a Tania Cagnotto, una delle atlete italiane più vincenti dell’ultimo ventennio. Professione: tuffatrice.

Fra il 2000 e il 2016 cinque partecipazioni olimpiche (solo il coronavirus le ha impedito di arrivare a sei).  Eppure, se si guarda il suo palmares balza all’occhio subito un dato: una marea di medaglie agli Europei (20 ori, 5 argenti, 4 bronzi), un oro mondiale e “solo” un argento e un bronzo alle Olimpiadi di Rio. Se non si conoscesse la storia di Tania, potremmo certamente annoverarla fra le migliori atlete italiane di sempre, ma di sicuro non fra le più vincenti.

Non sono d’accordo e, fra queste righe, proverò a spiegarvi il perché.

L’agonismo, come dicevo, è lo spirito di combattimento che al tempo dei greci si esprimeva nella lotta. Nello sport moderno può concepirsi in vari modi: lotta contro il tempo, contro un record, contro un avversario, contro una giuria. In ogni caso l’agonismo è sempre presente nello sport. Potremmo dire che è la sua linfa vitale. Agonismo significa non mollare davanti a una delusione. Sapersi rialzare sempre.

A Pechino 2008, Tania ha 23 anni e arriva al quinto posto nell’unica competizione da lei disputata, i 3mt. Non le basta.

A Londra, quattro anni dopo, arriva come regina del trampolino 1mt e del sincro con l’amica Francesca Dallapè. Nonostante ciò, per pochi punti (20 e 100, per la precisione), vince (per così dire), singolarmente e in coppia, due “legni”, o quarti posti. Quattro anni per questo.

È distrutta e pensa al ritiro, lo annuncia addirittura. Pensa a tutto il lavoro fatto, i sacrifici, le rinunce; vittorie e sconfitte che l’hanno accompagnata fino a quel momento non potranno mai consolarla.

In lacrime dirà che tutto ciò è ingiusto, esprimendo tutto il suo rammarico. Perché soffrire a tal punto per un legno? Quanto può valere tutto questo per lei?

Superato il momento di difficoltà, si rialza, impara dalla sconfitta, come ogni vero sportivo sa fare, e si prepara per Rio 2016. Persiste nelle sue specialità, in singolo e in coppia. Vince in preparazione all’olimpiade il suo primo oro mondiale a Kazan e 12 medaglie (di cui 10 d’oro) in tutti gli europei disputati in quegli anni.

È in questo momento che Tania ripensa a Londra: ripensa a quando, in lacrime, vedeva le premiazioni del podio, ma lei era sotto, perché non esiste un quarto posto. Non esiste nemmeno se ti ci avvicini per qualche punto. Non esiste la medaglia di legno.

Tania ha imparato a soffrire, sa cosa vuol dire vincere, essere la migliore. Quando esce dalla vasca dopo un tuffo, la prima cosa che fa è rivedere, insieme al suo allenatore di una vita – suo padre -, la sua esecuzione: fa sempre una smorfia, non si accontenta. Forse perché la perfezione non esiste nemmeno nella nostra testa e, per Tania, la perfezione non sta nel voto della giuria.

È proprio così che impara dalle piccole e grandi delusioni, sviluppando la sua concezione personale di vittoria: essere vincenti non vuol dire avere al collo numerose medaglie, anche d’oro. Essere vincenti significa saper affrontare col sorriso la sconfitta e saper imparare da questa, sempre. Lo vedi nella vita un vincente, in tutti i suoi atteggiamenti. Lo distingui nettamente un vincitore da un perdente.

Tania si presenta all’edizione brasiliana psicologicamente e fisicamente più pronta che mai. Dopo un duello agonistico incredibile con l’imbattibile coppia cinese, Tania e Francesca vincono la medaglia d’argento, piazzandosi dietro di loro.

Adesso rimane l’ultima sfida per Tania: conquistare la medaglia nel trampolino 3mt. Le avversarie sono sempre loro due, insormontabili. Tania non demorde, e non punta al podio: punta al massimo, come ogni vincente fa. Dopo una gara incredibile, forse la sue migliore (insieme a Londra 2016), vince il bronzo, un bronzo che vale più di un oro. Questa volta sul podio c’è lei e con un sorriso a trentadue denti rivede davanti a lei ciò che era successo quattro anni prima.

Dirà, dopo la gara: “A Londra doveva andare così, mi ha insegnato tanto quella sconfitta. Ho sofferto parecchio. Forse non avrei vinto un mondiale o tutti quegli ori europei. Nella vita e nello sport esistono momenti alti e momenti bassi. Qui ho recuperato le medaglie perse a Londra, ma ora so che la giustizia esiste, e che bisogna crederci: se uno si comporta bene, il bene gli ritornerà prima o poi. Di solito…”.

Per un agonista è peggio arrivare secondi, dietro al migliore, o arrivare quarti, sotto al podio? Chiedetelo a Tania Cagnotto, 35 anni compiuti ieri. Una vincente nella vita. Un’agonista pura nello sport.

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