musica – 360°- il giornale con l'università intorno http://www.360giornaleluiss.it Thu, 22 Feb 2018 10:08:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.8.2 http://www.360giornaleluiss.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/02/cropped-300px-32x32.png musica – 360°- il giornale con l'università intorno http://www.360giornaleluiss.it 32 32 97588499 Festival di Sanremo: trionfano la musica e la competenza http://www.360giornaleluiss.it/festival-di-sanremo/ Mon, 12 Feb 2018 13:35:28 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=9193 La 68esima edizione del Festival di Sanremo si è appena conclusa ed è stata una rivelazione inedita ed inattesa. Criticatissima nei mesi precedenti per l’età media presente alla kermesse, la piacevole sorpresa è stata rappresentata dallo share e dalla classifica finale; infatti, basti pensare che i tre finalisti erano tra i più giovani della competizione.

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La 68esima edizione del Festival di Sanremo si è appena conclusa ed è stata una rivelazione inedita ed inattesa. Criticatissima nei mesi precedenti per l’età media presente alla kermesse, la piacevole sorpresa è stata rappresentata dallo share e dalla classifica finale; infatti, basti pensare che i tre finalisti erano tra i più giovani della competizione.

Ad aggiudicarsi il tanto ambito “Leone d’oro” sono stati Ermal Meta e Fabrizio Moro, con una canzone che ha colpito anche i più scettici. Non mi avete fatto niente rappresenta la lotta in musica al terrorismo, la risposta a delle “inutili guerre”; parole di speranza che hanno commosso e rassicurato tutti. I due cantautori non sono stati affatto svantaggiati dalle critiche del presunto plagio, ma ne sono usciti addirittura più forti, rispondendo con la loro musica. La voce dolce e carezzevole di Meta e quella graffiata e decisa di Moro hanno dato ancora più forza e valore al messaggio contenuto nel loro brano.

Nessuno avrebbe dato un centesimo a Pierfrancesco Favino, non ancora molto popolare tra il grande pubblico televisivo, ma noto agli appassionati di cinema e teatro per il suo grandioso talento. Ebbene sì, durante questo festival ha fatto di tutto; cantante, ballerino e comico. Nell’ultima serata ci ha persino fatto piangere con il bellissimo monologo da lui interpretato e tratto da “La notte poco prima della foresta”. Quei minuti pieni di poesia ed arte hanno fatto il giro del web e raccolto consensi in ogni dove, rendendo popolare una situazione tragica dei nostri giorni in cui c’è chi si sente straniero ovunque e viene mandato da un paese all’altro come un pacco da spedire. Il monologo ha offerto un’enorme spunto di riflessione su una delle frasi che più sentiamo pronunciare oggi: “mandiamoli a casa loro”, senza pensare che “loro” hanno radici, vita e sentimenti. Sono stati quattro minuti e mezzo di agonia, in cui l’intensità dell’istrionico attore è stata essenziale ed ha colpito dritto al cuore degli spettatori.

Favino ha sicuramente vinto quest’edizione del festival e stregato il pubblico italiano; commovente il gesto di capitan Baglioni che, facendo un passo indietro, gli ha lasciato prendere l’applauso più lungo dell’ultima serata.
Il cantautore, alla guida della 68esima edizione del festival, si è sicuramente avvalso di una coppia vincente, come dichiarato da lui stesso in conferenza stampa: “Il merito grandissimo va a Michelle e Pierfrancesco, l’unico mio talento è stato l’essere andato a cercarli”.

In fondo, infatti, nessuno avrebbe dato un centesimo a Claudio Baglioni come direttore artistico, che invece ha cantato con tutti e curato minuziosamente ogni dettaglio purchè fosse la Musica a vincere. E, indubbiamente, ci è riuscito, riportando la canzone italiana al centro di tutto, facendola trionfare su teatrini futili e collaterali alla vera gara.

Baglioni è stato vincente, nonostante fosse dato per sconfitto: serietà, bravura e storia della musica italiana concentrate in un solo uomo. Il capitano coraggioso ha colpito nel segno per la maggior parte delle sue scelte e delle sue azioni; una fra tutte, la selezione delle Nuove Proposte, mai variegata e signficativa come quest’anno, e che ha visto trionfare Ultimo, il ragazzo che parla agli emarginati e agli sconfitti.

Nessuno ci avrebbe scommesso su questo festival. E invece, si è rivelato il festival dell’abilità, della capacità, della perizia, della preparazione, dell’esperienza e della pratica. Si è seguita una logica antica, ma essenziale (e ormai dimenticata in TV): ognuno fa ciò che sa fare. Senza strafare, senza fare salti mortali: siamo abituati ad un’epoca in cui le scrittrici diventano showgirl, gli attori parlano di politica e invece Baglioni ha ristabilito l’ordine cosmico. Ciò è stato proposto al pubblico anche dal dialogo tra Edoardo Leo e Pierfrancesco Favino nella serata finale, in cui ironizzano proprio su questo aspetto di “commistione” molto popolare in Italia.

Tutti hanno detto che non l’avrebbero guardato, e invece il festival ha fatto i migliori ascolti a partire dal 1999, con una media del 51,1% di share. Non sono mancati momenti down, com’è giusto che sia, e canzoni che non si è capito perchè siano state selezionate, ma il bilancio è nettamente positivo.

Molte persone credono che il Festival di Sanremo sia semplicemente un evento mondano, con delle canzonette; ma è la musica leggera a guidare e ad influenzare ogni tipo di coscienza. Quest’anno possiamo dire che l’Italia, in tutti i suoi aspetti, è stata rispecchiata dalle canzoni in gara: l’ironia e il sarcasmo di Arrivedorci, la dolcezza di una leggenda come quella di Cristalda e Pizzomunno, la reazione al terrorismo di Non mi avete fatto niente, la poesia in musica scritta da Dalla e il coraggio di opporsi alle imposizioni di Una vita in vacanza.

Sicuramente, quest’anno, non è mancata la sostanza fuori e dentro la competizione, e nonostante Sanremo possa essere una futile mondanità, rappresenta uno specchio per tutti. Come già accennato, la musica leggera fa parte della nostra cultura e del nostro costume e non bisogna vergognarsi di guardare Sanremo: rappresenta l’Italia, ci ricorda ciò che eravamo e ci presenta chi siamo diventati e, molte volte, anticipa chi diventeremo.

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Omaggio alla Settima Arte http://www.360giornaleluiss.it/omaggio-alla-settima-arte/ Tue, 25 Oct 2016 14:35:13 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=7333 Siamo nel periodo più in fermento dell’anno. A Ottobre si sa, le città pullulano di eventi e festival e sagre che una volta arrivati a Natale siamo già stanchi – o Nati stanchi, come direbbero i nostri cari comici Ficarra e Picone, giusto per restare in tema. E cosa è successo a Roma negli ultimi

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Siamo nel periodo più in fermento dell’anno. A Ottobre si sa, le città pullulano di eventi e festival e sagre che una volta arrivati a Natale siamo già stanchi – o Nati stanchi, come direbbero i nostri cari comici Ficarra e Picone, giusto per restare in tema. E cosa è successo a Roma negli ultimi dieci giorni di Ottobre si sa pure, soprattutto se siamo stati bombardati su qualsiasi social dall’hashtag #RomaFF11. Che non è una sigla di formula uno, ma più semplicemente l’acronimo per 11° Roma Film Fest, l’evento più atteso dal pubblico romano cineasta, oltre che dagli innumerevoli appassionati di cinema, romani e non, cultori sfegatati e non.

“Eleganza e internazionalità sono fra gli elementi fondanti della mia idea di Festa: è questo il senso dell’immagine simbolo di quest’anno, che vede danzare Gene Kelly insieme a Cyd Charisse.” Così risponde ai microfoni dei telecronisti Antonio Monda, Direttore Artistico del Festival per il secondo anno, mentre i cameramen inquadrano la ballerina statunitense Cyd Charisse abbandonarsi alla romantica presa di Gene Kelly, nell’intramontabile Singin’ in the Rain.
Eleganza e internazionalità dunque, ma non solo: discontinuità e varietà sono gli altri due temi chiave di quest’anno, per un festival che fosse questa volta dinamico e non ingabbiato nella tipica formula concorsuale – il festival mummificato da concorsi e premi che piaceva davvero poco al pubblico capitolino. Non a caso dunque ne è derivata la scelta di cambiare il nome da « Festival » in « Festa », e giusto perchè non solo l’Auditorium di via Pietro De Coubertin si vestisse a festa ma la Capitale tutta, non è stato difficile reperire manifesti e indicazioni sparsi a tappeto per la città. Proprio così, come in una sorta di Cammino di Santiago in salsa romana – « Il Cammino per Roma », si potrebbe azzardare! – si peregrinava dal centro alla periferia – perfino le Carceri di Rebibbia sono state imbandite a cineforum – dal Red Carpet di via De Coubertin a quello di via Condotti, passando per gli appuntamenti al Maxxi e alla Casa del Cinema di Villa Borghese.

La struttura della festa ha una forma decisamente poliedrica: non bastava la Selezione Ufficiale – categoria sotto la quale vengono presentate 44 pellicole di 26 paesi in anteprima mondiale per concorrere al Premio del Pubblico -, Monda ha pensato bene di andare a pescare negli altri Festival, giusto perchè il suo pubblico non restasse a bocc’asciutta, e così ha inserito Tutti ne parlano, una piccola sezione con quattro film che hanno ricevuto particolari attenzioni in altri festival. Non meno importante, per il Direttore Artistico, è il tema del dialogo, motivo per cui è nato Incontri Ravvicinati, ovvero uno spazio in cui fosse possibile per il pubblico fare il proprio incontro con le grandi personalità dell’arte, spaziando dai grandi del cinema come Oliver Stone, Bernardo Bertolucci, David Mamet, Viggo Mortensen, Meryl Streep e Roberto Benigni, passando per l’arte contemporanea con Gilbert&George, per finire alla musica con Jovanotti, Michael Bublé e Paolo Conte. Senza considerare l’ovazione ricevuta da Tom Hanks, primo fra tutti ad aprire le danze su Red, o i numerosi selfies scattati col cast di The English Patient, che si è mostrato brioso e accessibile al pubblico nell’ultima giornata della Festa, domenica 23.
Le altre sezioni della Festa riguardano le Retrospettive, due  delle quali dedicate rispettivamente a due grandi del cinema inglese ed italiano, nei nomi di Tom Hanks e Vittorio Zurlini, e l’altra alla politica statunitense, con l’intento di dare una rispolverata ai miti del passato a meno di un mese dalle elezioni presidenziali. Suggella il tutto Alice nella Città, la sezione autonoma e parallela alla Festa del Cinema dedicata al cinema per ragazzi, ormai fedele alleato della kermesse romana. 

Dieci giorni di full immersion dentro questo parco divertimenti, all’interno delle sale messe sù da Renzo Piano – seppur sprovviste di Wi-Fi – in effetti sono stati una cosetta così. Forse in poche altre occasioni non si è avvertita la nostalgia della rete, avviluppati come si era dal network di artisti, imprenditori e addetti stampa che scivolavano giù lungo il tappetone rosso da mattino a sera. E nel frattempo cibo e musica a cielo aperto a fare da sfondo. Già, proprio una cosetta da nulla.

 

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David Gilmour torna a Pompei http://www.360giornaleluiss.it/david-gilmour-torna-a-pompei/ Thu, 30 Jun 2016 15:27:36 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=6805 Tutto iniziò da una malattia mentale, dovuta probabilmente all’eccessivo uso di sostanze stupefacenti, che portò Syd Barrett all’abbandono dei Pink Floyd e poco tempo dopo alla sua morte, a causa di un cancro al pancreas. Dopo un breve periodo in cui i membri del gruppo furono cinque, il giovane David Gilmour prese definitivamente il posto

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Tutto iniziò da una malattia mentale, dovuta probabilmente all’eccessivo uso di sostanze stupefacenti, che portò Syd Barrett all’abbandono dei Pink Floyd e poco tempo dopo alla sua morte, a causa di un cancro al pancreas. Dopo un breve periodo in cui i membri del gruppo furono cinque, il giovane David Gilmour prese definitivamente il posto di Barrett, cambiando e innovando la musica del gruppo. Con l’ingresso di Gilmour, i Pink Floyd abbandonano progressivamente la psichedelia per abbracciare uno stile rock progressive, consacrato nel 1970 dalla pubblicazione di Atom Heart Mother. Fu solo l’inizio di una serie di concept album. Gilmour, Waters, Wright e Mason fondono le loro capacità al meglio, scambiandosi persino le parti della voce e divenendo un tutt’uno, proprio come i loro successivi album.

Il successo aumenta nel 1973 con The Dark Side of the Moon: una musica concettuale cui si affiancano testi di contenuto filosofico e di riflessione sulla condizione umana, aspetto che caratterizzerà la restante carriera del gruppo. Gli argomenti trattati riguardano vari aspetti della natura umana: Speak to Me e Breathe parlano della nascita e dell’infanzia; Time affronta il tema dell’invecchiamento e del rapido approssimarsi della morte; The Great Gig in the Sky espone pensieri religiosi e di morte; Money mette a nudo il sentimento di avidità che prende l’uomo e il suo istinto al consumismo; Us and Them si riferisce al conflitto, e al fatto che ciascuno ritenga se stesso sempre dalla parte della ragione; Brain Damage guarda alle malattie mentali, mostra come la follia sia solo relativa e quanto la vecchiaia porti lontano da ciò che si era un tempo; infine, Eclipse afferma il libero arbitrio e la casualità degli eventi. Anche le copertine degli album sono significative. Sono simboli rappresentanti l’insieme dei concetti espressi nel concept album. Ad esempio, in The Dark Side of the Moon è disegnato un prisma triangolare rifrangente un raggio di luce. Il fascio di luce rappresenta una serie di eventi belli e brutti che rischiano di minare la salute mentale dell’individuo medio, portandolo sull’orlo tra il lato della luna quotidiano e illuminato dal sole della serenità e quello oscuro, cioè sconosciuto anche a lui stesso e spaventoso. Il raggio di luce è la vita, che inonda il prisma, che è l’uomo, restituendo come conclusioni le sue idee e azioni, che sono tutte proiezioni dello stesso individuo nello stesso mondo sublunare.

Ma come le più grandi band, anche i Pink Floyd ebbero un periodo di crisi che portò all’uscita dal gruppo di Roger Waters e alla cosiddetta “era di Gilmour”. Oramai era abbastanza famoso e amato da tutti i giovani che desideravano un futuro migliore e abbandonavano i loro problemi immergendosi completamente in quella musica. Siamo nel 2014, quando finalmente tornano per un’ultima volta i “nuovi” Pink Floyd, con The Endless River, anch’esso carico di simbologia. Il tempo li ha cambiati ma hanno ancora la stessa forza che li aveva spinti quando erano giovani e pronti per “cambiare il mondo”, in un’epoca tutta da rivoluzionare: l’uomo che naviga verso l’orizzonte, raffigurato sulla copertina, non ha una meta precisa ma è pronto a percorrere il “fiume infinito” della sua musica.

Oggi, nel 2016, da rivoluzionare non c’è più nulla. E se anche ci fosse qualcosa, la musica dei Pink Floyd non basterebbe. Ma David Gilmour sale ancora sul palco, per ricordare quei tempi e spronare ancora noi giovani ad avere quella forza necessaria per “cambiare il mondo”. Quest’estate arriverà anche in Italia. Una delle mete è Pompei, l’antica città romana distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Nel 1971 quelle rovine romane ebbero l’onore di lasciarsi inebriare dall’incantevole melodia di brani come Echoes, One Of These Days, A Saucerful Of Secrets, Careful With That Axe, Eugene e Set The Controls For The Heart Of The Sun, riprese di notte con pochissima illuminazione così da creare suspense. Le altre canzoni furono riprese di giorno, e i video si alternano a scene che ritraggono l’atmosfera storica degli scavi, con mosaici, dipinti e templi. Noi abbiamo potuto soltanto immedesimarci in quell’atmosfera paradisiaca, tra le riprese dei brani musicali e i momenti di vita quotidiana, grazie al film Pink Floyd: Live at Pompeii. Difficilmente potrà ripetersi qualcosa di simile, ma sono sicura che il 7 e l’8 luglio Gilmour saprà colmare i suoi fan di emozioni e celebrare degnamente il suo passato.

Articolo apparso su “360° – Il giornale con l’Università intorno”, n.04, giugno 2016, anno XIV.

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Beethoven e l’Intifada http://www.360giornaleluiss.it/beethoven-e-lintifada/ Tue, 09 Feb 2016 15:56:56 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=5706 “A Beethoven la politica stava a cuore…”  Talmente a cuore che avrebbe accettato di buon grado che il suo quinto concerto per pianoforte ed orchestra, l’Imperatore, cambiasse nome per diventare l’inno di battaglia dell’Intifada. Parola di John Berger, “uno dei più importanti intellettuali europei”, che citato su Internazionale del 23 ottobre ha l’ardire di affermare che

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“A Beethoven la politica stava a cuore…” 

Talmente a cuore che avrebbe accettato di buon grado che il suo quinto concerto per pianoforte ed orchestra, l’Imperatore, cambiasse nome per diventare l’inno di battaglia dell’Intifada. Parola di John Berger, “uno dei più importanti intellettuali europei”, che citato su Internazionale del 23 ottobre ha l’ardire di affermare che è giusto dedicare ai combattenti palestinesi questa meraviglia prodotta da uno dei più grandi geni che siano mai appartenuti al genere umano, perché “evoca una felicità senza limiti che non possiamo possedere”. Sostiene Berger che da oggi in poi il concerto dovrebbe essere intitolato “concerto per pianoforte e orchestra n.5, l’Intifada”.

Senza entrare nel merito della questione israelo-palestinese, o della linea politica (nonché della spocchia al caviale) di Internazionale, la questione più stringente è un’altra. A Beethoven la politica non stava a cuore, come afferma il nostro luminare. Nonostante Berger, per avvalorare la sua tesi, affermi che Beethoven aveva dedicato la terza sinfonia a Napoleone per ideali politici, dice il falso, o quantomeno esagera. Beethoven era sì imbevuto dei fermenti rivoluzionari che attraversavano l’Europa all’alba delle imprese del Bonaparte, ma era soprattutto animato da un sincero idealismo romantico che è stato bussola per tutta la sua vita. Beethoven vedeva in Napoleone una manifestazione dello spirito assoluto, ben prima di un martire per i diritti politici. Era mosso da una fiducia resa commovente dagli sviluppi della sua malattia, nella spiritualità e nel genere umano muovevano i suoi gesti, verso un’unione che è tutto ciò che la politica non fa, per definizione. Basti pensare che la sua nona sinfonia, quella dell’Inno alla Gioia, era stata concepita, nel suo essere opera d’arte totale, come un abbraccio al mondo intero.

Neppure il rapporto del maestro di Bonn con i “politici di professione” era dei migliori. C’è un aneddoto significativo di questo suo atteggiamento quantomeno distaccato nei confronti della politica, raccontato da Bettina Brentano, poetessa a lui contemporanea. Pare che Beethoven stesse a passeggio per Vienna con l’amico Goethe, al tempo funzionario governativo nello stato di Weimar, e che questi al passaggio del corteo Imperiale si fosse genuflesso in modo quasi servile, mentre Beethoven era passato oltre senza neppure togliersi le mani dalle tasche. Passato il corteo, Beethoven si sarebbe rivolto con disprezzo verso Goethe dicendo “Lei sarà anche un grand’uomo, ma quelli là li ha ossequiati troppo”. Di aneddoti simili è piena la vita dell’autore della Sonata Waldstein, anche se basta questo a smontare la tesi per cui la politica sarebbe stata a cuore ad una mente tanto nobile. Ma il punto non è neppure questo, e non occorre accanirsi contro Berger, ma contro la leggerezza con cui questo intellettuale ha attribuito una propria volontà politica ad un’opera d’Arte. Non si tratta solamente di capire quale nesso abbia il concerto Imperatore con le violenze del Checkpoint di Ramallah, ma che cosa abbia da spartire il senso universale della musica – della musica orchestrale poi! – con il bieco particolarismo di una singola questione politica.

Offrire una composizione, un’opera d’arte in pasto alla caducità di un singolo proposito politico o sociale, per quanto nobile possa apparire, significa distruggere l’indipendenza della creazione artistica. Non necessariamente per seguire un gusto estetizzante o decadente, non è questione di far “l’art pour l’art”. Si tratta piuttosto di una necessità più profonda, di preservare il respiro universale dell’espressione artistica, svincolato da una qualsivoglia causa e dagli accidenti storici. Purtroppo è una tendenza che sta perdendo sempre più terreno. Basti pensare che la nuova Stagione dell’Accademia di Santa Cecilia è stata inaugurata da un’opera interamente costruita sui discorsi di Nelson Mandela, per accompagnare degnamente proprio la Corale di Beethoven che, sul celebre testo di Schiller, voleva essere un abbraccio al mondo intero.

Davvero siamo convinti che la musica abbia bisogno di essere nobilitata da una causa particolare per poterci portare un messaggio vero? Questa naturalmente non è una degenerazione che nasce oggi, bando ai catastrofismi, ma che risuona ancora di più nel vuoto di un “dibattito culturale” tutto imbevuto di feticismo per l’innovazione e di snobismo radical chic, che sconta ancora i danni di un modernismo imposto, ideologico e forzato. Ed è proprio il tentativo dell’ideologia di entrare a forza nella musica, di appropriarsi di essa, ciò da cui occorre guardarsi. Meglio che la musica rimanga incontaminata e riservata ad un pubblico ristretto, piuttosto che edulcorata da messaggi che con l’Opera in se non hanno nulla a che vedere. E poi, parlando francamente, non occorre certo essere musicologi diplomati per capire che il concerto Imperatore sarebbe stato la perla che è anche se si fosse chiamato “concerto n. 5” e basta. Figuriamoci se potrebbe trarre giovamento da un nuovo battesimo nel sangue evocato dalla parola Intifada.

A Beethoven stava a cuore la musica.

Articolo apparso su “360° – Il giornale con l’Università intorno”, n.02, dicembre 2015, anno XIV.

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Twinkle Twinkle Blackstar – Goodbye David Bowie http://www.360giornaleluiss.it/goodbye-davidbowie/ Thu, 14 Jan 2016 14:31:51 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=5594 Se chiedete a qualcuno con qualche anno di più che non lo ama particolarmente “chi è David Bowie?”, nel 90% dei casi vi risponderà esattamente con testuali parole “beh, era prima di tutto un trasformista”, mettendo volutamente in rilievo la sua tendenza all’ostentazione dell’immagine rispetto alla produzione artistica, facendo involontariamente il gioco dell’autore che ha

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Se chiedete a qualcuno con qualche anno di più che non lo ama particolarmente “chi è David Bowie?”, nel 90% dei casi vi risponderà esattamente con testuali parole “beh, era prima di tutto un trasformista”, mettendo volutamente in rilievo la sua tendenza all’ostentazione dell’immagine rispetto alla produzione artistica, facendo involontariamente il gioco dell’autore che ha dedicato la sua vita alla ricerca di un’identità, aprendo al futuro e rinnegando il passato:

 

“Ch-ch-changes
Just gonna have to be a different man
Time may change me
But I can’t trace time”

 

Questo è stato per tutta la sua carriera (e vita) il Leit Motiv dell’ “Uomo che ha venduto il mondo”. Un repertorio semiquasi infinito di cambiamenti repentini e impressionanti. Quello che nasce come artista Folk si riscopre anima di un Rock spregiudicato e sarcastico di cui non è schiavo, anzi lo padroneggia al punto tale di sbeffeggiarlo senza ritegno con canzoni ironiche che prendono spunto da diversi cliché e diversi sound. Non c’è la tanto osannata sincerità tra artista e pubblico. I valori dei Rocker classici vengono pian piano smontati con testi irriverenti, look non propriamente canonici e la spasmodica ricerca dell’immagine destabilizzante, strabiliante, provocante.

È quasi impossibile tenere conto dell’immensa produzione dell’artista più fluido della capitale britannica, è già difficile seguire l’orbita irregolarmente regolare sulla quale ha sempre viaggiato: dal Glam – Rock con il rossetto e i premi come “Donna peggio vestita dell’anno”  alla Dance. Da alieno caduto sulla terra, estremo ed esagerato, ai tempi in cui lui interpretava Ziggy Stardust (o viceversa probabilmente), conducendolo alla morte in un ultimo affondo, degno del miglior Cervantes, alla cultura musicale rockeggiante che ha sempre teso a sostituire in fretta i propri miti, passando per gli scenari post apocalittici tra uomini-cane e grattacieli, fino a giungere alle collaborazioni con Guru quali Brian Eno nel periodo Berlinese, senza dimenticare l’aristocratico decaduto filofascista Duca Bianco.

Fatto sta che di materiale ce ne sarebbe abbastanza da parlare andando avanti per ore, uno dei pochi artisti illuminati in grado di portare la versatilità all’estremo, la cui artificialità è estremamente naturale, perché in grado di conciliare hard rock, trucco da drag queen, ballate languide, blues, pop art e musica elettronica. Il tutto portando sulle spalle l’arte circense dei clown, dei mimi e le diverse forme della danza in un immenso vortice kitsch in grado di travolgere ogni cosa incontrasse sul suo percorso, lasciandosi alle spalle critiche negative e insuccessi musicali (e superare il “decennio terribile”, durante il quale era diventato la caricatura della caricatura di se stesso, non era facile), aumentando sempre di intensità e minando le fondamenta del buon gusto e del  “common sense”, in una forma moderna di sublime Burkiano o alla Turner (il cosidetto Delightful Horror).

Ma se c’è una cosa che David ha sempre amato, è lo spazio. In questo e molto altro l’alieno caduto sulla terra a Londra ne ricorda un altro di Alieno Londinese, un dottore, Il Dottore: anch’esso padrone del tempo, anch’esso capace di cambiare diverse identità una dopo l’altra, anch’esso perso senza meta a vagare tra mondi diversi, anch’esso in fuga da qualcosa e anch’esso incapace di sistemarsi e fermarsi in un punto.

Ed è normale, è magnificamente lampante: il “Bonk-Eyed Ginger” è anni luce avanti rispetto al suo tempo, è una forza irrefrenabile che viaggia a migliaia di metri da terra perché lì, in assenza d’attrito, può permettersi di continuare all’infinito. A Lad Insane è il catalizzatore perfetto tra passato presente e futuro (non per nulla viene definito artista più influente del decennio).

L’ironia permea l’opera omnia. Abbiamo parlato delle sue metamorfosi quasi escheriane, ma arrivati a questo punto è necessario puntare la lente d’ingrandimento sull’eccezione che conferma la regola.

Quest’eccezione ha un grado e un nome: Major Tom.

Ora si attuerà una semplicissima divisione: da un lato quelli che potrebbero snocciolare l’intero testo delle due canzoni (più una se calcoliamo Hallo Spaceboy) in cui questo nome appare; dall’altro quelli che non sono veramente in grado di associarla a nulla ma balzeranno in piedi non appena sentiranno le note di Space Oddity, uno dei primi successi di Bowie. Major Tom lo seguirà fedele fino a fine carriera.

Prima come astronauta temerario che si avventura fuori dalla capsula e nello spazio dopo esser diventato una celebrità, lui è rilassato ma inquieto. “Le stelle non sono come prima e sto fluttuando in maniera strana”, “mi sto muovendo ma mi sento fermo come non mai” e qui le interpretazioni si sprecano, perché la situazione è quantomai contraddittoria. Chiunque abbia avuto la fortuna di sentire la canzone fresca di composizione avrà percepito probabilmente la paura del successo, della fama, l’uscita dalla comfort zone, l’avventurarsi e lo spingersi oltre dell’artista, la sottomissione della vita privata ad opera della figura pubblica che diventa famosa in una sorta di Hotel California fantascientifico. Ma con il senno di poi capiamo che l’avventura del “maggiore” è anche la rappresentazione della più grande paura dello Starman: non esser più in grado di controllare il suo futuro, muoversi senza andare in nessuna direzione, in balia di una forza superiore. Questa paura, però, lascia spazio a una piccola consolazione quando la rassegnazione strappa un sorriso triste all’uomo nella tuta che lascia come ultima volontà quella di dire alla moglie che la ama, mentre ora lui vola in una lattina “far above the Earth”, lasciando trasparire come sia per lui un fatto tragico, ma anche un “dolce naufragare in questo mar”.

Major Tom riapparirà – almeno altre due volte -, avrà ruoli ridimensionati (soprattutto nella terza apparizione nella già citata Hallo Spaceboy), ma in Ashes To Ashes l’effetto Spellbreaker è dannatamente dirompente: viene riesumato il protagonista di una vecchia canzone che aveva sentito il “ground control”, viene raccontato un po’ di ciò che accadde dopo e poi BOOM

“Ashes to ashes, funk to funky

We know Major Tom was a junkie”

 

Bowie ci presenta l’eroe in tuta bianca semplicemente come un tossicodipendente, il viaggio spaziale assume le dimensioni di un trip e la gravità sembra sospendere la propria attività, mentre l’immagine dell’uomo nella “lattina d’acciaio” cade in picchiata dallo spazio profondo verso la terra. Privato del mistero, privato del simbolismo che lo innalzava a rappresentante di un escapismo eroico, ora è soltanto un uomo qualunque che dall’alto dei cieli sprofonda nella depressione.

Non servono i sottotitoli per capire che comunque la droga sia stato un capitolo (e forse anche qualche paragrafo in più) della sua vita. L’intonazione della voce mentre pronuncia l’infame verso è provocatoria, è la decapitazione improvvisa di Ned Stark, è Holmes sconfitto da Moriarty, è scoprire l’inesistenza di Keyser Soze, è il castello di carte che crolla con una folata infausta, l’ostensione di una verità così ovvia da esser ignorata.

Ma i sogni difficilmente muoiono, il subconscio è un bandito che sfoggia quel sorriso sardonico prima di pugnalarti nel petto, ricordandoti chi sei e cosa hai fatto anche a distanza di anni, e anche per David Bowie, dopo 67 anni di fuga, giunge il momento di affrontare l’estraneo nello specchio.

Facciamo 66 anni e qualche mese. Se vogliamo esser più precisi parliamo di 18. A Bowie viene diagnosticato un cancro. Inizia una battaglia, la più dura probabilmente: pochissimi sono in grado di vincerla, e quasi mai la vittoria è definitiva.

Ma qui la storia cessa di esser tale e diventa favola.

Il 7 Gennaio viene rilasciato il singolo Lazarus, l’8 Gennaio è la volta dell’intero Album “Blackstar”.

Lazarus è abbastanza inquietante, Bowie è bloccato a letto e bendato e soffre, soffre dannatamente mentre afferma di esser in paradiso, di esser morto dopo sofferenze e pericoli. Dopo poco insorge il delirio ed è finalmente libero, la figura del malato bendato a letto che si alza e il richiamo agli uccelli che sono liberi come lui invoca con forza le scene finali di “Birdman” .

In seguito il morente assume le movenze meccaniche di un burattino e cerca di tenersi in piedi per posizionarsi su uno scrittoio, in preda agli spasmi, ricordando il San Matteo caravaggesco, mentre si avverte la presenza di donne spettrali nascoste negli armadi.

La storia viene continuata nel Videoclip di Blackstar: qui rivediamo di nuovo il cantante bendato e scene con richiami satanici, accompagnate da versi enigmatici ed esoterici. Si accenna a sacrifici umani e l’atmosfera è quanto mai seria e onirica, il tempo e lo spazio si distorcono mentre la musica rituale rievoca quella che potrebbe essere benissimo la colonna sonora di un film sull’Antico Egitto.

E qui vediamo l’atto d’amore. L’inquadratura alterna la casa in cui era ambientata la clip precedente ad uno scenario ultraterreno in cui una ragazza provvista di coda rende omaggio ad un – udite udite – astronauta ormai morto che viene lasciato pietosamente andare in orbita verso una stella che piano piano si va ricoprendo di nero.

Siamo a metà del mastodontico video di 10 minuti, abbiamo visto l’astronauta esser inghiottito dallo spazio, uomini e donne tremanti come nel più classico film di esorcismi. Tutt’a un tratto la musica cambia, diventa celestiale.

Le bende sono sparite in concomitanza della descrizione della morte di un individuo non meglio specificato e del fatto che qualcosa si impossessò di lui nel momento in cui la sua anima spirò.

Qui torna più potente che mai il David di sempre: non c’è il rossetto, non c’è la calzamaglia, ma c’è il ghigno di chi sa già il finale del film, ci sono le movenze volte a suscitare disorientamento. Vediamo il clima ansiogeno d’inizio video spezzarsi quando il neo-sessantanovenne improvvisa un balletto con tanto di linguacce, per poi passare la scena a tre spaventapasseri crocifissi in un campo di grano.

Forse verrebbe da chiedersi il perché di tali canzoni, un sintomo di rinascita? Un “Hey Cancro, sono più forte io!” ? Un “NUNTETEMO” ?

In un certo senso, sì.

Tutto ciò era il semplice corso degli eventi che seguiva la già citata “orbita regolarmente irregolare” dell’uomo che più di tutti forse poteva esser considerato una Star, una stella nel vero senso della parola.

Stella : Corpo celeste che brilla di luce propria.

Il segreto sta proprio nell’essenza dell’uomo e Davie non era un uomo normale: lui era lo Starman e in quanto tale ha vissuto la sua vita ardendo, illuminando ovunque la sua luce fosse in grado di arrivare.

Ma si sa che la luce impiega del tempo a raggiungere la Terra, e si sa anche che le stelle hanno anch’esse un percorso di decadimento. Alcune si spengono in silenzio, è vero, ma le più grandi hanno un destino più glorioso.

Alcune se ne vanno con un’esplosione, una supernova è il loro testamento: l’esplosione riecheggerebbe per la galassia causando stupore negli occhi degli spettatori ma, come nel caso del Sole, quando questo accadrà sulla Terra verrà percepito dopo diverso tempo.

La Blackstar sapeva di esser esplosa. Era solo questione di tempo prima che il resto del mondo se ne accorgesse. Dopo una vita intera passata ad anticipare mode, ideali e tendenze, ha deciso di anticipare la morte stessa con un testamento in musica a 48 ore dalla dipartita, lasciando a bocca aperta tutti con un coup de theatre da Standing Ovation, cercando per un’ultima volta di sgomentare il proprio pubblico.

Se c’è un’altra cosa che lo studio dei corpi celesti ci ha insegnato è che da una supernova può nascere a volte una stella di neutroni, un corpo celeste relativamente piccolo ma estremamente denso: il suo nucleo . Ciò che rimane della stella, ormai spoglia di ogni apparenza, cessa d’esser oggetto in divenire e rimane nudo così com’è. Immobile, e senza poterci far nulla.

Ma Davie Boy non si arrenderà così. Troverà il modo di sputare nell’occhio delle leggi dell’universo. Deve solo ritrovare l’orientamento e continuare a correre, come il messaggero dell’imperatore kafkiano: sa che andrà, non sa dove, ma lo dice lui stesso…

 

“I don’t know where i’m going from here

 But I promise it won’t be boring…”

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Talenti catalani, musica internazionale http://www.360giornaleluiss.it/talenti-catalani-musica-internazionale/ Fri, 27 Nov 2015 07:19:13 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=5257 Per gli artisti nati in Catalogna fuggire da Barcellona è una scelta che paga      Ombra in casa, luce all’estero. “Trionfem a fora” – ‘Vinceremo Fuori’ – commentano con un poco di sorpresa i critici musicali barcellonesi prendendo coscienza delle nuove dinamiche del business musicale. Se da una parte il pubblico concertistico dell’autunno catalano preferisce

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Per gli artisti nati in Catalogna fuggire da Barcellona è una scelta che paga   

 

Ombra in casa, luce all’estero. “Trionfem a fora” – ‘Vinceremo Fuori’ – commentano con un poco di sorpresa i critici musicali barcellonesi prendendo coscienza delle nuove dinamiche del business musicale. Se da una parte il pubblico concertistico dell’autunno catalano preferisce ascoltare le note di un Barcelona Jazz Festival ricco di artisti provenienti da ogni parte del mondo e si concede a una fila di un’ora e mezza tediata da controlli e misure di sicurezza di ogni tipo per riascoltare la voce di Madonna al Palau de Sant Jordi, è chiaro che il margine di spazio per tutti gli altri musicisti sarà veramente minimo, impercettibile per quelli esordienti.

Barcellona è una florida realtà culturale e su questo molti non hanno dubbi, tuttavia la rumba e il flamenco tradizionali che ancora dominano e riempiono le memorie degli Ipod, insieme al boom di una musica sempre più globalizzata, costringono i talenti emergenti locali a fuggire come pesci in cerca di acque migliori, come  vittime asfissiate in cerca di ossigeno.

Questo è il caso emblematico di quattro realtà della musica catalana assai diverse fra loro, accomunate dallo stesso disagio e per loro fortuna felici di poter condividere un successo parallelo attraverso un apprendistato lontano dalla loro terra natìa. In primo piano, dato che riguarda l’Italia, immancabile risulta la menzione di Alvaro Soler e del suo singolo “El mismo sol“, radiosa canzone che ha spopolato come un tormentone lungo le spiagge della Penisola la scorsa estate. L’artista catalano aveva esordito con il gruppo degli Urban Lights arrivando alla finale del programma Tù sì que vales, ma la prima svolta decisiva della sua carriera è stata scatenata dalla partecipazione alla versione italiana del programma musicale The Voice. Dallo scorso maggio infatti ha iniziato ad ascoltarlo anche il pubblico straniero, in questo caso incluso quello catalano, e il suo successo non si è più fermato.

Se quindi come Alvaro Soler in Catalogna i propri profeti non sono ben accetti, come recitava in termini leggermente diversi l’antica espressione biblica, stesso destino ha riguardato, pur in generi musicali completamente diversi, i Mourn, John Talabot e i Downliners Sekts. Fernando Yanez, agente di Talabot, la mette su questo piano. “C’é una fittissima commistione di generi e lingue, stili e culture. Se in una città come Barcellona vengono artisti del calibro di Madonna, perché scelgono questa meta invece di altre per il loro spirito vivace e caloroso, chi deve farsi le ossa in un campo musicale come la musica deve emigrare, perfino un deejay di talento come il nostro John”. John Talabot, noto all’anagrafe di Barcellona come Oriol Riverola, ha pubblicato nel 2012 il suo primo disco a cui ha fatto seguito un discreto successo, ma lo ha fatto in Germania e con i Permanent Vacation. Ora Riverola è uno dei grandi della musica elettronica e molti catalani potrebbero ascoltare i suoi remix incoscienti di condividere la stessa patria del loro idolo musicale. Vicende analoghe arricchiscono  e decorano le carriere dei Downliners Sekts, il duetto franco-catalano che si è trasferito nel Regno Unito e il giovane quartetto di Maresme dei Mourn, ragazzini amanti del Rock and Roll che hanno cercato e trovato le loro fortune prima in Islanda, poi direttamente negli Stati Uniti, in pieno spirito pioneristico per il proprio miglioramento professionale.

Se le difficoltà casalinghe hanno impedito a questi artisti di esprimersi in casa, la stessa matrice culturale che caratterizza i tempi odierni ha portato inaspettatamente la chiave del successo. “Fattori ambientali non vanno solo considerati solo negativamente. -chiosa Fernando Yanez– La loro stessa dinamica nasconde la risposta che cerchiamo. Per gli artisti catalani che hanno condiviso la situazione di Oriol l’unica alternativa era cambiare aria e tornare forse in futuro, quando la dura corteccia della gavetta sarà già scorticata. In un mondo così globalizzato le barriere all’entrata nel mercato della musica sono le medesime ovunque ed è perfino innegabile che a un certo livello un fascino esotico possa fare la differenza. Nei Paesi scandinavi il calore della Catalogna si nota e trasmette i propri “colori” in sinfonie musicali sconosciute da quelle parti”.

Così, se in una delle regioni più nazionaliste di Spagna sopravvive questa insita e insana contraddizione, senza dimenticare la stagione concertistica autunnale e internazionale di Barcellona si può solo ricordare che il 27 novembre John Talabot partirà alla volta di Londra per suonare ai Corsica Studios alla fine di questo mese, mentre Alvaro Soler è già pronto per il concerto di Capodanno. Carico e motivato per scatenare i colori della sua musica barcellonese in una località “catalana” come i cantoni svizzeri, in fondo sempre Bajo el mismo sol, sotto lo stesso sole…

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El Sistema: quando la musica dà speranza e cambia la vita. http://www.360giornaleluiss.it/el-sistema-quando-la-musica-da-speranza-e-cambia-la-vita/ Fri, 20 Nov 2015 17:55:31 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=5121 In momenti difficili come oggi, dove i nostri Paesi sono costantemente minacciati dal terrorismo, dove per un attimo smettiamo di credere che la ragione possa migliorare il mondo e che il bene possa esistere davvero, è bene ricordare delle persone che, con il loro esempio, hanno dimostrato che l’educazione può davvero fare la differenza. Tra

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In momenti difficili come oggi, dove i nostri Paesi sono costantemente minacciati dal terrorismo, dove per un attimo smettiamo di credere che la ragione possa migliorare il mondo e che il bene possa esistere davvero, è bene ricordare delle persone che, con il loro esempio, hanno dimostrato che l’educazione può davvero fare la differenza. Tra questi vi è José Antonio Abreu, pianista, educatore ed economista, che ha fondato, nel 1975 in Venezuela, un modello didattico musicale, chiamato El sistemab”.
Il progetto nasce dall’idea che la musica sia uno strumento di sviluppo personale e sociale: l’orchestra, infatti, rappresenta la società ideale, di cui il bambino si può nutrire. Secondo Abreu, maggiore è questo “nutrimento”, migliore sarà il mondo.
El Sistema è un ente statale, finanziato dal ministero dei servizi sociali venezuelano, che si occupa della gestione e della promozione di oltre 125 orchestre e cori giovanili, 30 orchestre sinfoniche, portando avanti l’educazione di 350.000 studenti in 180 nuclei operativi sul territorio venezuelano.
La maggior parte degli iscritti provengono da situazioni sociali disagiate, ma tramite la disciplina musicale e l’impegno che essa comporta sono riusciti a fuggire dalle logiche nichiliste della povertà, del crimine e della droga.
Numerosi sono i casi di ragazzi che, grazie a El Sistema, hanno avuto carriere artistiche di rilievo, come i direttori di orchestra Gustavo Dudamel e Diego Matheuz. La musica non è più solo un’espressione artistica, ma diventa uno strumento di riscatto sociale ed intellettuale.
Questo successo ha conferito ad Abreu il premio Nobel per la musica nel 1979, il titolo di Ambasciatore dell’UNESCO per lo sviluppo di risorse mondiali delle orchestre e dei cori per la gioventù, ed il premio Nobel alternativo nel 2002.
Ma tra i successi più importanti c’è stata senza dubbio la creazione della Simon Bolivar Orchestra, un’orchestra giovanile che nel 2007 è arrivata addirittura a debuttare nel BBC Proms. E’ stata guidata da direttori di rilievo internazionale come Simon Rattle, Gustavo Dudamel e l’italiano Claudio Abbado. Oggi, l’età media dell’orchestra è aumentata e perciò non ha più la connotazione di “Youth Orchestra”. Per questo motivo, è stata creata una nuova orchestra giovanile, la Teresa Carreño Youth Orchestra, dove i migliori giovani musicisti sono chiamati a suonare.
Inoltre, il successo educativo di questo progetto, documentato anche da un servizio della Inter-America Development Bank nel 2007, che dimostra che, in Venezuela, l’inserimento dei giovani nella scuola ha notevolmente ridotto la violenza ed i crimini, ha portato alla sua diffusione in altre parti del mondo. In Italia, è stato condotto sotto l’iniziativa del direttore di orchestra Claudio Abbado.
Infine, nel 2008, in Venezuela è stato pensato di introdurre questo metodo anche all’interno delle carceri.
Il successo de El Sistema ci insegna, quindi, che non dobbiamo smettere di credere nell’educazione e nella musica come strumenti per armonizzare i nostri animi, per eliminare il male e per creare davvero un mondo migliore.

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Come spiegare Beethoven ad un luissino: la prima e la seconda sinfonia http://www.360giornaleluiss.it/come-spiegare-beethoven-ad-un-luissino-la-prima-e-la-seconda-sinfonia/ Fri, 16 Oct 2015 09:08:04 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=4588 Sulle orme del maestro: le prime due sinfonie Quando la sinfonia in Do Maggiore di Beethoven viene eseguita per la prima volta è il 2 aprile del 1800. La scena musicale viennese è dominata da Mozart, che ha già scritto trentasei sinfonie, tra cui la celebre Jupiter, e Haydn , di cui Beethoven è allievo,

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Sulle orme del maestro: le prime due sinfonie

Quando la sinfonia in Do Maggiore di Beethoven viene eseguita per la prima volta è il 2 aprile del 1800. La scena musicale viennese è dominata da Mozart, che ha già scritto trentasei sinfonie, tra cui la celebre Jupiter, e Haydn , di cui Beethoven è allievo, che ne ha composte venti. Proprio all’opera del suo maestro sembra ispirarsi il giovane Ludwig, che ha lavorato a questa sua composizione per ben sei anni, seppur con intensità e applicazione altalenanti.

L’opera è ancora fortemente ancorata alla tradizione classica in senso stretto, da classicismo viennese. Beethoven interpreta il gusto dell’epoca, ma non manca di introdurre già alcuni elementi che saranno ripresi dal compositore in età matura.

Robert Schumann, senza dubbio uno dei più appassionati seguaci dell’eredità di Beethoven, scriverà molti anni dopo che per capire l’opera di Beethoven “non occorre provare ad estrarre il nuovo e l’inusuale, ma ripercorrere la creazione dalle sue radici, a partire dalla prima sinfonia”.

L’introduzione lenta del primo movimento, un Adagio Molto di appena 12 battute, sfocia nel vero e proprio tema del primo movimento, Allegro con Brio in forma sonata, costituito da due temi principali ripresi e sviluppati nel corso del movimento, il primo dei quali contiene una citazione proprio di quella Jupiter che fino ad allora incarnava l’ideale della sinfonia stessa. Il secondo movimento, l’Andante Cantabile, è scritto anch’esso come sonata, ed ha un aspetto leggero e luminoso, radicalmente diverso da quelli che saranno poi i “movimenti lenti” delle sinfonie della maturità, a partire dalla celeberrima marcia funebre dell’Eroica. Il terzo movimento, sempre in ossequio alla tradizione di Haydn, è un allegro minuetto, che riprende elementi tematici dai due precedenti movimenti, in tempo ternario e con un andamento che si potrebbe quasi definire raggiante. Il sole visto nel terzo movimento conduce infine ad una conclusione se possibile ancora più di stampo marcatamente Haydniano, sempre riprendendo in maniera più elaborata la forma sonata dei primi due tempi della sinfonia per portare a conclusione il primo gioiello della corona del maestro di Bonn.

Quando tre anni dopo torna all’opera nel genere sinfonico, Beethoven è già un’altra persona: ha intensificato l’attività didattica, conosciuto Josephine, colei che poi sarà l’amata immortale  cantata nei Lieder, ma soprattutto inizia a subire concretamente i sintomi della sordità, manifestatasi come tintinnio fastidioso già da dieci anni. Ma è soprattutto un Beethoven più maturo spiritualmente, come attesta il suo Testamento di Heiligenstad, in cui si delineano quelle che saranno le due direttrici della sua composizione, l’amore per il mondo e per gli uomini in generale e al tempo stesso il rapporto viscerale col senso del destino e della morte. Beethoven tuttavia sceglie di non prendere la strada del suicidio, nonostante abbia il presentimento della gravità della sua malattia, proprio in nome della sua arte.

E allora proprio da questa arte prorompe la seconda sinfonia, in Re Maggiore, che Beethoven stesso presenterà dal podio viennese il 5 aprile 1803. Anche in questo caso è presente una introduzione lenta, ben più elaborata della precedente (quasi quaranta battute) che porta poi all’esplosione dell’ Allegro con Brio. Formalmente ci troviamo di nuovo di fronte ad una forma sonata, con due temi in Re e La Maggiore, che si inseguono per tutto il movimento. Anche il secondo movimento, rispettando lo schema della prima sinfonia, è in forma sonata. Ma è già un secondo movimento più evoluto, più Beethoven e meno Haydn. Il tema è più solenne, nonostante abbia un sapore quasi “pastorale”, e si staglia con maggiore sicurezza, assumendo i connotati caratteristici dell’Adagio che sarà. Dopo la coda felice delle ultime 16 battute, arriviamo al terzo movimento, non più un Minuetto ma uno scherzo vero e proprio, novità assoluta per la forma sinfonica. Il Minuetto-Scherzo riprende anch’esso dei temi dal sapore di danza folkloristica, che Beethoven stesso ammetteva di non riuscire più ad ascoltare nitidamente nel corso delle sue lunghe passeggiate. La sinfonia si conclude poi con il fuoco di fila del quarto movimento, brioso e potente, che testimonia in definitiva l’attitudine mutata di Beethoven che tuttavia non ha ancora accantonato la sua spensieratezza originaria.

PAROLA CHIAVE: SONATA

La sonata è un tipo di forma con cui generalmente vengono composti i primi tempi delle composizioni di musica classica. E’ divisa in tre momenti: l’esposizione, dove si presentano i primi due temi solitamente legati tra di loro per affinità formali (tonalità vicine, ad esempio), lo sviluppo, in cui i due temi precedentemente introdotti vengono sviluppati appunto in tutte le loro possibilità, ed infine la ripresa in cui viene ripreso il primo tema nella versione originale ed il secondo invece presenta delle novità. Talvolta alla ripresa segue una coda, che elabora materiali nuovi a mo’ di conclusione. La forma sonata accomuna la quasi totalità dei generi musicali ed è attestata fin dal periodo barocco. Uno degli interpreti più originali del genere è sicuramente Domenico Scarlatti, che nella sua sterminata produzione (oltre 500 sonate) arrivò addirittura a creare una nuova forma di Sonata, passata alla storia come Sonata Scarlattiana.

 

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Drones – il ritorno dei Muse http://www.360giornaleluiss.it/drones-il-ritorno-dei-muse/ Thu, 18 Jun 2015 13:12:09 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=3926 Disclaimer: non sono capace di fare recensioni. I Muse sono il mio primo amore musicale, la prima band che ho scoperto da ragazzina. Non riuscirei ad essere obiettiva nemmeno se si mettessero a fare cover di Albano e Romina. Tutto è iniziato ad Ottobre 2014, quando è stato reso noto questo scatto, in diretta da

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Disclaimer: non sono capace di fare recensioni. I Muse sono il mio primo amore musicale, la prima band che ho scoperto da ragazzina. Non riuscirei ad essere obiettiva nemmeno se si mettessero a fare cover di Albano e Romina.

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Il Day 1 dall’account Instagram ufficiale della band

Tutto è iniziato ad Ottobre 2014, quando è stato reso noto questo scatto, in diretta da Vancouver, a conferma delle voci che già dall’estate parlavano di un possibile settimo album per il trio di Teignmouth. Nel corso dei mesi si sono susseguiti un paio di account Instagram creati, tagli di capelli e cambi di look di dubbio gusto, foto e video come se piovesse -con conseguente hype dei fan alle stelle- fino ad arrivare ad oggi.

I Muse hanno dato alla luce Drones, un concept album che racconta la storia di un uomo vittima di un vero e proprio controllo mentale. Il suo è un viaggio alla ricerca dell’amore e della vita perduta, contro le forze oscure che l’hanno trasformato in una macchina insensibile, in un drone finalizzato alla distruzione. Ancora una volta il Bellamy complottaro con la passione per Orwell ha avuto la meglio. Il prossimo passo sarà aprire i comizi del Movimento 5 Stelle.
12 tracce, di cui 2 intermezzi, 56 minuti di musica da ascoltare tutti d’un fiato. Per questo è bene analizzare l’opera track by track.

Dead Inside appare come l’ultimo respiro dell’elettronica/pop sperimentale di The 2nd Law, pubblicato nel 2012. Basso e batteria creano un ritmo sensuale che rimane subito in testa, peccato per il bridge a poco più di metà canzone che fa tanto Madness 2.0, quasi a conferma dei riferimenti fatti al precedente album. Qui parte la nostra storia: il protagonista sta lentamente perdendo la sua umanità ed empatia.

Dopo un intermezzo, Drill Sergent, alla Full Metal Jacket, Psycho attacca con un riff che dal 1999 accompagna l’outro di Stockholm Syndrome nei live della band. Questo è stato il primo singolo estratto e che già al primo ascolto, nell’ormai lontano marzo, mi aveva lasciata un attimo perplessa: se la chitarra è stata in grado di mandarmi in visibilio -nonostante molti abbiamo urlato al plagio riferendosi a Roadhouse Blues dei Doors o a Personal Jesus dei Depeche Mode- non si può dire lo stesso del resto, canzone piuttosto ripetitiva.
Belli de mamma, ci avete intortati per mesi con la storia del “It’s gonna get heavy/It will be explicit” e poi il massimo dell’esplicito qua è un bel “Your ass belongs to me”. Ci state prendendo in giro? Aye, Sir!

Mercy è la chiara richiesta d’aiuto del nostro uomo ormai dronizzato. Le strofe ben ritmate e costruite ed un piano alla Starlight ci fanno immergere nella sua disperazione. Il pezzo è orecchiabile, quasi fatto apposta per la radio, forse anche troppo: il ritornello proprio non riesco a farmelo piacere, eppure l’ho canticchiato inconsciamente per giorni.

Con Reapers e The Handler entriamo nella parte centrale della storia. Due brani che mi hanno fatta inginocchiare ed urlare al cielo un blasfemissimo “Grazie Signore”. La prima è aggressiva, un tapping pauroso sulla chitarra, ritmo e cori distorti del bassista Chris ai limiti dell’isteria, e nonostante si ripresenti una certa ripetitività, un assolo non poteva certo mancare, anche se non stupisce più di tanto. La seconda rende finalmente giustizia a quel “ritorno al passato” che tanto ci avevano promesso: testo e basso trascinante, atmosfera cupa che mi ha seriamente dato i brividi, così come i falsetti di Matthew.
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the handler

The Handler

L’intermezzo di JFK è servito a dimostrarmi quanto un semestre di Academic English passato ad analizzare i discorsi dei presidenti americani mi abbia completamente traviata. E così come io mi sono liberata di quell’esame, con Defector anche il personaggio sta lentamente fuggendo dal male che lo aveva oppresso. Il riff non è malaccio, e nemmeno i cori alla Queen, ma nel complesso canzone monotona.

Revolt. Gesù mio. Tasto dolente. Musica e testo che trasudano pop e banalità ad ogni secondo, non basta certo una schitarrata a risollevarla. Come minimo sarà il prossimo singolo che ci martellerà per tutta l’estate. Amen. E quelle sirene ad inizio e fine canzone sanno troppo di filmetto americano pre-adolescenziale dove tutto deve per forza sembrare epico.

Fortuna vuole che si siano fatti perdonare con Aftermath, una ballad struggente che corona il ritorno alla vita e, ovviamente, la ritrovata fiducia nell’ammmore, di cui sentivamo tutti la mancanza. L’atmosfera fa molto Dire Straits ed il crescendo dell’intero pezzo, accompagnato da un complesso d’archi, direttamente dalle Officine Meccaniche di Milano, contribuisce a rendere questi 5 minuti e 47 un piccolo capolavoro.

Adesso la storia può dirsi compiuta, ma Matt, Dom e Chris sono stati così clementi con noi che, con The Globalist e Drones, ci regalano un finale alternativo. Il frontman ci spiega “Alla fine si hanno i fantasmi dei morti sconosciuti uccisi dai robot che non vedranno mai la giustizia e noi non vedremo mai chi sono”. Preparatevi, è arrivata l’Apocalisse a quanto pare.
La prima canzone è uno slalom lungo 10 minuti fra omaggi a Morricone ed alla chitarra dei Pink Floyd. Doveva essere l’erede di Citizen Erased, ma quel sound è ormai inesorabilmente lontano. L’intermezzo ci prova a rendere giustizia, con la santa triade chitarra-basso-batteria, peccato duri troppo poco. Una piccola perla, in ogni caso. Segue il secondo ed ultimo brano, cantato completamente a cappella, quattro tracce sovrapposte della stessa voce: come idea tocca il picco dell’originalità dell’intero album, non si può però dire la stessa cosa del testo.

In conclusione, ascoltare Drones è come farsi un giro sulle montagne russe, un sali e scendi continuo fra pezzi da brivido, altri ed alcuni decisamente no. Tutto sommato, il concept è stato sviluppato bene, la storia c’è e si fa spazio nelle nostre teste.
Tutte le polemiche scaturite dalla pubblicazione ad oggi sono dovute alle -forse troppo alte- aspettative dei fan, ma è bene precisare una cosa: i Muse hanno quasi 40 anni, ormai sarà difficile un ritorno alle atmosfere e sonorità di Origin of Symmetry o addirittura di Showbiz. I ragazzi son cresciuti, non hanno più ventanni ed i capelli colorati, hanno la pancetta ed una manciata di pargoli (quasi tutti del bassista, a dir la verità). L’unica cosa che ancora non li ha abbandonati è la passione, la voglia di sperimentare e la capacità di fare live coi controcoglioni. Forse la tecnica di sfornare un album ogni tre anni non funziona più come un tempo, ma finché continueranno su questa linea a me va più che bene. Stacce.

Anche per questo aspetto con ansia il 18 Luglio, e se non mi fanno Plug in Baby i droni glieli lancio sul palco.
Ci becchiamo a Capannelle. Io sarò quella esaltata come una dodicenne, come 7 anni fa, quando li ho ascoltati la prima volta.

you win or

You know nothing Matthew Bellamy

 

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Il concerto d’Aranjuez – Sei corde al centro della scena http://www.360giornaleluiss.it/il-concerto-daranjuez-sei-corde-al-centro-della-scena/ Sun, 14 Jun 2015 21:34:55 +0000 http://www.360giornaleluiss.it/?p=3892 La stagione Sinfonica volge al termine, e il programma dei concerti di Santa Cecilia sfuma verso il Novecento. Con una protagonista d’eccezione: la chitarra. Non capita tutti i giorni di poter assistere ad un concerto in cui sia lo strumento a sei corde ad avere il centro della scena. Proprio per questo merita un po’

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La stagione Sinfonica volge al termine, e il programma dei concerti di Santa Cecilia sfuma verso il Novecento. Con una protagonista d’eccezione: la chitarra.

Non capita tutti i giorni di poter assistere ad un concerto in cui sia lo strumento a sei corde ad avere il centro della scena. Proprio per questo merita un po’ di attenzione.

Vuoi per problemi di acustica, vuoi per una scarsa diffusione dello strumento nella mitteleuropa del diciannovesimo secolo, fatto sta che in pochi si sono cimentati nella scrittura di un concerto veramente sinfonico per chitarra e orchestra. Dopo i tentativi di virtuosi come Paganini e Giuliani, la ricerca avveniristica di Castelnuovo-Tedesco, finalmente Joaquin Rodrigo, neppure chitarrista di formazione, trovò nel 1939 la quadratura del cerchio. A lui dobbiamo quella perla che è il Concerto D’Aranjuez.

Il Concerto ha una genesi particolare: Rodrigo era a pranzo con l’amico chitarrista Regino Sainz de La Maza. Questi, parlando del più e del meno, si soffermò sull’idea di un grandioso concerto per chitarra e orchestra, fino a implorare il compositore con una voce “pathetic” , quasi irreale, di scriverlo per lui. Rodrigo si convinse di essere il prescelto per quella missione, quasi segnato da quell’evento, e forse aiutato, per sua stessa ammissione, dalle generose dosi di Rioja, uno dei migliori vini Iberici, presenti in tavola. Tuttavia, nonostante questa chiamata quasi mistica, le idee tardavano ad arrivare. Fin quando, passeggiando una mattinata di alcuni mesi dopo a Parigi, udì di nuovo una voce che gli cantava quello che sarebbe stato il celebre tema dell’Adagio. Tutto ad un tratto il concerto prese forma nella sua mente. Che sia stata la stessa voce del famoso pranzo? Non ci è dato di sapere…

Il brano si sviluppa nella tipica forma concerto in tre movimenti: due dal carattere brillante incastonano il prezioso adagio centrale. Il primo movimento, Allegro con Spirito, è gioioso e vitale, introdotto dagli accordi della chitarra, al posto della consuetudine di iniziare con tutti gli strumenti che introducono il tema principale, proprio a marcare da subito la centralità della chitarra. Il brano prosegue in una danza poderosa e veleggiante, che mano a mano si assopisce, fino a morire nel sussurrato incipit del secondo movimento.

In questo secondo movimento il dialogo si sviluppa pienamente. L’Adagio, uno dei brani più conosciuti del secolo scorso, ripreso e riarrangiato in una infinità di forme, da Fabrizio de Andrè a Miles Davis passando per Chick Corea, si apre di nuovo con una serie di accordi sgranati dalla chitarra, ad introdurre la serie di duelli/duetti che dovrà sostenere con i fiati. Il duetto iniziale della chitarra con il Corno Inglese si sviluppa lentamente in una sorta di gioco contrappuntistico per tutta la prima metà del movimento, fino a sfociare poi in una sorta di cadenza in cui il solista rimane solo con tutta la scena per se. In un crescendo dolcemente forsennato, Rodrigo esplora tutte le tecniche più recondite della chitarra, che culminano in un Rasgueado quasi dal sapore di Flamenco che è insieme esaltazione del virtuosismo chitarristico e tributo alla profonda essenza Iberica dello strumento a sei corde.

Il terzo movimento non può che essere una conclusione sfarzosa e brillante. L’idea è infatti quella di mischiare danze tipiche delle corti spagnole unendo insieme strutture con ritmi differenti che si alternano dando vita ad una composizione vitalissima e fresca, che mantiene inalterato il carattere comunque popolare senza rinunciare allo slancio virtuoso. L’ Allegro Gentile è la celebrazione definitiva della chitarra e la sua elevazione a rango di strumento da orchestra.

L’eredità che quest’opera ha lasciato nel repertorio chitarristico è enorme. Ma limitare il suo impatto solo allo strumento sarebbe riduttivo. In un secolo in cui le regole secolari della tonalità erano state decretate morte e finite, Rodrigo decide incurante di proseguire lungo la strada della tradizione. L’influenza che ha lasciato questa composizione, uno spirito comunque nuovo e vivo, il suo successo e gli omaggi che gli artisti più disparati hanno dato decisamente ragione al compositore di Sagunto.

 

 

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