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Prima o poi arrivano per tutti quei momenti in cui realizzi che qualcosa è finito. E’ strano, a volte ci piombano addosso senza il minimo preavviso e portano tutto via con sé.

Come quando cammini per strada e bum, ti scontri con un estraneo. Per qualche secondo i tuoi pensieri svaniscono, rubati dal momento. Attimo di stasi, annullamento dell’essere.

Così, quando le cose finiscono, portano via un po’ di noi… preoccupazione, noia, magari. Eppure, a volte, è qualcosa che non sapevamo di portarci dietro; così protetto dalla quotidianità, non aveva spazio per essere compreso, affrontato, razionalizzato, diminuito. Non per cattiveria, ma neanche per paura.

Perché è così, quando si chiude una porta, lo si può fare in tanti modi. La si può sbattere e scappare via, oppure solo accostarla, lasciando un piccolo spiraglio. Il problema è quando si pensa di aver fatto la prima, mentre invece, per anni, continua ad esserci quello spazio che per quanto sottile, ci rende vulnerabili.

Continui la tua vita, fai mille altre esperienze, convinta che tutto vada bene, che sia normale. E infatti tutto va bene, tutto è normale. Ma poi sulla tua strada scontri uno sconosciuto e la porta si chiude completamente. E non sei stata tu.

Come, era ancora aperta? E l’ha chiusa lui? Mi domando.

Cresce la malinconia, ma capisci che è ciò che avresti voluto fare sin dall’inizio, e che forse non hai fatto per paura di perdere anche te stessa. 
Poi il viso si rilassa, i lineamenti si rinfrescano, un abbozzo di sorriso compare e accompagna lo sguardo timoroso. Amaramente felice. Ci è riuscito anche lui, ha iniziato ad andare avanti.

Finalmente, pensi.

Ti senti un po’ più leggera, forse inverosimilmente più sola, ma sei sempre tu. Obiettivamente hai ancora due gambe, due braccia, i capelli, perfino gli occhiali. Cosa dovresti mai aver perso? L’avevi già accostata e con decisione eri partita per un nuovo sentiero. Era già lontana, quando l’ha chiusa. O forse eri tu distante.

Poco importa, se la chiave l’hai tu.

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