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Succede così. Ci si addormenta dopo una grande abbuffata e si lascia andare il giornale, che prima si apre sulle ginocchia e poi scivola lentamente fino al pavimento lucido di cera.La società e lo Stato, nel 2008, si sono risvegliate -ma hanno davvero riaperto gli occhi? – dopo una stagione di prosperità durata svariati decenni.Solo che quello che gli è scivolato dalle mani sono le redini di uno sviluppo che sembra andare dove vuole e dove noi non sappiamo, verso un futuro che si promette di essere sempre più incerto.La dinamica rievoca, più che quella del giornale, l’immagine di un pacco pieno di graffette che cade per terra. Si spiega anche così, per analogia, il disagio psicologico dinnanzi alla sfida alla quale siamo chiamati: rimettere una per una le graffette al proprio posto.

Lo specchio nero di smartphone e televisione lascia intravedere la nostra immagine sfuocata per qualche secondo, giusto il tempo di accendersi e rivelarci che i ghiacci dell’Antartide si sciolgono più velocemente di quelli nostrani -dove almeno c’è lo spara neve-, i profughi siriani bloccati ai confini di mare e di terra dell’Europa vengono respinti, mentre sempre in Europa un nuovo virus minaccia di piegare un Welfare sociale che dimostra adesso tutta la sua intrinseca debolezza. Anche le rivolte nelle carceri, degradate a mero effetto collaterale del Virus, sono il segno che siamo rimasti indietro: che non si possono più chiudere le persone in una gabbia, ma l’assenza dell’elaborazione di soluzioni rieducative alternative lo rende persino necessario.

Da qui deriva in larga parte il successo planetario di “Black Mirror”, capace di mettere d’accordo persino l’eterogeneo, quasi litigioso pubblico di Netflix: dimmi che serie guardi (oltre a Black Mirror) e ti dirò chi sei…e se possiamo essere amici.Allo stesso modo si spiega anche l’insuccesso dell’ultima stagione, la fine di un’èra iniziata già con gli “Uccelli” di Aristofane: l’immaginazione di qualsiasi tipo di futuro fosse anche distopico è stata superata dall’incedere sempre più rapido degli eventi.

Insomma, l’operazione da fare sembra più che altro di rovesciamento del paradigma, per immaginare un mondo migliore a partire anche da quanto raccontato negli scenari sensazionali della serie tv di Los gatos.Siamo alla prima stagione, secondo episodio, il titolo è “Fifteen Million Merits”. Tutti devono pedalare per gran parte della giornata su delle cyclette per creare energia pulita e, in cambio, ottenere una valuta chiamata, appunto merito. Una moneta (ovviamente) virtuale che consente di saltare la pubblicità quando si guardano popolarissimi show televisivi nelle proprie abitazioni, minuscoli cuniculi ricoperti di schermi come in una insidiosissima sala degli specchi. Non l’unica attività consentita quanto l’unica oggettivamente possibile a causa della mancanza di qualsivoglia altro servizio offerto alla collettività.

La contraddizione più stridente è che questo scenario di ciclisti che si consumano nella luce artificiale di enormi fabbriche-palestre (una dinamica che sembra anche rappresentativa della tendenza odierna a recarsi in palestra nei ridotti spazi delle pause dal lavoro) si dispiega in una società nella quale il raggiungimento della piena efficienza nell’ottica dello sviluppo sostenibile energetica è stato coniugato con il mantenimento dei posti di lavoro; il pianeta, insomma, è salvo, tutti hanno un lavoro e, per quel che sappiamo, non c’è traccia di guerre o pandemie globali che minaccino la sicurezza dei cittadini..

Anche il problema, per certi versi originario -basti pensare allo sforzo che facciamo per respirare quando veniamo al mondo-, della relazione con la natura si è addirittura aggravato, tanto che il confronto si svolge ormai nell’ottica della piena contrapposizione: ce lo suggeriscono gli spazi chiusi e rarefatti dove si preferisce svolgere la ridotta vita di relazione, mentre gli scorci di natura incontaminati sono presenti ma sempre altrove, come ci mostra la mano sapiente del regista dalla quale rimaniamo ammirati.

Una contrapposizione impoetica, più simile a quella delle grandi navi nei canali di Venezia che al passaggio del transatlantico in mezzo al deserto firmato da Luigi Ghirri in “Lawrence D’Arabia”.

Non sembrano esserci eccezioni, non sembrano esserci salvati e sommersi, quanto sommersi più privilegiati e sommersi meno privilegiati, con differenze solo quantitative.Le azioni sembrano orientate da una invisibile mano pseudo razionale, della quale restano prigionieri tutti: i ciclisti-produttori di energia, i personaggi televisivi solo apparentementeprivilegiati e, come per una beffa, persino chi vorrebbe rivoluzionare l’ordine costituito, ma alla fine ne viene assorbito come in una favola triste.

Anche nella nostra società sono ormai evidenti i pericoli derivanti da una sempre più forte impronta tecnica (cioè anti-umanistica) della civilizzazione. Che i problemi si possano risolvere lasciando campo libero allo sviluppo tecnologico, senza che ci sia bisogno di prendere alcuna decisione, è qualcosa di più che un’illusione, è una tentazione pericolosa.

Già oggi il tema della fine di un certo tipo di lavoro si impone con forza; allo stesso tempo la necessità di salvaguardare i millenari equilibri del pianeta può essere una opportunità per immaginare nuove forme di lavoro. In questo senso, quella di sfruttare l’energia cinetica che i corpi sotto sforzo possono produrre potrebbe essere persino un’ottima idea.
Ma si rivelerebbe una pessima idea se dovesse essere attuata in assenza di una politica che sia capace, nel confronto partecipato con la collettività di riferimento ed il mondo delle imprese, di imporre le necessarie tutele dei lavoratori sul posto di lavoro in termini di riduzione dell’orario di lavoro, welfare aziendale, partecipazione agli utili d’impresa; di non trascurare la necessità di crescita della cultura del pensiero parallelamente a quella della tecnologia, per orientarla all’offerta di servizi che non siano solo legati alla fruizione di contenuti multimediali; di progettare, nella tipica espressione del potere politico amministrativo di perseguimento dell’interesse pubblico, città che offrano spazi di abitazione e condivisione della vita sociale di qualità e perfettamente integrate nell’ambiente naturale che ci ospita.

Per fare questo sia la società che lo Stato dovranno cambiare, insieme. Aprire gli occhi.

Solo così potremmo riuscire a guardarci in uno specchio di vetro, vedere la nostra immagine nitidamente, riconoscerci.

 

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Caporedattore attualità A.A. 2018/19