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Il cielo sopra a Berlino? Dipende. No, non ho incontrato Christiane F. e non so nemmeno se “Ich bin ein Berliner”. Le domande evergreen sul mio Erasmus non hanno mai risposte definitive (a parte una: sì, è ufficiale, il tedesco è difficile). La verità è che i primi passi sul suolo germanico hanno portato con sé una valanga di domande nuove e strane, ma di risposte poche. Non che questo continuo non capire il perché delle cose sia spiacevole: è divertente e mi tiene la mente occupata in continuazione. Mi ritrovo spesso a fissare, annusare o ascoltare cose casuali. Ad esempio, da dove viene questo persistente odore di cipolla? Nessuno lo sa, ma dopo un giorno ti ci abitui. Ma anche il motivetto alla partenza della S-Bahn, che ti entra in testa e non ne esce più, i mercatini delle pulci, e quella signora che ho visto sorridere per un quarto d’ora ad un libro di cui aveva appena finito di leggere l’ultima pagina (mi sa che le è piaciuto). Non posso descrivere la mia esperienza di questi mesi citando solo l’indiscussa vita notturna, la Porta di Brandeburgo o i Bratwurst, ma devo concedere spazio a questi piccoli dettagli, in cui chiunque sia stato a Berlino può ritrovarsi, ma che sono sufficienti a dare anche a chi non c’è mai stato una visione esterna a quelle della Lonely Planet.

Forse prima però dovrei cominciare parlare di cose serie, tipo l’università. L’università è bella, c’è una biblioteca a forma di cervello dove c’è sempre posto a sedere e gente da fissare, a fine lezione si applaude sempre picchiando le nocche sul tavolo (la prima volta non ero pronta, ma ora lo faccio anche io) e si beve in continuazione una bibita indefinita chiamata “Club Mate” che sembra piacere tanto a tutti. Alle lezioni è difficile annoiarsi e i corsi all’avanguardia rendono la Freie Universität un posto molto stimolante dove trascorrere le giornate sentendosi a casa. A proposito, si dice che i tedeschi siano freddi. A parte che qui avere a che fare con indigeni non è scontato, mi trovo con vari tentativi di elaborare una mia personale conclusione su quella specie rara che sono i tedeschi a Berlino. Dopo varie definizioni confluite tutte in cliché indegni, preferisco rimandare il giudizio a tempi più mD5aturi. Una conclusione però, seppur semplicistica ma perlomeno non stereotipata, posso darla: questa città è piena di persone frizzanti e vive, che si rivelano già dopo il quarto o quinto Club Mate libri aperti da sfogliare con entusiasmo. Ho passato la vigilia della partenza a figurarmi quale sarebbe stato il mio posto in questa città, e non ci è voluto molto a capire che qui, chiunque tu sia e qualunque cosa tu stia cercando, avrai un posto, seppur temporaneo e indefinito.

In pratica, in questa capitale tedesca-ma-non-tedesca si sta bene; forse è per il modo che hanno tutti di conciliare un passato così invadente con una forte spinta verso il nuovo, il divertimento con il senso del dovere, la birra con qualsiasi cibo e colori assurdi con disinvoltura. O forse saranno i mercatini di Natale che rendono tutto più idilliaco.

Il neo di questo quadretto? Amici, parenti, vi prego: trovate un modo di spedirmi una Parmigiana.

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