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[dropcap]P[/dropcap]er una volta non parliamo di Saviano.
E non parliamo nemmeno di Camorra. Perché come diverse sono le mafie, diversi sono i giornalisti che ne scrivono. Senza nulla togliere a Roberto Saviano, chiaramente.
Ma senza nemmeno nulla togliere a tutti i giornalisti italiani che trattando di Mafia, Camorra, ‘Ndrangheta e piccole o grandi organizzazioni criminali sanno quanto “stare sul pezzo” significhi rischiare anche l’incolumità personale; e allora sono pochi quelli che scelgono di spendersi davvero, di metterci la faccia. La loro é una lotta e una
missione.
Lucio Musolino per esempio é reggino e non ha paura. Giovane, appassionato di cronaca nera e giudiziaria, scrive per il Fatto Quotidiano. Adesso.

Sì perché prima, in realtà, lavorava per un altro giornale. Ma il direttore della testata calabrese ebbe poi d’improvviso la delicata sensibilità di licenziarlo subito dopo che lui scrisse
dell’inchiesta “Meta” e delle intercettazioni tra l’allora governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti ed un noto boss della ‘ndrangheta locale: tentativi di trasferimento, minacce della malavita, tagli ai suoi articoli, poi il siluramento definitivo. Via Fax.
Ad oggi é giornalista del peggior cancro calabro per il Fatto Quotidiano: cambia la testata, resta ferma la sua penna combattiva. Ma lascio che sia lui a raccontarmi di sé. E della sua storica nemica, naturalmente, la ‘ndrangheta.

Scrivere di mafia é sicuramente una scelta combattiva, ma a molti può sembrare uno dei tanti modi per trincerarsi dietro una “penna” e, come è già accaduto nel nostro Paese, una sorta di trampolino di lancio per diventare “qualcuno”. Scrivere dunque di mafia solo per combatterla oggi ne vale ancora la pena? Può contribuire davvero a contrastare il fenomeno?

Penso che di mafia si deve scrivere e si deve parlare. La ‘ndrangheta, ma anche Cosa Nostra e la Camorra, non si combattono solo con gli arresti e i processi. O meglio, l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine è fondamentale per stroncare le organizzazioni mafiose, ma fino a quando non si comprende che la mafia è un fenomeno non solo criminale ma anche culturale non si potrà mai debellarla. Gli arresti servono a sbattere in carcere i mafiosi, ma non quella cultura mafiosa che ha intaccato purtroppo non solo Calabria, Sicilia e Campania ma tutto il Paese, come dimostrano le recenti inchieste a Milano, a Roma e in Emilia. Ecco quindi che una parte di questa lotta deve vedere protagonisti tutti noi. Un ruolo fondamentale l’ hanno la Chiesa e la scuola. Ma anche i giornalisti che non devono smettere di raccontare cos’è la mafia. Se ne vale la pena? Non ho dubbi. Spesso ho
incontrato persone che mi hanno chiesto ‘Chi te lo fa fare?’. Rispondo sempre allo stesso modo: ‘È il mio lavoro’.

Cosa l’ha spinta nella sua vita a scrivere di mafia o meglio, di ‘ndrangheta?

Nessuno mi ha spinto a scrivere di mafia. Sono stato sempre affascinato dalla nera e dalla giudiziaria. Ho iniziato a occuparmi di questi temi in un giornale locale che poi mi ha licenziato perché scrivevo di alcune inchieste che toccavano la politica. Evidentemente quello che io consideravo informazione metteva in imbarazzo i miei editori che avevano altri interessi intrecciati alla politica e così hanno deciso di licenziarmi pochi mesi dopo essere stato minacciato con una bottiglia di benzina nel cortile della mia abitazione. Non è l’unica intimidazione che ho subito negli ultimi anni ma sono sempre andato avanti.
Ecco, cosa mi ha spinto: la passione per il mio lavoro e la mia testardaggine. Penso che un giornalista debba tenere la schiena dritta, anche se questo a volte comporta dei sacrifici. Meglio un giornalista precario ma libero di scrivere che un giornalista che prostituisce il suo lavoro al potente di turno, che sia un politico o un mafioso.

Quali sono i clan attualmente attivi e più potenti in Calabria e quanto c’è di ‘ndrangheta nelle istituzioni calabresi e nazionali?

Occorre comprendere che la ‘ndrangheta non ha la stessa struttura di “Cosa Nostra”. Non bisogna pensare che ci sia un capo e i suoi colonnelli che guidano tutta l’organizzazione criminale. È formata, invece, dalle ‘ndrine locali composte da nuclei familiari che nei loro territori sono i padroni assoluti. Dettano legge su tutto: dalle attività illegali (come il traffico di droga, le estorsioni e l’usura) a quelle legali, come il commercio, le imprese e le istituzioni. Ecco, quindi, che a Reggio ci sono i De Stefano e i Condello, a Gioia Tauro i Piromalli, a Rosarno i Pesce, a Melito gli
Iamonte, a Vibo Valentia i Mancuso e A Crotone i Grande Aracri. Questi sono i più famosi, ma non c’è un metro quadrato della mia regione che non sia sotto il controllo di una cosca. In Calabria molti comuni sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose e tra questi, nel 2012, anche Reggio, primo capoluogo di provincia d’Italia a subire l’onta dello
scioglimento. Come abbiamo visto da numerose inchieste il rapporto ndrangheta-politica c’è sempre stato solo che, negli ultimi anni, è un po’ cambiato: non è più la ‘ndrangheta che offre il sostegno elettorale al politico in cambio di appalti e lavori pubblici, ma è il politico che cerca la cosca per diventarne rappresentante all’interno delle istituzioni. Un sistema questo che la ‘ndrangheta, grazie al suo DNA, ha esportato anche in altre regioni d’Italia.

Quali sono i settori operativi della ‘ndrangheta e quali mercati predilige stando agli ultimi sviluppi?

Sicuramente il traffico di droga è uno dei settori che hanno consentito alla ‘ndrangheta di diventare la mafia più pericolosa al mondo. Diciamo che le tonnellate di cocaina che annualmente arrivano in Calabria dal Sud America possono certamente essere considerate il core business della ‘ndrangheta che detta legge anche sugli appalti
pubblici. Poi ci sono le estorsioni che possono essere considerate anche un reato banale davanti ai milioni di euro che può fruttare un appalto o un carico di droga. Il pizzo però consente alle cosche di controllare il territorio e di avere consenso. E per un’organizzazione come la ‘ndrangheta questo è fondamentale. Tutti pagano. Anche quelli
che dicono il contrario.

Quale matrice storica o sociologica ha in terra calabra la ‘ndrangheta?

La ‘ndrangheta non deve essere considerata solo un’organizzazione criminale. Si pone come l’antistato di uno Stato che troppo spesso non ha considerato i problemi delle regioni meridionali e ha preferito convivere con la
‘ndrangheta piuttosto che combatterla. Più che di matrice storica parlerei di matrice attuale. Se la ‘ndrangheta oggi è così potente lo si deve anche a uno Stato che, troppo spesso, si è girato dall’altra parte diventandone complice.
Da qualche anno a questa parte sembra che qualcosa sta cambiando grazie a magistrati come Federico Cafiero De Raho, Nicola Gratteri, Giuseppe Lombardo e Pierpaolo Bruni. Ma la strada è ancora in salita.

Le é mai capitato di ricevere tentativi di ostruzionismo o di assistere a fenomeni omertosi nello svolgimento del suo lavoro?

Tante volte. Come ti ho detto prima sono stato licenziato e minacciato e, per questo motivo per sei mesi sono stato costretto ad avvertire la polizia ogni volta che uscivo o rientravo a casa. Ancora oggi ho la vigilanza della polizia che, su disposizione della prefettura, ogni ora controlla l’ingresso della mia abitazione. Ma considero tentativi di ostruzionismo pure le numerose querele di mafiosi e, soprattuto, politici che si lamentano degli articoli pubblicati sul giornale. Molti di loro chiedono risarcimenti esorbitanti di milioni di euro che io considero intimidazioni al pari delle bottiglie di benzina o delle minacce di morte.

Scrivere di ‘ndrangheta può essere definito pericoloso?

Ci sono molti lavori che, a queste latitudini, sono più pericolosi.
Per quanto mi riguarda, c’è chi pensa che io sia incosciente. Io dico che questo è l’unico modo che conosco per fare il giornalista. Non mi sono posto il problema se è pericoloso o meno. Con questo non voglio sottovalutare i rischi. Penso soltanto che sto facendo il mio lavoro correttamente.

Quali sono state e se vi sono state negli ultimi anni le reazioni dei calabresi più memorabili e significative per contrastare la ‘ndrangheta?

Mi viene in mente la visita di Papa Francesco a Sibari nel giugno scorso quando ha “scomunicato i mafiosi”. Secondo me quella frase è stata di una forza impressionante. Peccato che proprio la Chiesa è in ritardo di decenni nel contrasto alla ‘ndrangheta e, forse, non ha compreso a pieno le parole di Papa Francesco. Non mi spiego altrimenti episodi come quello dell’inchino della Madonna davanti alla casa del boss Giuseppe Mazzagatti il giorno della processione religiosa di Oppido Mamertina. Un’usanza che avviene in molti comuni della provincia di Reggio e che dimostra, per l’ennesima volta, l’ambiguità del rapporto tra Chiesa e ‘ndrangheta.

Cosa manca alla giustizia italiana per combattere efficacemente il fenomeno?

La volontà della politica. Fino a quando le leggi che i magistrati dovranno applicare per far condannare i mafiosi saranno scritte dai politici che vengono votati anche dalle organizzazioni criminali questo non avverrà.
Serve una riforma della giustizia che consenta ai magistrati e alle forze dell’ordine di combattere la ‘ndrangheta. E invece si parla di ridurre le intercettazioni e i tempi di prescrizione dei reati.

É realistico immaginare una Calabria, una Italia dove la criminalità organizzata in ogni sua forma sia non dico assente ma quanto meno emarginata?

É l’augurio che ci facciamo tutti. In realtà sarebbe sufficiente che ognuno faccia il proprio lavoro onestamente.
Sembra una frase banale. Ma non lo è.

Cosa consiglia a un giovane aspirante giornalista che vuole scrivere di criminalità organizzata?

Ho 32 anni. Potrei cavarmela dicendo che non ho l’età per dare consigli. Semmai per riceverli.

 

Ecco perché ai giornalisti come Lucio Musolino non mi sento di dare alcun consiglio se non il classico e accondiscendente: “continui così”.
Però una cosa mi permetto di aggiungerla: “e adesso, ammazzateci tutti!”.

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