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Il processo di ostracismo globale nei confronti della Russia ha portato nelle ultime ore il Paese a caldeggiare l’idea di “disconnettersi” da internet. Ma cosa significa esattamente questa decisione per il futuro della rete e della sua Governance? Nell’immaginario comune internet appare come un non-luogo in cui spazio e tempo sembrano annullarsi nell’infinità del cyberspazio, tuttavia poveri e privati stanno da tempo cercando di imbrigliarlo e controllarlo. In particolar modo, sono gli stati ad aver compreso in maniera sempre più marcata l’importanza strategica di controllare un mezzo tanto potente quanto complesso come il World Wide Web.

Alle sue origini, il Web 2.0 sembrava essere la dimensione perfetta, il limbo per così dire, per il raggiungimento di quella che alcuni definirono cyberdemocrazia: una sorta di stato di (cyber)natura Hobbesiano in cui gli internauti permangono in una condizione di non-controllo formale quanto più basato su norme sociali condivise, esistente in uno spazio perlopiù vicino a quella che sociologi come Tönnies avrebbero definito “comunità”.

Tale visione sembra però secondo alcuni cadere con l’arrivo dei governi e dei privati nel neonato cyberspazio. Nella sua iniziale assenza di controllo e lotta di potere lo stato di (cyber)natura volge a una sua trasformazione perversa che vede collidere in maniera sempre più evidente la libera iniziativa privata, favorita da un contesto fondamentalmente anomico, e le tendenze di estensione di sovranità da parte degli stati in virtù di un disegno di cybersovranità. Tendenze di questo tipo sono già visibili da tempo in Cina il cui cyberspazio appare circoscritto e quanto meno chiuso al pari dei confini geopolitici del Paese stesso.

La Grande Muraglia Cinese trova un suo equivalente non più composto da mattoni e cemento ma da algoritmi firewall e stringhe di codice. La volontà di controllare e chiudersi anche nella dimensione immateriale della rete, a scopo di controllo o di cyberdifesa, si oppone quindi diametralmente all’idea di una Pangea digitale. Ovviamente chiudere significa circoscrivere e circoscrivere significa stabilire dei confini entro cui uno stato appare essere legittimato a governare come meglio crede il non-luogo della rete.

La “minaccia” di chiusura Russa in un certo senso si colloca in uno schema simile a quello Cinese ma al contempo si configura come reazione alla posa di una grande campana di vetro economica, finanziaria e tecnologica da parte della comunità globale.

RuNet, dunque, combina desiderio di difesa e controllo ma segnala anche come il World Wide Web possa in qualche modo essere arrivato ad un’inevitabile trasformazione. Siamo forse prossimi a una balcanizzazione della rete, un disfacimento della Pangea in cui sinora abbiamo navigato? Un simile cambio di paradigma non solo comporta la nascita di nuove fratture sistemiche (aperto/chiuso/isolato) ma ci obbliga a fare i conti con il tracollo totale di quello che doveva essere il sistema democratico per eccellenza.

Una simile svolta può vedere declinarsi in tre scenari:

  • Un Governo della rete autoritario, nel quale la chiusura richiama a sé controllo in toto includendo l’informazione e dunque declinandosi in censura, risultando quindi isolato.
  • Un Governo della rete democratico, in cui più che di isolamento si potrebbe parlare di parziale chiusura a scopo di tutelare maggiormente gli utenti-cittadini così permettendo, secondo quello che è il modello di Elinor Ostrom, un governo della rete come bene collettivo, governabile dunque in maniera realmente democratica.
  • Un non-governo della rete, in cui sostanzialmente il sistema rimane aperto in toto senza alcuna pretesa di controllo sostanziale.

Quale dei tre scenari sia il più auspicabile appare essere un esercizio, perlomeno attualmente, speculativo: spetterà ai singoli governi battere la giusta traccia verso un’evoluzione della rete, la quale auguratamente non avvenga solo in funzione di un estensione di sovranità, ma che abbia alla propria base la volontà di garantire il rispetto dei diritti del singolo, anche in quello che appare il terreno di gioco più complesso creato dall’uomo.

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