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Vi ricordate il Retina Festival, la mostra di videoarte di cui ho parlato nel mio ultimo articolo? (Se la risposta è “Col proverbiale cavolo”, potete leggerlo qui https://www.360giornaleluiss.it/musica-e-cultura/cinema-e-teatro/03_03_2015/ho-imparato-ad-apprezzare-dipre-durante-un-festival-sulla-videoarte/).

Sta di fatto che al Festival -io e la mia fida assistente Beatrice- ci abbiamo fatto anche due belle interviste. Se pensate che farle saltare fuori con quasi un mese di ritardo sia un colpo da maestro degno della nostra Redazione, amici miei, non vi resta che leggere.

Il primo artista del festival con cui abbiamo fatto quattro chiacchiere è Walter Paradiso, che per la mostra ha presentato il suo “Nera River”. Videomaker, ex bassista punk, musicista del gruppo Breaking Wood, ha lavorato in ambito cinematografico e documentaristico. Ci tiene da subito a precisare che Walter Paradiso è il suo nome vero, non quello d’arte. In effetti nel secondo caso ci saremmo aspettati un sassofonista sudato di Avellino che suona ai matrimoni. È pacato come se ci stesse spiegando il sistema di raffreddamento a liquido dei materiali semiconduttori: il genere di ragazzo che farebbe bella figura se lo presentaste ai vostri genitori, oppure quello che al telefono vi chiederebbe se lo si nota di più se alla festa ci viene e se ne sta in un angolo, o se non ci viene affatto.

Iniziamo col dire che io, di videoarte, non ci capisco nulla, quindi dovrai essere molto paziente. Tecnicamente le immagini video sono il modo più fedele di riconsegnare la realtà al fruitore dell’opera, molto più delle parole, che sono determinate in partenza dalla percezione personale. Attraverso il montaggio però, l’oggettività delle immagini viene trasformata, ed acquista un significato individuale, trasmesso dall’artista. Che rapporto esiste, per te, tra il momento della “cattura” e quello della trasformazione?

Per me il lavoro con la realtà è particolare. Più che videoarte, nel mio caso mi piace parlare di“arte dell’incontro”: quello che viene fuori dai miei lavori è l’interazione tra il paesaggio, i corpi e la gente. Io lavoro da solo, i miei assistenti sono le persone: vado in giro, filmo, e poi in base alla risposta che danno i miei soggetti il video prende una propria forma, diversa da quella iniziale. Mi trovo in una posizione un po’ da outsider, perché cerco di reinserire nella videoarte la dimensione del racconto, che è più propria di forme come la letteratura o il cinema. Nel mio caso è importante il fatto che io sia nato come pianista, quindi quello che faccio è un trattamento temporale dell’immagine basato sulle stesse modalità che si usano con il suono: quando registro qualsiasi immagine so già che temporalità avrà, basandomi sulle sue sonorità. Infatti nella fase del montaggio non “scopro” più di tanto, per quanto si tratti di una fase creativa. Questo qui [“Nera River”, n.d.r.] è il primo lavoro che ho fatto con la danza, ne sono seguiti altri due e ne ho un quarto in preparazione, ma ho voluto presentarlo perché attualmente sto abbandonando il lavoro con il paesaggio e mi sto avvicinando quasi totalmente a quello con i corpi.

Dov’è stato girato il filmato?

Ho girato vicino ad una residenza d’arte che ho conosciuto tramite Dance Continuum, l’unica accademia di danza nel panorama romano. La residenza è un progetto ideato da un’importante coreografa, Cristina Caponera, e si trova in Valnerina. Il progetto ovviamente è ideato per danzatori, ero l’unico videomaker, ed ero stato incaricato di girare un video che raccontasse i corpi, l’acqua e la pietra. Ho deciso di incentrare il mio video sulle potenze guaritrici del fiume Nera, che si trova lì in Umbria, ed è legato a tutta una serie di tradizioni e simbologie.

Pensi che attraverso la videoarte si verifichi un’evoluzione della danza? Facendole abbandonare i luoghi a cui è legata normalmente, come il teatro o l’accademia, attraverso il video è possibile raccontarla altrove, come hai fatto tu. Questi paesaggi possono permetterle di acquistare una forza, un significato, anche un linguaggio differenti?

L’incontro con la video-danza sarebbe povero se si svolgesse semplicemente come la registrazione di una coreografia in un paesaggio. Molti lavori di questo genere traggono la propria forza esclusivamente dalla natura suggestiva che fa loro da fondale. Secondo me i due ambienti -danza e natura- devono invece incontrarsi e fondersi al punto da non poter essere separati l’uno dall’altro. Anche la coreografia si trasforma in funzione dei tuoi punti di ripresa, e viceversa: l’intero lavoro diventa qualcosa a sé.

ph. Beatrice Mannelli

 

Non so esattamente come sia successo, ma ad un certo punto sono stato trascinato all’ingresso per intervistare un altro artista, che stava per andare via. Si tratta di Yukio Ogura, videomaker giapponese la cui esistenza sfugge persino a Google, che mi chiede se non stessi per caso cercando Yuko Ogura. Per la cronaca, Yuko è una fotomodella giapponese di eros finto-innocente che si veste da scolaretta e canta “Girls love Boys” per orde di over-50 a cui piace spiare le coppiette appartate. Yukio comunque ha una faccia simpatica e ci sorride affabile quando gli chiediamo di fargli qualche domanda sul suo lavoro: “As long it is in English, yes”. E ride. Quanto mi piacerebbe accompagnarlo a fare le foto al Colosseo, e incontrare le comitive dei suoi giappofriends per un piatto di spaghetti tomato e capuchino. Cercherò di riportare più fedelmente possibile qualsiasi cosa ci siamo detti, visto che ho dribblato con maestria la sua bionda traduttrice, che mi ha scoccato un’occhiata di fuoco per non averle permesso di fare sfoggio della sua triennale in Wang Tong Fritto: Yukio infatti ha risposto alle mie due domande nell’inglese degli orientali. Cioè nella sua lingua.

Il tuo lavoro “Song of Thirst” è proiettato nella sala “Corpo”: qual è il rapporto che intercorre tra il corpo e il video, nella tua arte?

È una domanda difficile. Fino ad ora questo rapporto è stato guidato dalle espressioni della danza moderna, orientale ed occidentale, ma in questo lavoro ci si è aggiunta la musica, attraverso uno strumento della tradizione giapponese che è il [dice il nome dello strumento giapponese. A me è sembrato “Nagarutò”, poi però l’ho cercato su Google e mi ha chiesto se intendessi “Naruto”. Sta perdendo colpi. Comunque l’ho visto in video: è una specie di banjo che si suona con la paletta da gelato. Fa il tipico suono degli strumenti orientali, a metà tra la chitarra e il gatto scannato]. Ad un certo punto mi è venuta l’idea di far collaborare questi due ambiti nelle mie opere: volevo vedere cosa sarebbe successo. Questa volta probabilmente è andata piuttosto bene, ecco perché sono qui, del resto, ma guardando gli altri video nella sala dove è proiettato il mio ho trovato tantissime ispirazioni, tecniche, temi, sui quali mi piacerebbe lavorare. Sono ancora a metà strada dal vero modo in cui mi piacerebbe rapportare la mia arte al corpo.

È il momento della domanda di rito, Yukio. Sei pronto? La tradizione giapponese, o in senso più ampio quella orientale ed occidentale si incontrano nei tuoi lavori, o ce n’è una a cui senti di essere più legato?

Ho studiato regia a Los Angeles, e durante i miei anni America ho visto che l’arte giapponese può essere una sorta di “arma” della mia espressione. In questo senso, “Song of Thirst” è la mia prima sfida a lavorare in tal modo. Non voglio essere giapponese al cento per cento: voglio usare anche quello che ho avuto da L.A., ma nello stesso tempo non voglio essere americano, quindi attualmente mi è difficile equilibrare il mio vero punto di vista. Questa è la prima volta che vengo in un paese europeo, e voglio visitarne altri: spero che attraverso i miei spostamenti un giorno potrò raggiungere la mia vera visione. Può essere considerata una risposta?

E che ne so, Yukio. Non ci ho capito niente, ma non credo sia colpa delle barriere linguistiche. Eppoi con quel giacchetto arancione sembri la simpatica replica Playmobil di un operaio ANAS, quindi ti perdòno.

 

ph. Beatrice Mannelli

 

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