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Idee brillanti e rapide azioni. Questi due elementi, apparentemente semplici, sono ciò di cui l’Unione Europea ha necessariamente bisogno per far fronte a una crisi migratoria che non solo si reitera nei mesi, ma continua a crescere in intensità e frequenza.

In tre settimane di gennaio altre 30 mila persone si sono messe in viaggio verso l’Europa, attraverso un mediterraneo sul quale non si possono erigere muri. L’ultima tragedia un paio di giorni fa vicino Kalolimnos in una delle aree più calde, quella turco-greca del mar Egeo. Nel corso dell’ultima settimana 26 rifugiati sono stati salvati dal “Mare Nostrum” di Ankara, ma 34 sono morti affogati dalle onde del mare, come al solito prevalentemente donne e bambini.
Angela Merkel ha appena incontrato a Berlino il primo ministro Turco Ahmet Davutoglu, il quale ha promesso un appoggio forte nel contenimento dell’immigrazione e nella gestione umanitaria. Solo in Turchia i rifugiati, soprattutto Siriani, sono 2,2 milioni, 230 mila i richiedenti asilo negli altri Paesi europei.

La Cancelliera tedesca non è soddisfatta, in fondo gli stessi turchi che hanno promesso sostegno sono gli stessi alleati nella coalizione contro l’Isis che hanno abbattuto il jet russo, almeno formalmente loro amico. Merkel è inquieta soprattutto perché il problema colpisce dritto al cuore dell’Europa, ormai perfino nel suo stesso governo dove i social-cristiani della CDU vogliono mollare la politica dell’accoglienza sostenuti da un largo favore popolare.
Consenso democratico che ha spinto la Francia a chiudere le frontiere dopo gli attentati di Parigi, che porta David Cameron a credere che il Brexit sia ben più di una minaccia di riforma politica e una vero e proprio dietrofront antieuropeista, che sollecita Austria, Slovenia, Polonia e Ungheria a serrare i confini e criticare la Grecia per la scarsa politica di contenimento, sebbene Atene chieda il Nobel per la pace solo per far fronte al flusso dei rifugiati che arrivano in ogni dove grazie ai traffici criminali che ogni giorno subiscono ad opera degli scafisti.

Un’incontenibile emorragia che rende vani i fondi investiti, 3 miliardi di euro dall’Unione trasferiti alla sola Turchia per sostenere l’accoglienza, che tra l’altro molti dei Paesi membri non sono disposti a pagare, e fa sanguinare Schengen e le politiche dell’integrazione nei quali si era in tanti anni creduto. Anche il premier Renzi non ci sta e tende la mano alla Cancelliera, pur contro il parere dell’intero continente.

E’ in corso ad Amsterdam il Consiglio dei ministri UE per sospendere Schengen i prossimi due anni attraverso l’articolo 26 del codice omonimo e, sebbene sia stata chiesta l’unanimità dei voti, Italia e Germania sono sole contro i mulini a vento, o meglio, contro i nuovi muri invalicabili delle politiche nazionali europee.
Il ministro degli affari greco Nikos Xidakis giura di aver fatto il possibile, ma le critiche vengono sia dal ministro degli affari interni olandese Klaas Dijkhoff che dall’austriaca Johanna Mikl-Leitner definendo la Grecia inadeguata anche sul fronte dell’accoglienza e dichiarando che va assolutamente posta una nuova barriera al confine con la Macedonia. Angelino Alfano vorrebbe invece salvare Schengen ma ammette che rimangono a disposizione poche settimane per prendere una decisione seria e concreta.

L’Italia pensa alle vecchie e nuove famiglie mentre accoglie il presidente iraniano Rohani, sebbene rimanga tutt’altro che incolume di fronte alle nuove politiche europee.
L’ex premier Romano Prodi è convinto che l’UE non solo non sappia reagire all’emergenza, ma che non abbia proprio risposte per tutto questo.
Matteo Renzi incoraggia il pubblico attraverso impavide dichiarazioni durante i salotti TV di Bruno Vespa, come una volta faceva il presidente USA Franklin Delano Roosevelt di fronte agli americani degli anni 30 colpiti dalla crisi. “Noi rimaniamo con Angela Merkel con l’intento di salvare vite umane e qualsiasi passo indietro sulla politica di integrazione europea sarà tassativamente suscettibile al voto favorevole di tutti“.

Al di là di ogni speranza l’effetto domino sembra però incontenibile e da ogni parte, tra la crisi economica e i fondi che devono essere investiti, la paura del terrorismo, l’ascesa dei nazionalismi e nuove xenofobie, l’Europa ogni giorno sembra naufragare sotto i colpi della cronaca nefasta che fa del mar Mediterraneo un immenso cimitero. Nel 2015 settecento persone sono morte nel solo mar Egeo, già cento sono invece i naufraghi in questo 2016.
Il prossimo 4 febbraio tutti a Londra per parlare di Siria, in un Paese come il Regno Unito che di suo non ha mai voluto aderire agli accordi di Schengen, già dal lontano 1985 quando questi vennero attuati. Tuttavia pare proprio che l’emergenza immigrazione almeno in Europa abbia totalmente oscurato la guerra Siriana e gli interventi in Medio Oriente, come fosse solo una crisi di secondo piano. Sempre più esponenti politici europei lo stanno affermando. “O si risolve il problema delle frontiere esterne all’UE per contenere il flusso migratorio e placare l’emergenza umanitaria, oppure il prossimo problema sarà quello delle frontiere interne, in cui ogni Stato si vedrà costretto a chiudersi in se stesso per poter sopravvivere alla crisi.

In tanto vociare di critiche, come una flebile candela inascoltata nel buio dei tempi presenti, il commissario europeo per l’immigrazione Dimitris Avramopoulos è intervenuto così: “Schengen dovrà essere soggetto a una copertura legale e a delle misure correttive, nulla di drammatico, perché il resto è solo narrazione irrazionale della catastrofe.”
Anche se il resto d’Europa sembra essere intenzionato diversamente, perché di fatto rimangono Renzi e Merkel gli ultimi avvocati rilevanti di Schengen contro l’implacabile naufragio europeo.

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