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Non tutti sono a conoscenza del fatto che il prossimo 17 aprile si terrà il referendum sulle trivellazioni. La consultazione popolare è stata promossa da nove Consigli regionali (Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto), sostenuti da molti movimenti e associazioni ambientalisti, tra cui il coordinamento “No Triv”. Il quesito referendario non si terrà a giugno, in concomitanza con le amministrative, in quanto la legge (Decreto 98 del 2011) non prevede che le elezioni possano svolgersi in concomitanza con un referendum. Ciò avrebbe consentito ai sostenitori “No Triv” maggiori possibilità nel raggiungimento del quorum (la metà degli aventi diritto affinché il referendum sia valido).

Il quesito referendario recita: “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali anche se c’è ancora gas o petrolio?”. Il quesito riguarda, quindi, la durata delle trivellazioni già in atto entro le 12 miglia dalla costa e non le attività petrolifere sulla terraferma, né quelle in mare a una distanza superiore alle 12 miglia.

Se dovesse vincere il “sì”, verrebbe abrogato l’articolo 6 comma 17 del Codice dell’ambiente, il quale prevede che le trivellazioni continuino fino all’esaurimento del giacimento. La vittoria del “sì” bloccherebbe ogni concessione per estrarre il petrolio entro le 12 miglia dalla costa, una volta scaduti i contratti. Inoltre, verrebbero bloccati diversi investimenti, fra i quali spiccano tre grandi giacimenti come il “Guendalina” (Eni) nel Medio Adriatico, il “Gospo” (Edison) davanti alle coste dell’Abruzzo e il “Vega” (Edison) al largo di Ragusa. Per di più, una vittoria del “sì” potrebbe allontanare il rischio, seppur remoto, di incidenti rivelanti nei mari italiani, già pesantemente inquinati da depuratori rotti dall’Abruzzo in giù. Un aspetto negativo della vittoria dei promotori referendari è dato dal fatto che il polo di Ravenna, con decine di imprese italiane e migliaia di lavoratori, è leader mondiale nelle perforazioni. Una vittoria del “sì” potrebbe avere ricadute negative sull’economia del settore e portare alla chiusura di alcuni stabilimenti, nonché alla perdita del lavoro di centinaia di persone. Un ulteriore, ma non secondario, aspetto negativo sarebbe determinato dal conseguente aumento dell’importazione di petrolio da Paesi terzi.

Se dovesse vincere il “no”, una volta scadute le concessioni, le compagnie petrolifere potrebbero chiedere un prolungamento dell’attività e investire nel rinnovamento degli impianti, aggiornare le tecnologie produttive e aumentare la produzione di metano o petrolio fino al completo esaurimento del giacimento. Le concessioni (di durata trentennale) potrebbero essere prorogate per due volte, prima per dieci e poi per cinque anni, nel rispetto delle valutazioni di impatto ambientale.

Il comitato del “sì” riunisce le maggiori organizzazioni ambientaliste (Legambiente, Greenpeace, WWF) e, come già accennato, il movimento “No Triv”. Tra le forze politiche, appoggiano il “sì” il Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana e Possibile, più alcuni esponenti del Pd e del centrodestra, in primis i presidenti di Regione Zaia (Veneto) e Toti (Liguria). Le loro motivazioni sono principalmente di carattere ambientale: le trivellazioni metterebbero a rischio le coste italiane e aumenterebbero il livello di inquinamento, arrecando danni a pesca e turismo. Inoltre, il futuro è nelle fonti rinnovabili e occorre, quindi, un cambio di strategia nell’approvvigionamento energetico nazionale.

Il Partito Democratico ha indicato l’astensione ai suoi elettori, mostrando una certa contrarietà all’iniziativa delle Regioni. Secondo il PD l’impatto ambientale delle trivellazioni è, per il momento, modesto e lo stop alla proroga delle concessioni cambierebbe poco o nulla. Perciò, si tratterebbe di un voto inutile e politicizzato. Il fondatore del comitato “Ottimisti e razionali” Gianfranco Borghini sostiene che la vittoria del “sì” avrebbe pesanti conseguenze sull’occupazione. Dello stesso parere è il segretario dei chimici della Cgil Emilio Miceli.

In estrema sintesi, i sostenitori del “sì” motivano la loro posizione adducendo soprattutto questioni ambientali ed economiche (uno sversamento di petrolio in mare avrebbe gravi conseguenze ambientali e un notevole impatto negativo sul turismo). I sostenitori del “no”, dal canto loro, si soffermano soprattutto sulla probabile perdita di lavoro di molte persone in conseguenza al termine delle concessioni.

Una volta spiegato il contenuto referendario e le diverse posizioni in merito, desidero esprimere alcune considerazioni. Una prima riguarda il referendum di quasi cinque anni fa riguardante l’acqua pubblica: 27 milioni di cittadini votarono contro la privatizzazione dei servizi idrici. Da allora non è cambiato molto, in quanto Napoli è l’unica città che ha deciso di attuare l’esito referendario, trasformando l’azienda idrica in un’azienda di diritto pubblico; altrove è rimasto tutto inalterato. Questo mi fa pensare che anche nel caso delle trivellazioni non cambierà molto (almeno nell’immediato), in quanto il quesito riguarda le proroghe allo sfruttamento dei giacimenti e non l’eventuale ritiro delle concessioni. Da qui mi viene in mente il confronto con il referendum sul nucleare del 1987, a seguito del quale fu interrotta la costruzione delle centrali nucleari allora in costruzione in Italia. In questo caso ci furono degli effetti immediati di un certo spessore; in questo caso, invece, qualora si dovesse raggiungere il quorum e vincesse il “sì”, bisognerebbe aspettare anni per vedere il risultato concreto, quale è appunto la fine dello sfruttamento dei giacimenti entro le 12 miglia dalla costa.

Una seconda considerazione riguarda l’ormai solito dilemma della scelta tra salute e lavoro. Lo sversamento di un’importante quantità di petrolio in mare avrebbe effetti devastanti di lungo periodo per l’ecosistema e per la salute delle persone. D’altra parte, il lavoro è naturalmente molto importante, però gli eventuali licenziamenti avverrebbero solo tra molti anni (anche venti nel caso delle ultime concessioni) e, nel frattempo, potrebbero essere trovate soluzioni soddisfacenti.

Una terza e ultima considerazione riguarda il Partito Democratico che, contrariamente a quanto ha sempre fatto, si asterrà facendo venire in mente a molti le parole di Craxi: “Andate a mare la domenica”. È paradossale, tra l’altro, come un partito notoriamente ambientalista si opponga a questo quesito andando anche contro la volontà di molte Regioni amministrate dallo stesso centro-sinistra, promotrici del “sì”. Io credo che il Pd, in questo caso, sia in errore. Si può anche essere a favore del “no” (dopotutto anche le loro ragioni potrebbero essere valide), ma si deve assolutamente andare a votare: è una prova di democrazia e su questioni delicate come l’ambiente è importante ascoltare il parere dei cittadini.

In conclusione, invito tutti i lettori ad andare a votare domenica 17 aprile dalle 7 alle 23. Far sentire la propria opinione è sempre importante. Personalmente sono a favore del “sì”, perché il futuro è delle energie rinnovabili e non ha più molto senso continuare a sfruttare il nostro territorio con i rischi idrogeologici e di emergenze ambientali che possono comportare.

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Studente di Scienze Politiche