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« Ci sono più probabilità che Trump faccia un altro cameo in “Mamma ho perso l’aereo” o giochi le finali NBA, piuttosto che vincere le primarie del partito Repubblicano » affermava Harry Enten nel giugno dello scorso anno. Enten è un giornalista politico e analista per FiveThirtyEight, il giornale online fondato dallo statistico Nate Silver. Le primarie sono andate molto diversamente da come Enten si aspettava, e per questo motivo ha messo in fila quattro cose che si possono imparare dalla vittoria di Donald Trump alle primarie del Partito Repubblicano.

 

Non si può dire “non è mai successo nella storia” quando c’è “poca” storia.

Nessuno dei due partiti aveva, storicamente, mai nominato uno come Trump: hanno sempre scelto qualcuno che fosse “affidabile”, ma soprattutto “eleggibile”. Trump sembrava (sembra?) non rientrasse in nessuna di queste due categorie.

 

La Commissione McGovern-Fraser era stata creata a seguito delle convulse primarie del Partito democratico del 1968: stabilì delle linee guida per le primarie, rendendole più simili a come si svolgono oggi. Il Partito Repubblicano si adeguò qualche anno dopo e le prime primarie a svolgersi con queste regole furono quelle del 1972. Dal 1972, i partiti non hanno mai scelto un candidato che non fosse né un politico né un veterano di guerra.

 

La nomina di Trump sembra quindi qualcosa di assurdo e inaspettato, perché “non è mai successo nella storia”. Il punto è che le elezioni negli Stati Uniti sono troppe poche per poterle considerare un dataset statisticamente rilevante. Il 22esimo emendamento, introdotto nel 1947, impone un limite di due mandati al Presidente: è successo solo 14 volte che ci fosse un Presidente non ricandidabile, come quest’anno.

 

Bisogna fare attenzione alle sfumature dei sondaggi.

I dati mostravano chiaramente che Trump non aveva il sostegno del Partito Repubblicano. Eppure era avanti nella maggior parte dei sondaggi.

 

I primi sondaggi, anche quelli fatti un mese prima di un’elezione primaria, non sono mai stati particolarmente predittivi: molti elettori non sanno chi votare fino al giorno delle elezioni. In quei casi, inoltre, assume un peso rilevante quanto il nome del candidato è conosciuto, e questo aiutava Trump.

 

Per questi motivi, quei sondaggi non sono stati presi in considerazione. Ma Trump si è sempre mantenuto in vantaggio, addirittura aumentando la propria percentuale all’inizio del 2016, sia a livello nazionale che locale.

 

Enten ritiene che sia stato un errore a quel punto non comprendere quello che stava succedendo e sottovalutarlo.

 

Non è così difficile migliorare gli indici di gradimento.

Trump ha sempre avuto indici di gradimento molto bassi, ma se inizialmente, nel giugno del 2015, un sondaggio della Monmouth University aveva registrato un indice di gradimento netto pari a -35, già un mese dopo era riuscito a raggiungere un punteggio pari a +17. Il suo punto di forza, a differenza degli altri candidati repubblicani, è un nutrito gruppo di sostenitori che lo vedeva e continua a vederlo “molto favorevolmente”. Questo blocco è rimasto costante nel tempo, anche quando il suo indice di gradimento crollava all’inizio del mese di aprile.

 

Non credere che i partiti sappiano cosa stanno facendo.

Trump non ha mai avuto il sostegno del partito Repubblicano, com’è evidente da questa grafica di FiveThirtyEight che riassume gli endorsement ricevuti finora. È il primo candidato dal 1980 a ottenere la nomination pur avendo meno endorsement di altri candidati. E allora perché il partito non è riuscito a fermarlo?
Il problema è stata la mancanza di coordinamento. Anche quando sembrava ci fosse una convergenza su Rubio, molti funzionari del partito sono rimasti ai margini senza avere il coraggio di prendere posizione. La cosa è poi stata ancora più evidente quando sono rimasti in corsa, oltre Trump, solo Ted Cruz e John Kasich.

 

Anche Trump ha dei meriti in tutto questo, sebbene non sia uno stratega e non avesse pianificato tutto. Ma è riuscito a ottenere una grandissima copertura mediatica gratuita (in maniera simile a ciò che Grillo era riuscito a fare alle elezioni politiche italiane del 2013). Ha sfidato l’establishment repubblicano e ha vinto. È presto per sapere se rappresenta un’eccezionalità o il futuro della politica degli Stati Uniti, ma tra non troppo tempo lo scopriremo.

 

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