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Sono le prime ore del mattino del 2 Novembre del 1975.
Una donna rinviene il cadavere di un uomo martoriato, nei pressi dell’Idroscalo di Ostia, non distante dal tratto di spiaggia dove i romani amano trascorrere le loro modeste vacanze estive, tra baracche e casolari.
Poche ore, il tempo del riconoscimento, e la notizia è confermata: si tratta dello scrittore, poeta e regista Pier Paolo Pasolini.

Dell’omicidio venne immediatamente accusato l’allora minorenne Giuseppe Pelosi, diciassettenne originario della borgata romana, (ragazzo di vita, come lo avrebbe definito Pasolini stesso), che confessa immediatamente il movente passionale.
Viene così condannato pochi mesi dopo per omicidio volontario dal giudice Alfredo Carlo Moro (sì, il fratello di Aldo Moro) del Tribunale dei minori di Roma che, giudicando poco credibili le dinamiche riferite sull’omicidio, aggiunge alla condanna il concorso con ignoti.
Nonostante ciò, la sentenza di primo grado viene riformata nel Dicembre del 1976 dalla Corte d’Appello, che stavolta esclude in punto di concorso ogni partecipazione esterna: unico ed indiscutibile assassino di Pasolini è dunque Giuseppe Pelosi.
Ma quando a morire è un intellettuale del calibro di Pasolini, regista, poeta, attore, cineasta e interprete, osservatore così scomodo delle istanze politiche italiane, narratore critico degli aspetti più crudi e scandalistici della società romana, dal dopoguerra agli anni settanta, le teorie del complotto si sprecano e moltiplicano.

Tanti gli amici, intellettuali, attori, poeti, registi e scrittori, che non credono al movente passionale del suo assassinio e che tentano quindi in ogni modo di scuotere le coscienze e l’opinione pubblica: è morto un personaggio scomodo non solo alla borghesia, ma anche alla Chiesa e alla politica di allora.
Le teorie, timide o urlate che fossero, spaziano dall’intervento dei servizi segreti sulle indagini e sulle carte processuali, sino all’omicidio di matrice politica che non era poi così lontano dal raggio di probabili moventi di omicidio per l’opinione pubblica di allora.
Parola chiave: scomodità.
Perché se è vero che Pasolini parlava, scriveva, rilasciava interviste e pubblicava opere, è altrettanto vero che Pasolini scandalizzava, istigava e provocava, rivelando alla coscienza ideologica nazionale le sue stesse contraddizioni e mancanze, raccontando impudicamente la sua omosessualità, denudando al pubblico il suo inconscio, la sua ideologia di militante politico (ed in un certo senso, sociale), senza aver paura alcuna di risultare trasgressivo, iconoclasta, rivoluzionario, fuori luogo… appunto, scomodo.
Scomodità che lo travolge inevitabilmente da una parte nel Pci, il suo stesso partito politico che lo caccerà e di cui Pasolini pure sempre si autodefinirà strenuo militante, e che lo condanna dall’altra all’implacabile censura della Democrazia Cristiana.
Ad esempio, prendiamo il romanzo Petrolio. Pubblicato incompiuto nel 1992 a diciassette anni dalla sua morte, non sono pochi quelli che leggono in quei suoi Appunti, non solo la feroce condanna del neocapitalismo e del consumismo che attanagliano ormai la società di allora, definite da Pasolini già in più interviste ed articoli come forze incontrollabili e deleterie, ma anche la tetra descrizione dell’Italia delle stragi e dei nuovi colossi industriali (uno per tutti, Eni), nonché forse tra le righe, la coraggiosa descrizione dei suoi diabolici fautori. Una sorta di nuova P2.

Ed è proprio alla luce delle tragiche circostanze della sua scomparsa, che la rilettura critica delle sue opere diviene il grande regalo che dobbiamo all’Italia di oggi, dove espressioni come decadenza, moralismo e trasgressione, hanno finito forse per assumere un’accezione edulcorata, irreale, impropria e priva di senso.
In particolare le recenti inchieste giornalistiche e giudiziarie che hanno travolto il Comune di Ostia, della quale è emersa un’improbabile mappatura criminale da anni radicata proprio lungo quegli stabilimenti balneari, un tempo assai diversi, ma comunque vecchio scenario della tragica morte di Pasolini, rivelano in questo senso l’esasperazione drammatica e la negazione stessa di una Roma non più Madre, e dei suoi Ragazzi non più Di Vita.
In quel Municipio, sciolto per mafia lo scorso Agosto, ha guarda caso messo radici proprio il cancro sociale della corruzione, prima figlia femmina del neocapitalismo tanto condannato da Pasolini.
Il 5 Novembre, ad appena 3 giorni dalla commemorazione della sua morte, si apre il processo ai nuovi Re di Ostia, in tutto poco meno di 50 imputati, e alla cricca di malaffare romano sgominata dagli inquirenti di Mafia Capitale.
Un dato su cui riflettere: il nostro secolo ha affamato bisogno di intellettuali e di intellettuali come Pierpaolo Pasolini.
Nel 2015 la svolta culturale e politica non può infatti assolutamente prescindere dal radicale ripensamento delle vecchie categorie che fino a ieri hanno bloccato e involuto la società italiana, arroccata su antiche, intoccabili ed indiscutibili, certezze.

Credo che il messaggio più grande per noi giovani dell’Italia di domani, ciò che solo può rendere eterno ai posteri Pierpaolo Pasolini, è imparare di nuovo a guardare la realtà con i suoi occhi, descriverla con la stessa impietosa criticità, rivelarla nelle sue amare contraddizioni senza temere censure o isolamenti, ribellarsi con trasgressiva prepotenza a tutto ciò che uccide e soffoca i nostri stessi diritti, alla mafia, alla corruzione, alla censura…
Perché?
Per portare avanti, in ognuno di noi prima che all’esterno, quella grande rivoluzione ideologica e culturale per la quale Pierpaolo Pasolini ha perso la vita, massacrato di botte ed investito dalla sua stessa auto, in una fredda alba dei primi di Novembre del 1975.
Altrimenti possiamo decidere di lasciarlo così, morto ammazzato all’Idroscalo, morto ammazzato un po’ come tutti gli altri.

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