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Quando il credo individuale va a intaccare la prassi sanitaria, viene a mancare la civiltà: non ci sono giustificazioni.

Il 28 settembre è la Giornata internazione dell’aborto sicuro. Ho deciso di parlarne con Vittoria Loffi, una delle coordinatrici della campagna nazionale “Libera di abortirehttps://liberadiabortire.it/” e membro del comitato nazionale dei Radicali italinani, uno dei promotori della campagna.

Cosa rappresenta per Libera di abortire la Giornata internazionale dell’aborto sicuro?

Questa giornata è legata strettamente a uno dei punti dell’appello che abbiamo presentato ormai 4 mesi fa al Ministero della Salute e dell’ Informazione.

Come si definisce l’aborto sicuro?

Si tratta di una prassi sanitaria eseguita fornendo informazioni laiche, scientifiche e complete per le donne che accedono al servizio. In Italia è particolarmente importante perchè spesso mancano informazioni fondamentali su tutte le fasi della procedura sanitaria. E’ difficile reperire informazioni corrette su come accedere al servizio sul portale del Ministero della salute: cercando “interruzione di gravidanza“, si trovano i riferimenti normativi alla legge 194 e una breve spiegazione della differenza tra aborto farmacologico e chirurgico.

Non viene spiegato come la donna possa accedervi, nè ci sono informazioni circa le tempistiche necessarie, aspetto fondamentale dell’aborto. Non ci sono informazioni su cosa è lecito che la donna subisca, come testimoniano le storie di abusi e disservizi che riceviamo quotidianamente.

Anche per quanto riguarda la contraccezione e la prevenzione, il farmacista sarebbe obbligato per legge a fornire la contraccezione di emergenza, ma spesso le donne si sentono dire “qui non la vendiamo, vai altrove”. Molte donne, poi, non sanno che la negazione dell’anestesia durante l’aborto, spesso promossa da operatori socio-sanitari, è un abuso.

Com’è la situazione a Roma al momento?

Per quanto riguarda Roma, è emblematica la storia del cimitero dei feti a Flaminio, dato che nessuna delle donne coinvolte è stata informata circa la destinazione del feto. Nel momento in cui una serie di enti si arroga il diritto di mettere il tuo nome e cognome su una croce, dovresti essere informata. Per questo abbiamo avviato un’azione popolare, subito dopo la questione del cimitero Flaminio.

L’azione popolare permette a tre elettori del Comune in cui si intenta la causa di citare in giudizio degli enti per prassi indebite. In questo caso gli enti coinvolti sono stati l’AMA, che gestisce il seppellimento, l’ASL Roma 1 che amministra la procedura e l’ospedale S. Giovanni a Monte, dove Francesca ha abortito. Il 13 settembre siamo stati in prima udienza e il giudice ha escluso che la questione fosse archiviabile, fortunatamente. Ha chiesto a entrambe le parti di portare avnti delle memorie e si è riservato il compito eventualmente di coinvolgere la sindaca, che finora non è intervenuta sulla questione.

Sono previste forme di supporto psicologico per chi intraprende questo percorso?

Tecnicamente tutti gli operatori socio-sanitari dovrebbero cercare di farti desistere dall’abortire. La legge 194, che era necessaria nel 1968, ma che oggi è molto carente e decisamente figlia degli schieramenti politici del suo tempo, non chiede di accompagnare la donna nella decisione. Prevede piuttosto che si faccia di tutto per invitarla a preferire le opzioni alternative e gli stessi incontri previsti con lo psicologo sono finalizzati a far cambiare idea alla donna. Per fortuna ci sono operatori che dicono “per legge sono obbligato a fare così, ma non voglio costringerti“. L‘intervento psicologico è previsto quindi, ma non è fatto per aiutare la donna.

Che impatto ha l’opinione pubblica su chi abortisce?

Il clima culturale che si respira ha un impatto fortissimo sulle donne e sul modo in cui vivono l’aborto. Tutti danno per scontato che l’aborto sia una tragedia, quando dovrebbe esserci molta più libertà di interpretazione; può trattarsi di una scelta serena, perché semplicemente a volte non è il momento di essere madre, o non ve ne è alcun desiderio.

Di fatto, però, per tutte è una brutta esperienza perché gli stessi addetti ai lavori portano a viverla male. Riceviamo tantissime testimonianze di donne che provano un forte senso di colpa indotto da altri.

Come nasce Libera di abortire?

L’associazione nasce dalla storia di Francesca Tolino, testimonial e attivista del progetto, nonchè nostra co-coordinatrice. Ha avuto aborto terapeutico al sesto mese e l’hanno fatta sentire come la persona peggiore del mondo, nonostante suo figlio aveva altissime probabilità di non sopravvivere al parto. Gli operatori socio-sanitari e hanno fatto sentire il battito del bambino e hanno insistito per farle cambiare idea.

Come si è rivolta Libera di abortire al Ministero della Salute?

Abbiamo presentato un appello basato su 7 punti, divisi in “Cura“, per limitare gli effetti negativi dell’obiezione di coscienza, “Informazione“, per migliorare i mezzi di accesso all’aborto, e “Prevenzione“, per promuovere corsi e progetti di educazione sessuale e all’affettività. Nel frattempo, però, volevamo anche fornire a tutti le informazioni in maniera efficace, cosa che lo Stato non fa.

Questo 28 settembre, quindi, abbiamo pubblicato un vademecum, “Libera di sapere“, che informa ad esempio su come accedere al servizio se sei minorenne o straniera, spiega cos’è la settimana di riflessione pre-aborto, e indica cosa fare se il proprio ginecologo è obiettore o se la struttura sanitaria nega il servizio di IVG (interruzione volontaria di gravidanza).

E’ appena uscita la relazione annuale sull’attuazione della legge 194, che riporta informazioni insufficienti e in parte inesatte. Vi siete attivati anche su questo?

I dati presenti nella relazione sono parziali e quasi imbarazzanti. Nel testo, si dice che le regioni sono prontamente intervenute per garantire l’IVG anche durante l’emergenza Covid. La verità è che moltissimi attivisti si sono dovuti muovere perché diverse strutture hanno chiuso in quel periodo.

Per questo ci stiamo alleando con altre realtà, tra cui l’UAAR, “Non è un veleno” e “Ho abortito e sto benissimo“, per raccontare la situazione reale e invitare tutti a manifestare.

In province diverse da Roma la situazione è ancora peggiore.

Nel Lazio, nel 2015, è stato pubblicato un bando volto a inserire medici non obiettori nelle strutture, perché ce ne sono davvero pochi. Ha funzionato, in parte. In molte strutture, però, nonostante esista un reparto di ostetricia e ginecologia, ancora non si effettua IVG.

In tutta Italia, meno della metà dei reparti di ostetricia e ginecologia ha un’area dedicata all’IVG. In Molise c’è il 92% di obiezione di coscienza. In casi del genere la legge prevede che medici di altre regioni si spostino per offrire il servizio, ma non ciò non avviene perché al momento c’è carenza ovunque.

E’ ancora più grave che l’IVG, quando avviene, si svolga non in un’area a sé, ma accanto alle donne che stanno partorendo.

Esatto, è desolante e non ti fa sentire nè rispettata, nè accettata dallo Stato. È una questione di civiltà. In certi casi, se si tratta ad esempio di stupro, di rischio di vita, o di malformazioni congenite, avere facilmente accesso all’aborto diventa una questione di sopravvivenza.

Si discute da tempo circa la legittimità, o la necessità, di un intervento normativo dello Stato rispetto alla prassi sanitaria. Ritieni che sia necessaria una legge ad hoc sul tema dell’aborto?

Ritengo che l’idea vada presa in considerazione. Adesso però, per motivi culturali e politici, complice l’ostruzionismo della Chiesa e non solo, sembra impossibile anche solo aprire un dialogo costruttivo.

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Caporedattrice Speaker's Corner 19/20, 20/21 e 21/22 Responsabile relazioni sociali con delega fondi 20/21 Vice direttrice 21/22